Le case-lavoro, parcheggi di esseri umani

Spunto di lettura tratto da Redazione Italia 13.09.25 –

Questa mattina una delegazione di Radicali Italiani e Radicali Cuneo ha visitato la Casa-Lavoro di Alba, uno dei cinque istituti di questo tipo in Italia.

«La particolarità di queste strutture è inquietante: non ospitano persone condannate per un reato, ma individui giudicati “socialmente pericolosi” – dichiarano Patrizia De Grazia e Lorenzo Roggia, tesoriera nazionale di Radicali Italiani e tesoriere di Radicali Cuneo –.

Ogni anno il magistrato di sorveglianza decide, spesso in base a criteri arbitrari, se possano tornare in libertà. Il risultato è un vero e proprio parcheggio di esseri umani: luoghi che non si chiamano carceri, ma ne riproducono le logiche, con ancora meno garanzie.

Internati provenienti da lunghi periodi in Alta Sicurezza convivono con persone affette da gravi problemi psichiatrici o da tossicodipendenze, in un contesto che non consente né cura né reinserimento lavorativo. La frustrazione è altissima – proseguono –: molti non sanno se e quando usciranno, non hanno legami con il territorio né rapporti familiari stabili.

Le Case-lavoro finiscono così per diventare “non-luoghi”, dove individui sono esclusi dal diritto e il diritto stesso non li tutela. In questo clima di ostilità e disillusione, anche per agenti e operatori lavorare diventa difficilissimo. Case-lavoro che non sono case e non offrono lavoro non solo non risolvono nulla, ma producono nuovi e più gravi problemi – concludono.

Ho fatto una ricerca perché non ero a conoscenza di questo problema. Riassumo, facendomi aiutare, i vari aspetti e pongo interrogativi, mi faccio domande, cerco di capire.

Le Case-lavoro sono uno dei residui più controversi dell’ordinamento penitenziario italiano, poco conosciute dall’opinione pubblica ma molto criticate da giuristi e associazioni.

Cosa sono le Case-lavoro

  • Sono istituite dalla legge penitenziaria del 1975 (art. 216 c.p. e ss.), e applicano una misura di sicurezza detentiva, non una pena.
  • Vi finiscono persone giudicate “socialmente pericolose” dopo aver espiato una condanna, oppure prosciolte per vizio di mente ma ritenute pericolose.
  • La durata non è determinata in anticipo: ogni anno il magistrato di sorveglianza valuta se la misura debba proseguire. In pratica può diventare una detenzione sine die.

I problemi che si pongono e le questioni che, a mio parere, rimangono aperte

  • Incostituzionalità di fatto: si priva della libertà chi ha già scontato la pena o chi non è mai stato condannato, sulla base di valutazioni prognostiche e spesso arbitrarie.
  • Assenza di garanzie: il detenuto non ha la certezza di un fine pena. L’istituto diventa un “parcheggio” indefinito, con forte impatto psicologico.
  • Contraddizione nel nome: “Casa-lavoro” suggerisce un progetto rieducativo basato su attività lavorativa, ma in realtà, per quel che ho letto, non ci sono reali percorsi occupazionali, né legami con il territorio.
  • Commistione di situazioni diverse: tossicodipendenti, ex detenuti di alta sicurezza, persone con disturbi psichici convivono in un ambiente che, a quanto sembra,  non cura e non reinserisce, ma isola.
  • Effetti su operatori e polizia penitenziaria: lavorare in un contesto percepito come inutile e oppressivo può produrre  tensione e logoramento.

Notizie e denunce recenti

  • L’Associazione Antigone ha più volte definito le Case-lavoro come istituti “fuori dal tempo”, chiedendone la chiusura o una radicale riforma.
  • Nel 2015 la Corte costituzionale ha censurato alcune norme sulle misure di sicurezza, richiamando il principio che la pericolosità sociale non può tradursi in detenzione indefinita senza reali prospettive di cura o reinserimento.
  • Oggi in Italia ci sono cinque Case-lavoro: Alba, Aversa, Vasto, Castelfranco Emilia e Tolmezzo. Gli internati sono alcune centinaia.
  • Più volte il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT) ha criticato l’Italia per l’uso di queste misure.

Possibili commenti e riflessioni

Qui tocchiamo un nodo di civiltà giuridica.

  • Uno Stato di diritto, per come la vedo io, dovrebbe fondare la privazione della libertà su un fatto accertato (reato) e su una pena proporzionata. Le Case-lavoro, invece, operano su un terreno scivoloso: la previsione del futuro (“è pericoloso, potrebbe delinquere”).
  • È la logica del diritto penale del nemico: non punisco ciò che hai fatto, ma ciò che potresti fare. Questa logica è incompatibile con l’articolo 25 della Costituzione (“Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”).
  • Inoltre, la mancanza di un vero progetto lavorativo o terapeutico rende queste strutture non-luoghi, come scrivono i Radicali.
  • La conseguenza che traggo dopo essermi documentato è un doppio fallimento: né sicurezza, né reinserimento; solo emarginazione e cronicizzazione del disagio.

Il giudizio, a mio avviso, è netto: le Case-lavoro rappresentano un relitto autoritario del sistema penale, incompatibile con la Costituzione e con la dignità della persona. L’Italia dovrebbe avere il coraggio di chiuderle o trasformarle in comunità terapeutiche e di reinserimento reale, non in contenitori del nulla.

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