Un mio scritto ispirato dalla lettura di un articolo di Caitlin Johnstone. (Invito sempre, per una conoscenza piena, a leggere l’articolo in forma integrale reperibile su Internet.)
C’è un momento in cui la parola “pace” perde il suo significato.
Quando diventa il nome in codice di un nuovo bombardamento, quando serve a rassicurare gli spettatori mentre le macerie fumano ancora.
Caitlin Johnstone, giornalista australiana indipendente, scrive da anni contro la retorica della guerra permanente.
Nel suo ultimo articolo, pubblicato il 13 ottobre 2025 su Consortium News, mette a nudo la menzogna linguistica e morale che accompagna la fine apparente della guerra di Gaza.
Mentre Donald Trump annuncia che “la guerra è finita”, i ministri israeliani annunciano la prossima.
Le parole si contraddicono, ma il sangue no.
E questa contraddizione — scrive Johnstone — è la prova che la verità non è più nascosta: è negata in piena luce.
La pace di carta
Donald Trump proclama:
“La guerra è finita. La guerra è finita, okay? Lo capisci?”
Ma il ministro della Difesa israeliano Israel Katz lo smentisce senza esitazione:
“Dopo la restituzione degli ostaggi, la grande sfida sarà la distruzione di tutti i tunnel di Hamas. Le Forze di Difesa israeliane devono prepararsi a portare a termine la missione.”
Parole che annunciano una ripresa pianificata dei bombardamenti.
Katz parla di “smilitarizzazione” e “neutralizzazione”, ma sono eufemismi di distruzione.
E Netanyahu, nello stesso giorno, rincara:
“Se Hamas non si disarma volontariamente, lo faremo noi nel modo più duro.”
Il linguaggio della guerra ritorna, camuffato da lessico amministrativo.
Non c’è pace: c’è un’interruzione di servizio.
I corpi come pretesto
La stampa israeliana (YNet) rivela un piano inquietante:
Israele impedirà la ricostruzione di Gaza finché non saranno restituiti tutti i corpi degli ostaggi deceduti.
Ma molti di quei corpi sono irrecuperabili, distrutti dalle stesse bombe israeliane.
Caitlin Johnstone smaschera la logica:
questo non è un negoziato, è un alibi.
Un modo per mantenere il blocco, per strangolare una popolazione intera dietro il pretesto della “cooperazione”.
La fame, l’acqua, la farina, l’elettricità diventano armi di pressione.
E la ricostruzione stessa diventa un’arma di guerra.
Come nota l’analista Shaiel Ben-Ephraim, Israele sta costruendo “il pretesto perfetto per rompere la tregua”.
Chi comanda davvero
Johnstone osserva:
“Ecco che i funzionari israeliani affermano apertamente che gli attacchi non sono terminati, mentre il presidente degli Stati Uniti afferma il contrario.
Non capita spesso di vedere questi due governi contraddirsi in modo così diretto.
Stiamo per scoprire chi è stato davvero, per tutto questo tempo, il responsabile del genocidio di Gaza.”
È la frase chiave.
Non è solo una constatazione geopolitica, ma una rivelazione morale:
la guerra non è mai stata solo “israeliana”, ma occidentale.
Dietro ogni bomba c’è il silenzio di chi l’ha finanziata, giustificata, legittimata nei salotti della politica e nelle redazioni dei giornali.
Trump può dire che la guerra è finita; Israele può preparare la prossima.
Ma la verità — come il dolore — non si dichiara finita a comando.
La guerra che non finisce
Caitlin Johnstone scrive che Israele non può permettersi la pace perché la vita stessa di Gaza è una smentita del suo progetto ideologico.
Ogni bambino palestinese che nasce è la prova che il genocidio non ha vinto.
Ecco perché anche una tregua diventa un problema da risolvere con nuovi attacchi.
La “smilitarizzazione” è un altro nome per “occupazione perpetua”.
La “ricostruzione condizionata” è un’altra forma di “controllo coloniale”.
E la “guerra finita” è la menzogna che serve a far dimenticare la realtà:
che Gaza è stata devastata oltre ogni misura, e che i suoi sopravvissuti stanno pagando il prezzo della loro stessa esistenza.
La menzogna e la coscienza
Johnstone non scrive da accademica, ma da testimone civile.
Ogni parola è un atto di resistenza contro l’indifferenza.
Nel suo stile diretto, quasi scabro, ci mostra come la menzogna si sia istituzionalizzata:
la pace è un comunicato stampa, la verità una scomoda anomalia, la giustizia una parola cancellata.
Ma la verità, anche se ridotta al silenzio, sopravvive negli occhi di chi guarda.
E in questo, Caitlin Johnstone è erede di giornalisti come Robert Fisk, Chris Hedges e Patrick Lawrence:
non appartiene a nessuna parte, ma alla coscienza umana.
Conclusione
Oggi non sappiamo se la guerra a Gaza sia “ufficialmente” finita.
Ma sappiamo che non è finita nel cuore del mondo.
Finché le macerie parleranno più delle diplomazie, finché i morti non avranno voce, la parola pace resterà un inganno.
Caitlin Johnstone ci lascia con un avvertimento:
“Tra poco sapremo chi comanda davvero questa guerra.”
E forse, aggiungeremmo noi,
sapremo anche chi comanda il nostro silenzio.
