Ci sono persone che, per mestiere e coscienza, scelgono di guardare dove gli altri distolgono lo sguardo. Francesca Albanese è una di queste. Giurista italiana, specializzata in diritti umani e Medio Oriente, dal maggio 2022 è Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati. Il suo mandato è indipendente: indagare, documentare, riferire. Non difendere governi, ma la legalità internazionale e la vita civile di chi non ha voce. Questo fa da oltre vent’anni, dopo esperienze con l’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani e con l’UNRWA, e con un lavoro accademico rilevante, fra cui il volume di riferimento sui rifugiati palestinesi pubblicato da Oxford University Press. È, semplicemente, una professionista che applica il diritto ai fatti, come dovrebbe essere normale in una comunità internazionale che crede nella legge.
Il suo profilo pubblico si definisce attraverso i rapporti, non attraverso gli slogan. Nel marzo 2024 presenta al Consiglio ONU per i Diritti Umani Anatomy of a Genocide, ricostruzione giuridica e fattuale dei crimini commessi a Gaza, concludendo che ci sono “ragionevoli motivi” per ritenere in corso un genocidio. A ottobre 2024 approfondisce il nesso storico tra colonialismo d’insediamento e distruzione del gruppo, e nel giugno 2025 consegna From Economy of Occupation to Economy of Genocide, spostando l’attenzione sul circuito economico che alimenta la guerra e l’occupazione. Sono testi tecnici, fondati su metodo e fonti, che chiedono responsabilità individuali e statali, non odi di parte.
La conseguenza — quasi inevitabile quando si toccano nervi scoperti — è stata un’ondata di attacchi personali e richieste di dimissioni. A fine 2024 il governo israeliano ne chiede apertamente la rimozione, accusandola di “distorcere il diritto”. Albanese risponde tenendosi ai fatti e al mandato. Nel 2025 arriva un salto di qualità: gli Stati Uniti la sanzionano ufficialmente, una misura senza precedenti contro un Relatore Speciale per il solo esercizio del mandato, mentre l’Unione Europea prende le distanze da quella decisione esprimendo “profondo rammarico”. Le sanzioni cercano di punire proprio ciò che si vorrebbe da un esperto indipendente: che nomini responsabilità, solleciti il rispetto del diritto, indichi anche le complicità economiche.
Qui si innesta un punto cruciale della sua opera recente: l’intreccio tra guerra e affari. Nel rapporto del giugno 2025 Albanese elenca e motiva un novero di imprese — anche statunitensi e di altri Paesi — la cui attività “abilita” l’occupazione e l’offensiva su Gaza, proponendo rimedi giuridici e politici per interrompere le complicità. Il contenuto viene ripreso da testate internazionali che ne sottolineano l’impatto pubblico: non un gesto militante, ma l’applicazione di principi di responsabilità d’impresa ai teatri di conflitto. È precisamente dopo questo lavoro che la pressione politica contro di lei si intensifica.
Sulla sua persona si è combattuta anche una battaglia simbolica: c’è chi ha provato a delegittimare il mandato, chi ha sostenuto che non dovesse essere rinnovato, chi ha chiesto di rimuoverla. Nello stesso periodo altre fonti hanno confermato la prosecuzione dell’incarico, segno di un confronto aspro ma anche della tenuta istituzionale delle procedure speciali del Consiglio Diritti Umani. Al netto della propaganda, la sua attività continua, sostenuta da reti della società civile e da studiosi che hanno denunciato campagne diffamatorie contro il suo lavoro.
C’è poi la dimensione umana, che spesso si finge irrilevante. Le sanzioni non sono solo un atto politico: incidono sulla vita concreta di una persona e della sua famiglia, limitano viaggi, accessi, conti, generano costi legali, espongono a campagne d’odio. Il prezzo per aver parlato in modo documentato è fatto anche di isolamento, caricature mediatiche, minacce, pressioni istituzionali. Eppure, proprio questa pressione è la prova indiretta dell’utilità del suo lavoro: se non contasse, non verrebbe colpita.
A chi le rimprovera “parzialità”, i dossier rispondono con la sostanza: tipologie di crimini, norme applicabili, responsabilità, catene di comando, filiere economiche e finanziarie. La parola “genocidio” non è usata come clava morale, ma come categoria giuridica con criteri precisi; la parola “complicità” non è un’invettiva, ma un rinvio a obblighi degli Stati e doveri delle imprese. Che questo disturbi è comprensibile. Che per questo si tenti di silenziare una Relatrice Speciale è intollerabile.
In Italia, le opposizioni parlamentari hanno chiesto che il governo tuteli Francesca Albanese dopo le sanzioni statunitensi, mentre Amnesty International e l’ANPI hanno espresso solidarietà. Eppure il silenzio dell’esecutivo resta imbarazzante. Albanese, da parte sua, ha dichiarato che continuerà a fare quello che deve fare, pur riconoscendo che sarà impegnativo, ma senza intenzione di fermarsi.
Affronta la situazione pubblica con determinazione, fatica e consapevolezza del prezzo che comporta. Racconta che il ruolo la porta a pressioni intense: preparare rapporti con urgenza, interagire con istituzioni che la osteggiano, ricevere minacce. Al tempo stesso coltiva momenti privati, familiari, letture, rare pause che le permettono di resistere. Il suo incarico è onorifico e non retribuito, e ciò la costringe a sostenersi con risorse personali e con il supporto di reti accademiche, associative e civili che la difendono e la accompagnano.
La sua strategia è sempre la stessa: documenti, rapporti metodologici, fonti. Risponde alle accuse chiarendo che le critiche non sono contro un popolo ma contro politiche statali e atti concreti. Mantiene visibilità pubblica attraverso conferenze, interviste, rapporti, consapevole che la trasparenza è una forma di difesa. E resiste non con la rabbia, ma con la dignità di chi difende il diritto internazionale come argine ai rapporti di forza.
Perché scrivo oggi di Francesca Albanese? Perché la stimo, la apprezzo, la considero un esempio. Perché raccontare la sproporzione tra l’armamentario politico-mediatico usato contro di lei e la sobrietà con cui presenta fatti e norme significa ricordare che, in ogni epoca, i funzionari che prendono sul serio i doveri dell’ufficio pagano un prezzo alto. Forse non basterà, perché gli apparati che prosperano sull’opacità hanno risorse immense. Ma so che, nella storia, restano i documenti ben fatti. Se un giorno qualcuno vorrà capire com’è stato possibile ciò che oggi accade, ritroverà quei rapporti, quelle liste, quelle raccomandazioni. E tra le firme ci sarà la sua. A noi, adesso, spetta renderle giustizia: non con l’agiografia, ma con la chiarezza sui fatti e con la gratitudine dovuta a chi, pagandone il prezzo, ha rifiutato l’indifferenza. Grazie Francesca.
E forse, in questo suo resistere con fermezza, Francesca Albanese ricorda le parole di Albert Camus: «In mezzo all’inverno ho scoperto che vi era in me un’invincibile estate.»