Scrivo con tanta cautela sapendo di affrontare un tema delicatissimo. Nella mia vita ho visitato Gerusalemme una sola volta, in due giorni, pochissimo tempo ma ne conservo un ricordo indelebile. Anche chi non è credente respira un’aria sacra. E camminando nelle piccole strade caratteristiche o visitando chiese ed edifici religiosi, storici si comprende quanto grande deve essere ( dovrebbe essere) il rispetto reciproco tra le religioni. Parlando della mia esperienza, ho vissuto lo scarto tra una sensazione di solidità di pietre e di fedi e una impressione di equilibrio precario tra le genti che vivono in Gerusalemme. Le poche righe che seguiranno sono un minuscolo riassunto di alcune mie letture tratte da testi che ritengo seri ed autorevoli. Scrivo perchè sono molto preoccupato per quanto potrà succedere nel futuro. Scrivo usando termini che non vogliono esprimere giudizi ma appartengono ormai al lessico usato da autori e giornalisti nel raccontare scenari bellici in una terra che dovrebbe parlare solo di Pace e Fratellanza.
Gerusalemme, città sacra per cristiani, ebrei e musulmani, continua a vivere sospesa tra fede e conflitto, simbolo di un intreccio inestricabile di storia, religione e politica. Dopo la conquista israeliana di Gerusalemme Est nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, l’unificazione della città ha dato il via a un progetto di ebraizzazione che non si è mai fermato. Non si tratta soltanto di urbanistica o demografia: dal momento in cui i paracadutisti israeliani issarono le bandiere al Muro del Pianto e il rabbino Shlomo Goren vi suonò lo shofar, la conquista militare fu trasformata in liturgia collettiva, in fondamento spirituale di una rivendicazione che ancora oggi risuona.
Quel passaggio ha segnato la nascita di un movimento che intreccia religione e politica. Gruppi come il Temple Institute e il Temple Mount Faithful predicano apertamente la ricostruzione del Tempio di Salomone, anche a costo di distruggere la Moschea di Al-Aqsa e la Cupola della Roccia, due tra i luoghi più sacri dell’Islam. Se un tempo questi fanatici erano marginali, oggi godono di ampi consensi e agganci nelle istituzioni, fino a toccare le alte sfere del governo israeliano. Le “passeggiate” provocatorie del ministro Itamar Ben-Gvir sulla Spianata delle Moschee, accompagnato da centinaia di devoti, sono il segno di una mutata realtà: lo status quo che aveva retto per decenni, garantendo un fragile equilibrio tra le fedi, si sta sgretolando.
Questa erosione dello status quo non è un dettaglio, ma un detonatore potenziale. Perché, se la questione israelo-palestinese è da sempre percepita come una disputa territoriale, con i suoi drammi e i suoi equilibri precari, il rischio oggi è che essa si trasformi in uno scontro religioso frontale. E uno scontro religioso, per la sua natura totalizzante, non ammette compromessi. La sacralità assoluta del Monte del Tempio, della Spianata delle Moschee, del Santo Sepolcro non può essere divisa o negoziata senza urtare milioni di coscienze nel mondo.
La pericolosità è evidente: qualsiasi gesto simbolico, qualsiasi violazione percepita – anche solo un ingresso non autorizzato, una preghiera pronunciata dove non dovrebbe – può diventare miccia di un incendio globale. Già la Seconda Intifada nacque da una visita provocatoria di Ariel Sharon sulla Spianata. Oggi, con un governo israeliano dominato da forze ultranazionaliste e con i movimenti religiosi radicali più influenti che mai, lo scenario rischia di ripetersi su scala maggiore.
Gli scenari futuri oscillano tra l’incrinatura e la rottura definitiva. Da un lato, la prosecuzione lenta ma inesorabile dell’ebraizzazione della città, con insediamenti, restrizioni ai palestinesi e progressiva marginalizzazione delle loro comunità; dall’altro, l’innesco di una nuova ondata di sollevazioni popolari, non solo nei Territori occupati ma in tutto il mondo arabo-islamico. Non si può escludere nemmeno una degenerazione più ampia: la trasformazione della contesa in guerra di religione, un “tutti contro tutti” che supererebbe i confini di Israele e Palestina, coinvolgendo attori regionali e internazionali.
In questa prospettiva, la voce della Giordania, custode dei luoghi santi, che avverte di non superare le “linee rosse”, suona come l’ultimo campanello d’allarme. Ma il monito sembra cadere nel vuoto, mentre le visite di massa di fedeli ebrei alla Spianata continuano, incoraggiate dai ministri di governo. Ciò che era un tempo impensabile sta diventando normalizzato, e ogni passo compiuto oggi può avere conseguenze irreversibili domani.
Gerusalemme non è solo una città: è un microcosmo di simboli universali. Per questo, ciò che accade tra le sue mura non resta confinato lì, ma si riverbera nel mondo intero. Se la dimensione religiosa prenderà definitivamente il sopravvento, il conflitto israelo-palestinese non sarà più questione di confini o di due popoli in lotta per la terra. Diventerà guerra santa, con tutto il suo portato di fanatismo, radicalizzazione e violenza incontrollabile. Una prospettiva che non è soltanto un pericolo per il Medio Oriente, ma per l’intera comunità internazionale.
Il dramma che si vive, almeno per quanto mi riguarda, leggendo ed approfondendo è vedere lo smarrimento e la preoccupazione tra chi teme possano accadere fatti inimmaginabili e chi scrive per spingere la situazione verso forme di violenza sempre più estreme.
