Le affinità elettive: dalla chimica al cuore dell’uomo

L’espressione “affinità elettive” nasce lontano dall’amore e dalla letteratura: appartiene al linguaggio della chimica del Settecento. I chimici di allora notarono che alcune sostanze, messe a contatto, tendevano a combinarsi preferenzialmente con certe altre piuttosto che con altre. Non era una scelta consapevole, ma un comportamento naturale che sembrava frutto di una misteriosa attrazione. Goethe, grande osservatore della natura e dell’animo umano, seppe cogliere la potenza di questa metafora e nel 1809 pubblicò il suo romanzo Die Wahlverwandtschaften, tradotto in italiano con Le affinità elettive. Qui la legge naturale diventa parabola dei sentimenti: gli uomini, come gli elementi, sembrano cercarsi e trovarsi per una forza più grande della volontà, una necessità oscura e irresistibile che può unire ma anche distruggere.

Da allora l’espressione ha lasciato il laboratorio e il romanzo per entrare nel linguaggio comune, caricandosi di risonanze filosofiche e poetiche. Nel Romanticismo ha incarnato l’idea dell’amore fatale, quello che travolge e sovverte le regole sociali. Nel Novecento, Walter Benjamin, leggendo Goethe, vide nelle affinità non solo una questione di passione ma un potere della natura che vincola l’individuo, una necessità tragica. Altri pensatori, come Freud, hanno intuito nelle attrazioni profonde tra le persone la forza dell’inconscio, mentre Baudelaire, parlando di “corrispondenze”, ha evocato lo stesso senso di legami misteriosi che uniscono esseri e mondi apparentemente lontani.

La letteratura italiana non è rimasta indifferente: in Montale l’affinità diventa rivelazione improvvisa, lampo di senso in un mondo arido; in Pavese si trasforma in complicità tacita, intesa immediata che non ha bisogno di spiegazioni. In sociologia, Bourdieu ha proposto una lettura più razionale: le affinità nascono spesso da percorsi comuni, da abitudini condivise che creano un terreno naturale d’incontro. Ma la parola ha continuato a vibrare anche oltre le scienze sociali, fino a Bauman, che nella modernità liquida osserva la fragilità dei legami: le affinità si formano ancora, ma si consumano in fretta, private della loro forza di destino.

Oggi, dire “affinità elettive” significa evocare molto più che simpatia o intesa. Non è il semplice “ci capiamo al volo”: è il riconoscimento di un legame che sembra naturale, inevitabile, misteriosamente giusto. Può riguardare l’amore, ma anche l’amicizia, la collaborazione artistica, la politica o il pensiero. È un modo di parlare di quelle rare intese che non si costruiscono con calcoli o interessi, ma nascono spontanee e danno la sensazione di una scelta segreta della vita stessa.

Qualche lettore si riconosce in queste parole?

Il valore simbolico di questa espressione è rimasto intatto. Porta con sé la memoria di Goethe, la suggestione della chimica, le letture filosofiche e poetiche che nei secoli l’hanno accompagnata. E nel presente, in un mondo che spesso riduce i rapporti a calcolo o consumo, parlare di affinità elettive significa ancora evocare la forza del legame autentico, quello che non si spiega ma che cambia la vita di chi lo vive.


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