Patrick Lawrence, giornalista e saggista americano, ha scritto uno dei testi che io ritengo più lucidi e impietosi apparsi negli ultimi mesi sul tema di Gaza e sulla complicità morale dei media occidentali.
Il suo articolo è un atto d’accusa contro la manipolazione narrativa che accompagna il racconto israeliano nei grandi giornali, in particolare sul New York Times. Ma è anche, e soprattutto, una riflessione sulla memoria, sulla menzogna e sull’impossibilità morale di tornare alla “zona di comfort” dopo un genocidio.
Lawrence prende spunto da un articolo di David Halbfinger, capo dell’ufficio di Gerusalemme del New York Times, intitolato “Un nuovo test per Israele: riuscirà a ricucire i suoi legami con gli americani?”.
Halbfinger, scrive Lawrence, non pone domande ma cerca di aggiustare la narrazione: non di capire, ma di ricucire; non di indagare, ma di normalizzare l’orrore. Il suo obiettivo è capire come Israele e i suoi alleati possano recuperare consenso, come se bastasse fermare le bombe per ritornare al quieto vivere dell’Occidente distratto.
Lawrence nota che l’autore intervista solo esponenti del sistema – accademici, sionisti israeliani e americani – ignorando completamente le vittime e quei giovani americani che, con crescente lucidità morale, si sono voltati da un’altra parte, rifiutando di giustificare l’ingiustificabile.
Uno di loro, lo studioso Shibley Telhami, ha definito questa epoca “la generazione di Gaza”, paragonandola alla generazione del Vietnam o di Pearl Harbor: un trauma collettivo che segnerà un’intera era della coscienza.
Ma Halbfinger non approfondisce. Si limita a chiedersi come “ripulire l’immagine di Israele”.
Patrick Lawrence non gli perdona questa leggerezza morale.
Denuncia la rimozione sistematica della verità: la guerra non è finita, scrive, ma solo rinominata. Si parla di “fine della guerra” invece che di fine di una campagna di annientamento.
Il Cost of War Project della Brown University ha stimato 236.000 vittime tra morti e feriti, oltre il dieci per cento della popolazione di Gaza. Numeri che non lasciano spazio alla retorica.
Lawrence cita Norman Finkelstein, uno degli intellettuali ebrei più onesti e coraggiosi: “Tutti conoscono il quadro generale, a meno che non abbiano un interesse materiale nel mentire.”
E torna al 1948, all’origine del dramma, ricordando le parole di David Ben-Gurion: “Siamo venuti e abbiamo rubato il loro Paese.”
Ogni tentativo di negare quella verità, osserva, genera nuovi crimini. È il peccato che si aggiunge al peccato: la menzogna che si somma alla violenza.
La sua conclusione è un colpo di luce e di amarezza.
Richiama Hegel: i popoli non imparano nulla dalla storia, e dunque il male si ripete.
Senza una verità riconosciuta, senza un processo di giustizia e riconciliazione come quello del Sudafrica post-apartheid, Gaza non potrà mai davvero conoscere la pace.
Il dolore rimarrà nel corpo vivo dell’umanità, come una ferita che non guarisce.
Lawrence non scrive da attivista ma da testimone morale, come Chris Hedges o Gideon Levy. Il suo bersaglio non è un singolo governo, ma il sistema dell’informazione occidentale che finge neutralità per non compromettere i propri interessi geopolitici.
Non si può tornare alla normalità dopo un genocidio trasmesso in diretta.
Non si può chiamare “equilibrio” l’indifferenza.
Il concetto di “zona di comfort”, al centro dell’articolo, diventa il simbolo di un’anestesia collettiva. È la condizione psicologica dell’Occidente che preferisce dimenticare per non dover giudicare, e soprattutto per non doversi guardare allo specchio.
Lawrence ci ricorda che chi mente sulla storia si condanna a ripeterla.
Il suo testo è di un valore etico e giornalistico raro. Non è solo analisi, è purificazione. Il tono è quasi sacerdotale, ma nel senso laico del termine: un rito della verità contro l’ipocrisia.
Nel suo sguardo si sente la voce di chi non vuole arrendersi all’idea che la menzogna sia destino.
La forza di Patrick Lawrence è nel mostrare che la memoria non è un lusso, ma una necessità morale.
Dal punto di vista storico, il suo articolo è una testimonianza destinata a durare: contribuisce a fissare, nella coscienza del nostro tempo, il significato di Gaza come punto di non ritorno della civiltà.
Dal punto di vista morale, è un monito: nessuna pace è possibile se si dimenticano i morti, se si rimuove il crimine, se si accetta la normalità dell’ingiustizia.
La vera domanda, scrive Lawrence, non è come Israele ricucirà i legami con l’America, ma come l’umanità ricucirà i legami con la propria coscienza.
Perché il genocidio non riguarda solo Gaza. Riguarda la tenuta morale del mondo intero.
