Rinasca la balbuzie del genio. Ovvero: perché oggi servirebbero i Fratelli De Rege
Nella strepitosa stagione culturale che stiamo vivendo – traboccante di pensatori da salotto, analisti in diretta e scrittori da reel – viene naturale domandarsi: ma non sarebbe il momento di ridare voce ai Fratelli De Rege? Riaffidarci alla loro vena? D’altronde l’oggi puo’ richiamare i fasti del periodo d’oro in cui sono vissuti, quel loro ventennio trionfale. Era modernità e voglia di ridere allora, stessa voglia di divertirci oggi. Era un periodo prebellico allora, in molti spingono perchè anche l’oggi lo diventi.
Sì, proprio loro: Guido e Giorgio, due anime dell’avanspettacolo italiano che, senza social, senza microfoni dorati e senza fondi europei per l’innovazione creativa, riuscivano a far ridere un Paese intero.
E lo facevano con due strumenti pericolosissimi: il silenzio e l’incomprensione.
Giorgio balbettava, Guido cercava di capirlo, e nel frattempo l’Italia — quella vera — rideva.
Rideva della propria goffaggine, della propria fame, del proprio bisogno di fingere di capire il potere.
Erano tempi di censura, ma il loro non capirsi diventava libertà.
Oggi che siamo sommersi da talk show, rassegne e festival della parola consapevole, forse l’unico atto davvero rivoluzionario sarebbe tornare a non capirsi bene, ma con grazia.
Immaginiamoli, i Fratelli De Rege, catapultati nella nostra epoca d’oro:
un fratello ospite fisso nei podcast, l’altro balbettante su TikTok, fra un tutorial di crescita personale e una diretta di geopolitica spiegata in 90 secondi.
Sarebbero perfetti.
Perché la loro comicità era — senza saperlo — un’anticipazione del nostro rumore collettivo: gente che parla, nessuno che ascolta, metà che applaude, tutti che ridono di qualcosa che non si capisce più.
Nella nostra epoca di fertilità culturale miracolosa, oserei dire fecondità se lo permettete, dove ogni giorno si illuminano nuove stelle, nuove menti geniali ci risolvono problemi, nascono premi letterari, master in storytelling e influencer della sostenibilità spirituale, la vera novità sarebbe tornare al vuoto pieno dei De Rege.
Due uomini, un palcoscenico, un malinteso.
Niente effetti speciali, nessuna regia algoritmica: solo l’intelligenza del disordine.
Quel disordine che oggi non possiamo più permetterci perché tutto deve essere “curato”, “ottimizzato”, “monetizzabile”.
Riabilitare i Fratelli De Rege non sarebbe un vezzo da nostalgici: sarebbe un atto di igiene mentale collettiva. Pensiamoci. Riportarli sulla scena, riascoltare delle voci amiche, ritrovarci nella loro logica insuperabile. Che bello sarebbe.
Ridare dignità al nonsense, alla balbuzie, al fraintendimento come forma d’arte.
Perché, in fondo, cosa sono i nostri dibattiti televisivi, le nostre leggi incomprensibili, le conferenze stampa ministeriali, se non grandi sketch dei De Rege recitati senza talento?
Sì, cari curatori culturali, aprite i palinsesti, scoperchiate i bauli, riesumate quella risata pulita e surreale.
Perché finché il mondo continuerà a prendersi così terribilmente sul serio, avremo bisogno di qualcuno che balbetti al suo posto.
E che, balbettando, dica finalmente la verità.
