(ispirato e tratto da un articolo di Giorgio Dell’Arti e al saggio di Umberto Mojmir Ježek, “Chi ha scritto Shakespeare? È stato John Florio!?” – Graus Edizioni) Consiglio vivamente la lettura dei testi originali.

L’enigma più grande della letteratura
“Sono quasi ossessionato dalla convinzione che il divino William sia la frode più grande e di maggior successo mai praticata in un mondo paziente”, scriveva Henry James.
Quella frase, lucida come una spada, apre un mistero che ancora oggi vibra di vita: chi fu davvero Shakespeare?
Fu l’attore di Stratford, con la sua grafia incerta e la famiglia analfabeta?
O fu un’altra mente — più colta, più viaggiata, più europea — a dare forma a quella lingua che avrebbe generato il teatro moderno?
Nel suo recente saggio, Chi ha scritto Shakespeare? È stato John Florio!?, Umberto Mojmir Ježek, e nei due articoli che Giorgio Dell’Arti gli dedica, riemerge con forza la figura di John Florio, umanista anglo-italiano, traduttore, lessicografo, maestro di lingua italiana alla corte elisabettiana.
Un uomo che conosceva Dante e Machiavelli, che parlava le lingue d’Europa, e che introdusse centinaia di parole nuove nell’inglese.
Il sospetto — sempre più solido — è che il vero Shakespeare non sia mai esistito come singolo, ma come sintesi di un laboratorio umano e culturale: una cooperativa del genio.
Florio, l’uomo che insegnò a Shakespeare a parlare
Florio (lo vediamo qui sopra in un ritratto elisabettiano in chiaroscuro) nasce a Londra nel 1552, figlio di Michel Agnolo Florio, frate francescano toscano convertito e rifugiato politico.
Cresce tra Inghilterra, Svizzera e Italia, respira lingue e culture diverse, traduce Montaigne e arricchisce l’inglese di parole nuove, tra cui enskied — invenzione poetica ispirata a Dante, dal suo “incielare”.
Nel 1598 pubblica un dizionario che cambierà per sempre la lingua inglese.
Gli studi linguistici recenti, sostenuti dall’intelligenza artificiale, mostrano migliaia di corrispondenze tra le opere di Florio e quelle di Shakespeare, inclusi oltre cinquemila hapax legomena — parole uniche, dette una sola volta, presenti in entrambi.
Parole, proverbi, frasi idiomatiche, strutture sintattiche: una simmetria impressionante.
È possibile che l’uomo di Stratford, senza studi, senza viaggi, senza manoscritti, abbia prodotto il linguaggio più complesso e musicale della storia inglese?
O è più verosimile che Florio, raffinato conoscitore dell’italiano, del latino e del francese, ne sia stato il vero architetto, prestando poi la voce e la firma a un attore popolare?
La “cooperativa del genio”
Dell’Arti lo scrive con eleganza: nel teatro elisabettiano la scrittura era un lavoro di bottega.
Le compagnie teatrali ingaggiavano gruppi di autori che scrivevano insieme, correggevano, adattavano, tagliavano.
Shakespeare — o Shakspere, come risulta nei registri parrocchiali — poteva essere l’attore, il frontman, il volto pubblico di una fucina collettiva.
Montale, che di misteri poetici se ne intendeva, scherzò:
“Sono stato sempre convinto che Shakespeare fosse una cooperativa.”
Forse aveva ragione. Forse, dietro il nome del “divino Will”, c’erano più penne, più anime, più intelligenze.
E Florio, con la sua padronanza della lingua, il suo amore per l’Italia, la sua frequentazione dei teatri londinesi, era il più credibile fra tutti.
Il genio o il miracolo
Nel finale del suo articolo, Dell’Arti cita una frase di Masolino d’Amico che vale come epigrafe di tutto il mistero:
“Anche a me Florio piace. Ma preferisco credere in Dio.”
È la fede nella possibilità del miracolo umano.
Che un ragazzo di provincia, figlio di analfabeti, possa diventare il più grande scrittore del mondo.
Che il genio non si spieghi, ma accada.
Eppure, credere in Florio non toglie nulla al genio.
Al contrario, lo restituisce alla storia, lo radica in una civiltà, lo collega a Dante, a Machiavelli, al Rinascimento mediterraneo.
Florio non toglie il mistero: lo illumina.
È la prova che il genio può essere anche una rete di intelligenze, una corrente che attraversa secoli e lingue.
La verità come sinfonia
Forse non sapremo mai chi fu il vero autore di Amleto.
Ma forse non importa.
Perché ciò che chiamiamo “Shakespeare” è ormai un nome collettivo, una sinfonia di voci che si è fatta persona.
Come accade a tutte le grandi verità, anche questa sfugge alla logica e si offre solo alla coscienza.
E allora sì, come dice Dell’Arti, possiamo amare Florio senza rinnegare Shakespeare.
Possiamo ammirare la prova, ma anche accettare il mistero.
Perché in fondo, tra la mano che scrive e l’anima che detta, passa sempre un soffio di Dio.
Conclusione
L’enigma di Shakespeare non è una truffa, ma una parabola:
quella di un’epoca in cui il teatro era il mondo e il mondo un teatro, e ogni uomo recitava una parte di sé.
Florio, il fantasma di Shakespeare, ci ricorda che la verità non è mai proprietà di uno solo.
È un dono che passa di mano in mano, come una torcia accesa nella notte.
E il suo bagliore, quattro secoli dopo, ancora ci acceca.