Chi guida la macchina?

La società contemporanea la immagino come una grande macchina lanciata. Siamo parecchi a bordo: investitori, politici, cittadini. La domanda è inevitabile: chi tiene davvero il volante, chi decide la direzione, il tipo di andatura, se frenare, se correre?

Gli investitori, con i loro capitali immensi e la capacità di orientare i mercati, non guidano materialmente, ma possiedono il veicolo. Sono loro a stabilire la destinazione: più spesa militare, più farmaci, più gioco d’azzardo, più tecnologie di controllo. Il senso del viaggio è fissato a monte, in nome del rendimento e della crescita. I politici sono gli autisti incaricati di condurre la corsa. Fingono e si illudono di avere margini di libertà, ma nei fatti si muovono entro binari già tracciati. Se deviano, vengono sostituiti con rapidità. La loro funzione è esecutiva: gestire la traiettoria, non cambiarla.

Sempre più spesso, poi, a prendere il volante non sono nemmeno politici eletti, ma tecnici scelti direttamente dall’élite finanziaria: economisti, banchieri, consulenti. In Italia abbiamo visto Mario Draghi, in Germania figure come Friedrich Merz, in Francia Emmanuel Macron. Non sono figli di partiti popolari, ma nipoti della finanza internazionale e delle grandi scuole dell’economia globale. Sono autisti professionisti, incaricati di tenere la macchina stabile e credibile agli occhi dei mercati.

E i cittadini? Sono i passeggeri paganti. Trafficano, invecchiano, si ammalano, si rifugiano nelle lotterie e nelle scommesse, pagano ticket sanitari e multe, tasse e balzelli . Intanto assistono impotenti alla decisione dei governi di destinare miliardi ad aerei da guerra, sommergibili, tecnologie militari, mentre le risorse per scuola, sanità e welfare si assottigliano. La speranza viene delegata all’azzardo, la cura affidata all’industria farmaceutica, la sicurezza garantita dalle armi. Tutto torna in un cerchio perfetto, dove i bisogni delle persone diventano carburante per i profitti degli investitori.

In questo teatro, i leader che emergono non sono più statisti con visioni forti, ma ibridi e camaleonti. Sopravvivono e prosperano quelli che sanno adattarsi, mutare linguaggio, cambiare pelle a seconda delle circostanze. Non hanno un’idea di società da costruire, ma solo la capacità darwiniana di reggere l’urto, di stare in piedi qualunque sia la direzione imposta. Il loro mestiere è recitare, mantenere la corsa, trasformare in normalità ciò che in altre epoche sarebbe stato percepito come scandaloso.

Il risultato è una grande sceneggiata o se volete tragedia. A livello formale ci sono elezioni, dibattiti nei salotti, estenuanti campagne elettorali, accuse reciproche, veleni. A livello sostanziale i protagonisti sono sempre gli stessi: i proprietari del mezzo, i tecnocrati incaricati di guidare o seduti vicino ai politici con il gps in mano, tutti  che recitano il copione. Gli investitori decidono come dobbiamo vivere e spendere, i governi fissano le regole del gioco in loro funzione, i cittadini accettano la parte di spettatori e passeggeri.

La vera domanda allora non è più chi guida la macchina, ma se esiste ancora la possibilità di cambiare direzione. Se i passeggeri possono scendere e immaginare un altro veicolo, diverso per natura e destinazione. Perché, continuando a correre così, la strada non porta a un futuro condiviso, ma a un baratro dove profitto e potere sopravvivono, e la comunità umana si dissolve.

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