Il capro espiatorio

Ci sono parole che nascono in mondi lontani e arrivano fino a noi portando dentro il suono di tutte le colpe del mondo. “Capro espiatorio” è una di queste.
Il termine, oggi usato in televisione, sui giornali o nei dibattiti per indicare il colpevole di comodo, ha origini sacre e tremende. Guarda caso! Nel Levitico, libro della Torah e dell’Antico Testamento, è descritto un rito che si svolgeva una volta l’anno: due capri venivano sorteggiati, uno sacrificato al Signore, l’altro caricato simbolicamente di tutte le colpe del popolo e mandato nel deserto, “per Azazel”. Quel secondo animale, condannato a portare su di sé la colpa di tutti, era il vero capro espiatorio.
Il gesto era terribile e purificatore insieme. L’innocente allontanato, abbandonato nella solitudine, diventava il tramite attraverso cui la comunità scaricava la propria impurità morale. Da quel momento il popolo poteva ricominciare a vivere, lavato dal sacrificio altrui.

Molto prima della Bibbia, i Greci avevano già conosciuto un rito simile: il pharmakós. Quando la città era colpita da una pestilenza o da una crisi, si sceglieva un individuo marginale – uno schiavo, un mendicante, uno storpio – che veniva condotto in processione, insultato, percosso e infine espulso o ucciso. L’idea era la stessa: trasferire il male su un corpo e liberarsene. L’antropologia e la filosofia hanno poi spiegato che questa pratica risponde a una logica profonda: l’uomo, incapace di sopportare l’incertezza del male diffuso, ha bisogno di un bersaglio concreto, di un volto su cui fissare la colpa.

Con il passare dei secoli, il “capro espiatorio” è diventato una figura simbolica, poi morale, poi politica. È il meccanismo attraverso cui una società, di fronte a una crisi o a un conflitto, sceglie un colpevole da sacrificare per ritrovare la pace. L’antropologo e filosofo René Girard, nel suo studio sul desiderio mimetico, ha mostrato come questo schema si ripeta ovunque: la rivalità genera tensione, la tensione produce violenza, la violenza esplode e viene poi riassorbita nel sacrificio di uno solo. È il modo con cui le civiltà antiche si sono salvate dall’autodistruzione, ma anche la matrice occulta di molti poteri moderni.

Nella religione il capro espiatorio è il simbolo dell’espiazione collettiva. Nella letteratura diventa il volto dell’innocente sacrificato – da Edipo a Jean Valjean, fino a Dostoevskij e Kafka – figure che pagano per un male più grande di loro. Nel diritto penale, la logica dell’espiazione sopravvive in modo mascherato: quando un funzionario minore viene condannato per coprire una catena di responsabilità superiori, il meccanismo sacrificale rivive nella sua forma laica. Ma è nel linguaggio giornalistico e politico che la formula “capro espiatorio” ha assunto il suo significato più abusato e più rivelatore.
Ogni volta che un governo, un’azienda, un gruppo di potere cerca di nascondere le cause profonde di un disastro, punta il dito contro un singolo: un tecnico, un dirigente, un migrante, un capro ideale. Il pubblico, affamato di semplificazioni, trova conforto nel sapere “chi è il colpevole”. L’ira collettiva si placa, la macchina riparte, nulla cambia.

Il significato autentico, però, non è quello della colpa di comodo: è quello della colpa trasferita. Il capro espiatorio è un innocente che assorbe il peccato degli altri. Non serve a fare giustizia, ma a ristabilire l’ordine apparente, a conservare il sistema in equilibrio.
Girard scrisse che la civiltà nasce dal sangue delle vittime sacrificali, ma può rinascere solo quando riconosce l’innocenza del capro. È la rivelazione cristiana a rompere il cerchio: la croce, nella sua crudeltà, mostra il meccanismo per quello che è – l’uccisione dell’innocente da parte della moltitudine – e lo rovescia in coscienza. Da quel momento, chi cerca capri da sacrificare si condanna moralmente da solo.

Mi spiego meglio.

Quando René Girard parla della “rivelazione cristiana come fine del meccanismo sacrificale”, intende dire questo: per millenni, le società umane hanno mantenuto la pace interna scaricando la violenza collettiva su una vittima. Era un rito di “purificazione”: la comunità si salvava espellendo un colpevole — vero o presunto — che assorbiva su di sé la colpa di tutti. Il meccanismo funzionava proprio perché non veniva riconosciuto come tale: la vittima era ritenuta realmente colpevole o posseduta dal male, quindi il suo sacrificio appariva giusto, addirittura sacro.

