Parlo dei Memoricidi. Quando si parla dell’annientamento di Gaza, l’attenzione si concentra – giustamente – sulle vite spezzate e sul dramma umano. Ma accanto al genocidio delle persone si consuma un altro genocidio, meno visibile ma non meno crudele: quello della memoria. Gaza, da sempre crocevia tra Asia e Africa, terra fertile e aperta al Mediterraneo, custodiva le tracce di cinquemila anni di civiltà. Quelle tracce, oggi, sono state spazzate via sotto le bombe, disperse nel saccheggio o cancellate nell’indifferenza.
Nell’età del bronzo, Gaza era già un avamposto egizio, porta verso Canaan e il Levante. Gli scavi di Dayr al-Balaḥ avevano restituito sarcofagi antropomorfi in terracotta, offerte funerarie e resti di residenze amministrative egizie: testimonianze uniche della presenza faraonica tra il XIV e il XIII secolo a.C. Molti di quei reperti furono trafugati decenni fa e finirono nelle collezioni private di uomini potenti, come Moshe Dayan, o nei musei israeliani. Quel che restava a Gaza è stato polverizzato dai bombardamenti.
Il tempo dei Cananei e dei Filistei, popoli che abitarono la regione tra il XII e l’VIII secolo a.C., aveva lasciato ceramiche, strumenti quotidiani, armi e gioielli raccolti in musei locali come quello di Al-Qarara. Quelle collezioni, faticosamente messe insieme da famiglie palestinesi per sottrarle al mercato nero, sono state rase al suolo in pochi minuti.
Poi venne l’epoca dei Greci e dei Romani, che fecero di Gaza una città florida, dotata di un porto, Anthedon, che l’UNESCO aveva già riconosciuto come patrimonio universale. Le tracce di mosaici, colonne e necropoli romane raccontavano di una civiltà viva e cosmopolita. Quel porto, che per secoli aveva accolto navi cariche di spezie, vetri e tessuti, è stato sbriciolato dalle bombe. Della necropoli di Rafah, con le sue tombe romane, restano soltanto macerie e fotografie d’archivio.
L’età bizantina aveva lasciato a Gaza alcune delle più antiche chiese della cristianità: la basilica di Jabalia con i suoi mosaici del V secolo, la chiesa di San Porfirio, ancora oggi luogo di culto dei cristiani ortodossi, e il monastero di Saint Hilarion, culla del monachesimo palestinese, fondato nel IV secolo. Tutti questi siti sono stati distrutti o gravemente danneggiati. I mosaici bizantini, che ancora splendevano sotto la luce del sole, sono stati ridotti a frammenti irriconoscibili.
Con l’arrivo dell’islam, Gaza divenne un centro importante per gli Omayyadi, gli Abbasidi, i Mamelucchi e gli Ottomani. La Grande Moschea Omari, sorta sulle fondamenta di una chiesa bizantina e trasformata nei secoli da Crociati, Mamelucchi e Ottomani, era considerata uno dei monumenti più belli della città. Al suo interno erano custoditi manoscritti rari, biblioteche e archivi religiosi. Il 7 dicembre 2023, un bombardamento l’ha distrutta. Lo stesso destino ha avuto l’Hammam al-Samara, un bagno pubblico di epoca medievale, e i mercati storici come quello di Al-Qissariya, cuore pulsante della vita cittadina.
Gli Ottomani avevano lasciato caravanserragli, fortificazioni e palazzi, tra cui il Palazzo Pasha e la fortezza di Khan Younis. Anche questi segni di un impero che aveva retto Gaza per quattro secoli sono stati colpiti.
Ciò che emerge da questa linea del tempo non è soltanto l’elenco delle perdite archeologiche, ma la consapevolezza di uno sterminio culturale. Gaza non è più soltanto una città devastata: è un vuoto nella storia universale. Ogni civiltà che vi è passata – egizi, cananei, greci, romani, bizantini, arabi, ottomani – aveva lasciato un tassello della memoria collettiva. Ora quei tasselli giacciono sotto le macerie.
Distruggere un museo o un sito archeologico non significa solo cancellare il passato: significa privare un popolo del diritto di raccontarsi, spezzare la continuità tra le generazioni, negare che esista una radice a cui aggrapparsi. È una ferita che non riguarda soltanto i palestinesi, ma l’intera umanità. Ogni reperto distrutto a Gaza è un pezzo di storia comune che non potremo più restituire.
Per questo, quando si parla di Gaza oggi, bisogna ricordare non soltanto i morti e i vivi che resistono, ma anche i millenni di storia sepolti sotto le macerie. Gaza era un ponte di civiltà. La sua cancellazione, culturale e materiale, è la prova che ci troviamo di fronte non a una guerra, ma a un genocidio totale: delle persone, della memoria e del futuro.


Deletum in aeternum.
Paradiso, canto XV (versi 106-108) – Cacciaguida
«Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.»
Dovrai lasciare tutte le cose che più ami: e questa sarà la prima ferita che l’arco dell’esilio ti scaglierà.
Come Dante esule, anche i palestinesi hanno perso la loro terra e i loro beni: l’esilio e la Nakba sono frecce che ancora oggi trapassano le generazioni. Il tema dell’esilio, cioè della perdita della patria e delle radici, tocca Dante come Gaza oggi: è l’essere strappati al proprio mondo, cancellati dalla propria storia.