“La potatura” di Maura Ruffini

Racconto (con riflessione) di Maura tratto dal suo libro di prossima pubblicazione.

Mio cognato lavorava la terra, era un contadino, un contadino di una volta quando i trattori nei campi si contavano sulla punta delle dita di una mano e, per lui, possederne uno restava un miraggio.

In casi eccezionali, noleggiava il mezzo agricolo con guida inclusa, per utilizzare macchinari speciali quando le mani e i piccoli attrezzi sarebbero risultati inadeguati.

A quei tempi, chi lavorava la terra doveva affidarsi soltanto alla forza delle proprie braccia: mungere le vacche, irrigare i campi, seminare, mietere e raccogliere il fieno per l’inverno. Gesti sempre uguali che si ripetevano di giorno in giorno e di stagione in stagione.  Pochi e semplici strumenti potevano alleviare, in parte, la fatica e velocizzare le operazioni.

Anche il silo veniva preparato con l’impiego della sola forca. Bracciata dopo bracciata le foglie venivano accatastate le une sulle altre e pressate il più possibile, per impedire il contatto con l’aria, sino a ricavarne una grossa torre cilindrica destinata alla conservazione del foraggio per il bestiame.

Mio cognato, di tanto in tanto, per sostenere il bilancio familiare, lavorava anche per conto terzi.  Dire che se ne occupava nel tempo libero è un’eresia. Di tempo libero non aveva proprio, ma in qualche modo, facendo di necessità virtù, riusciva a trovarlo.

Insieme al fratello, si occupava del taglio dell’erba sulle rive dei fossati o sugli argini del Po. Il terreno era in pendenza e, per riuscire a mantenersi in equilibrio dovendo manovrare con padronanza il ferro da segare, la fatica era parecchia.

Nella stagione adatta si rendeva necessario anche potare. Io guardavo mentre sfoltiva, sfrondava, spuntava con destrezza e mi meravigliavo della quantità enorme di rami che cadevano a terra, talmente tanti che mi sembravano troppi.

“Ma togli molta legna, poi l’anno prossimo non crescerà più niente!” gli dicevo.

Senza scomodare la botanica o ricorrere a spiegazioni razional-scientifiche, si fermava un attimo, lo sguardo vigile, accompagnato da un sorriso pacato, rispondeva con la consapevolezza di stupire:

“Ascolta bene, avvicinati, l’albero parla e sussurra: più mi fai povero e più ti farò ricco”.

Quella frase così essenziale e precisa mi bastò per capire. Era la frase perfetta che avrebbe convinto chiunque. Parole argute, senza aggiunte inutili, ricche di una poesia semplice, e di una sapienza che affonda le sue radici in tempi lontani. Sapeva come parlare alle persone, nessuno glielo aveva insegnato, possedeva un talento naturale, una maniera di esprimersi che, ripensandoci, trovo adorabile.

Ho sempre presente quella risposta. Oggi, quando al giardiniere, che pota gli alberi del parco condominiale, chiedo quali parole sussurra la pianta, vedo soltanto uno sguardo che mi fissa per qualche istante con espressione interrogativa e bonaria.

Potrei spiegarglielo, forse non ha compreso bene il senso della mia domanda, ma intuisco da subito che la cosa migliore da fare è lasciar cadere l’argomento. Per un attimo, quel ragazzo sembra sul punto di intervenire, ma si limita a stringersi nelle spalle, guarda altrove e continua il suo lavoro come se nulla fosse accaduto.

Resto dell’idea che occorra giocare con l’ironia, è lì che risiede la salute!

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