La novità cristiana consiste nel fatto che, per la prima volta nella storia dei miti, la vittima parla e viene riconosciuta innocente.
Il racconto evangelico non mostra un dio che chiede un sacrificio, ma un dio che si fa vittima del sacrificio umano.
La croce, nella sua nudità, smaschera il meccanismo: mostra che la violenza non viene da Dio ma dagli uomini; che l’ordine ottenuto con il sangue è fondato su una menzogna; che la moltitudine, convinta di agire per la giustizia, in realtà uccide un giusto.

Per questo Girard scrive che il cristianesimo è “rivelazione, non religione”: non introduce un nuovo culto, ma rivela la verità nascosta di tutti i culti precedenti. Gesù non è un altro capro espiatorio: è il capro espiatorio che svela l’ingiustizia del sacrificio. E nel momento in cui lo svela, rende impossibile continuare a credere ingenuamente nella bontà del meccanismo.
Da quel giorno, chi ancora cerca vittime da colpire — fisicamente, moralmente o mediaticamente — lo fa nella piena coscienza del male che compie. Non può più rifugiarsi nell’alibi della necessità, del rito, della purificazione collettiva.

In questo senso, “chi cerca capri da sacrificare si condanna moralmente da solo”: perché la croce ha tolto il velo all’antico inganno. La verità del sacrificio è ormai nota: è l’omicidio dell’innocente travestito da atto di giustizia.
Dopo Cristo, ogni persecuzione è doppiamente colpevole: non solo perché uccide o umilia, ma perché sa di farlo.

Ecco perché il Vangelo non abolisce il male, ma lo illumina: porta alla coscienza ciò che prima era nascosto nell’ombra dei riti.
La redenzione, in questo senso, non è solo teologica ma antropologica: l’umanità, riconoscendo la propria violenza proiettata sull’altro, può finalmente interrompere il ciclo dei sacrifici.

Questa consapevolezza, naturalmente, è ancora incompiuta. La storia continua a produrre nuovi capri espiatori — politici, religiosi, sociali, mediatici — ma ogni volta con un grado di ipocrisia più grande, perché non possiamo più fingere di non sapere.
La croce, in fondo, è lo specchio che ci obbliga a guardarci dentro.

Nell’età moderna il capro espiatorio ha cambiato volto. Non più un animale o un escluso, ma un individuo scelto dalla stampa, dalla politica o dai social per assorbire la rabbia collettiva. I casi storici abbondano: il capitano Dreyfus, condannato in Francia alla fine dell’Ottocento perché ebreo; Sacco e Vanzetti, negli Stati Uniti; e poi, in forme più sottili, i leader o gli intellettuali demonizzati per aver detto verità scomode.
Oggi la gogna si è digitalizzata: i social network permettono di creare e distruggere un capro espiatorio in poche ore. Una parola fuori posto, una foto, un tweet bastano per accendere la folla virtuale. Il rituale è sempre lo stesso: identificazione del colpevole, indignazione collettiva, espulsione simbolica, sollievo momentaneo. Poi il ciclo ricomincia.

Eppure non possiamo farne a meno. La paura e la colpa sono energie potenti: quando non trovano un canale di elaborazione, cercano una vittima. Ogni sistema politico lo sa e lo utilizza. Si parla di “poteri forti” o di “populismi”, ma il principio è identico: fornire alla gente un nemico per distrarla dalle cause reali del disagio. Oggi il capro può essere il migrante, il povero, il dissidente, il maestro che educa a pensare, la minoranza che non si conforma.
In tutti questi casi, il meccanismo produce un vantaggio immediato: sposta la colpa, cancella la responsabilità diffusa, dà l’illusione della purezza. Ma il prezzo è altissimo: la verità si allontana, e con essa la giustizia.

Ogni epoca, se vuole salvarsi, deve imparare a riconoscere il momento in cui sta costruendo il proprio capro espiatorio. È lì che comincia la menzogna collettiva.
La conoscenza autentica non è nel punire, ma nel capire; non nel trovare un colpevole, ma nel guardare la catena delle cause.
Quando una società smette di cercare capri e comincia a interrogarsi su se stessa, diventa adulta. Fino ad allora, continuerà a gettare nel deserto i propri innocenti.

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