“Nec spe nec metu”: tre parole latine, apparentemente asciutte, ma in realtà cariche di storia, di filosofia e di suggestione. Letteralmente significano “né con speranza né con timore”, ed è difficile trovare una formula più breve e incisiva per esprimere una visione del mondo tanto radicale. Si tratta di un motto che ha attraversato secoli e culture, riaffiorando in contesti diversi, sempre come richiamo a una virtù antica: la fermezza dell’animo.
Le radici di questo pensiero affondano nello stoicismo romano. Per gli stoici, la libertà interiore si raggiungeva quando l’uomo imparava a non affidare la propria serenità a ciò che non dipende da lui. La speranza, rivolta a un futuro incerto, e la paura, che guarda a un pericolo possibile, sono due facce della stessa medaglia: entrambe ci rendono schiavi di ciò che non possediamo, di ciò che ancora non è accaduto o che forse non accadrà mai. Vivere “nec spe nec metu” significa dunque sottrarsi a questo doppio vincolo, imparando a stare nel presente con lucidità e coraggio. È una sorta di atarassia, di equilibrio interiore, non ottenuto attraverso l’indifferenza, ma attraverso la coscienza della propria misura.
Il motto venne adottato e diffuso in epoca rinascimentale, quando l’Italia era un crocevia di guerre, intrighi politici e fioritura artistica. È celebre il legame con Isabella d’Este Gonzaga, la grande marchesa di Mantova, donna di straordinaria cultura e intelligenza, mecenate di artisti come Mantegna, Tiziano e Leonardo. Isabella scelse queste tre parole come emblema della propria condotta politica e personale. In un tempo in cui le sorti dei principati italiani oscillavano tra alleanze fragili e minacce straniere, la marchesa intendeva esprimere con quel motto la volontà di mantenere una rotta autonoma: non lasciarsi irretire dalle promesse di gloria, né piegare dalla paura delle disfatte. Non a caso, il motto fu anche associato a Francesco Ferdinando d’Ávalos, marchese di Pescara e condottiero spagnolo, uomo d’armi che ben conosceva quanto labili fossero le sorti della guerra e del potere.
La fortuna di “nec spe nec metu” non si esaurì con il Rinascimento. Riemerse in vari contesti culturali e spirituali, dalle accademie letterarie ai circoli massonici, sempre come invito alla temperanza e alla forza interiore. Per alcuni fu un motto filosofico, per altri una guida etica, per altri ancora un emblema di libertà: chi non è governato né dalla speranza né dalla paura diventa, in fondo, inafferrabile.
Il fascino di queste tre parole non sta soltanto nella loro storia, ma nella loro attualità. Viviamo in un mondo in cui la politica, i media e persino l’economia giocano costantemente con le nostre emozioni. Da una parte ci vengono offerte speranze illimitate: progresso, ricchezza, successo, crescita infinita. Dall’altra veniamo bombardati da paure: crisi, pandemie, guerre, catastrofi climatiche. È una danza continua tra promesse e minacce, che spesso serve a spingerci verso scelte già decise da altri. In questo contesto, adottare “nec spe nec metu” come principio personale può essere un atto di resistenza critica. Significa non farsi irretire dalle illusioni di chi vende futuro, né farsi paralizzare dagli spauracchi agitati per ottenere obbedienza. Significa, in fondo, restare liberi.
C’è anche una lettura più intima. Vivere “senza speranza e senza timore” non vuol dire vivere senza desideri, né senza emozioni. Vuol dire piuttosto imparare a distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi. Significa accettare che l’esito delle nostre azioni non è sempre controllabile, ma che la qualità del nostro agire, quella sì, resta nelle nostre mani. È un invito a fare il bene non per la ricompensa che si spera, né per la punizione che si teme, ma per la coerenza con la propria coscienza. È la libertà dell’animo che non si lascia comprare né minacciare.
Il valore intrinseco del motto sta dunque nella sua capacità di tenere insieme forza e leggerezza, disincanto e speranza segreta. Perché se è vero che ci invita a liberarci sia dalla speranza sia dal timore, è anche vero che questa libertà non è mai sterile. È piuttosto la condizione per un agire lucido, radicato nel presente, non piegato da illusioni. È la postura di chi affronta la vita a testa alta, senza farsi trascinare né dall’euforia né dal panico. Forse è questo il motivo per cui un motto nato secoli fa continua a parlarci con voce così limpida: ci ricorda che la vera sovranità dell’uomo sta nel suo cuore, e che nessun potere esterno potrà mai togliergli quella libertà interiore se non sarà lui stesso a concederla.
Oggi, quando tutto sembra congiurare per spingerci a vivere nell’ansia del futuro o nella paura del presente, “nec spe nec metu” può tornare a essere un compagno di viaggio. Non come negazione del desiderio, ma come esercizio di dignità. Non come rinuncia alla speranza, ma come liberazione dalle sue illusioni. Non come rifiuto del timore, ma come capacità di guardarlo negli occhi senza fuggire. Tre parole, scolpite in una lingua antica, ci invitano ancora oggi a un gesto radicalmente moderno: vivere liberi, senza speranze che ci illudano e senza paure che ci schiavizzino.
Il concetto non mi sembrava completo. Ho aggiunto “intelligere”, ci vuole sempre il raziocinio, il ragionamento, il buon senso, non è vero?
