Analisi a partire dall’articolo di Gianandrea Gaiani su “Analisi Difesa”- 15ott25
C’è qualcosa di profondamente stonato nel coro delle dichiarazioni che, a ogni settimana, si levano da Bruxelles, Berlino o Washington per avvertirci dell’imminente invasione russa. Sembra di assistere ad una esecuzione disarticolata di una banda, in cui ciascun musicista suona una propria partitura, convinto che la musica basti a spaventare il pubblico. Gianandrea Gaiani, nel suo recente articolo su Analisi Difesa, ha avuto il merito di riordinare questo caos verbale, restituendoci il quadro realistico di un’Europa smarrita, più preoccupata di alimentare la paura che di comprendere la realtà.
L’intelligence tedesca e la sindrome dell’assedio
Tutto parte dalle dichiarazioni del nuovo direttore del servizio segreto tedesco, Martin Jäger, secondo cui “Mosca non esiterebbe, se necessario, a entrare in conflitto militare diretto con la NATO”. Parole che, rimbalzate su tutte le agenzie, hanno subito prodotto l’effetto desiderato: paura e sensazione di pericolo imminente. Ma, nota Gaiani, a questo allarme non sono seguite prove né analisi verificabili. Semplici affermazioni, sprovviste di dati concreti.
Il dettaglio non è irrilevante: la Germania, la “prima economia europea”, è oggi un Paese in crisi — energetica, industriale, politica — che dopo la distruzione del gasdotto Nord Stream ha perso il suo principale vantaggio strategico. Eppure il BND individua nella Russia il nemico numero uno, dimenticando che furono gli stessi alleati occidentali a minacciare e poi a distruggere quel gasdotto. Una contraddizione che rivela più un riflesso ideologico che una valutazione oggettiva.
Non meno curiosa è la posizione dell’altro servizio tedesco, il BfV, che solo pochi mesi fa aveva etichettato il partito Alternative für Deutschland come “minaccia per la democrazia”. Un segnale che, come scrive Gaiani, mostra una preoccupante deriva interna: quando i servizi segreti diventano strumenti di lotta politica, il problema non è la Russia, ma la democrazia tedesca stessa.
Trump e Stubb: realismo americano e prudenza nordica
A rendere ancor più evidente la dissonanza tra allarmi e realtà arrivano le parole di Donald Trump e del presidente finlandese Alexander Stubb. Il primo, notoriamente non tenero con la Russia, ha affermato di non credere affatto a un imminente attacco; il secondo ha aggiunto che Mosca “non rappresenta una minaccia militare imminente”. Entrambi, pur da posizioni opposte, concordano su un punto: non esiste alcun segnale concreto di un’aggressione in preparazione.
In questo senso, il contrasto con i toni apocalittici di Berlino e Bruxelles è lampante. L’Europa, priva di un pensiero strategico autonomo, oscilla tra allarmi isterici e imitazioni dell’America, senza comprendere che oggi sono proprio gli Stati Uniti a mostrare più prudenza e realismo dei loro vassalli europei.
Rutte, Kubilius e la retorica del paradosso
Poi ci sono le voci dei “falchi” europei, come Mark Rutte e Andrius Kubilius, che incarnano alla perfezione il linguaggio schizofrenico del nostro tempo.
Rutte, futuro segretario generale della NATO, sostiene che “siamo molto più forti dei russi” e che “loro lo sanno”, ma nello stesso respiro avverte che dobbiamo prepararci a combatterli perché potrebbero essere “così idioti da attaccarci”. Una frase che sfida ogni logica: se siamo più forti e loro lo sanno, perché dovrebbero farlo?
Kubilius, commissario europeo alla Difesa, spinge il paradosso ancora più in là: afferma che la NATO è superiore ma che l’Europa non saprebbe difendersi da droni russi lanciati da navi civili, e che Mosca produce in tre mesi più munizioni di quante ne producano tutti i Paesi NATO in un anno. Siamo dunque più forti o più deboli? Pronti o impreparati? Il messaggio che arriva ai cittadini è confusione pura, e forse proprio questa confusione serve a mantenere il consenso.
Il riarmo come anestetico politico
L’elemento più inquietante dell’analisi di Gaiani riguarda la funzione di questa propaganda di guerra. Tutte le contraddizioni, le paure e le previsioni apocalittiche convergono verso un unico scopo: giustificare il riarmo.
Si parla di “minaccia russa” per spingere governi già indebitati a stanziare nuovi miliardi in spese militari, spesso in favore dell’industria bellica americana.
L’Europa, che non riesce a garantire salari dignitosi né a costruire una politica estera unitaria, trova nella retorica dell’assedio un surrogato di identità. Ma è un’identità negativa, costruita sul nemico e sulla paura. E come tutte le identità basate sull’odio, è destinata a consumarsi.
Un pensiero strategico adulto
Il vero messaggio dell’articolo non è antioccidentale, ma civico: Gaiani invita a recuperare la ragione.
Chiede che i governi parlino con coerenza, che i servizi segreti portino prove, che i politici smettano di contraddirsi per un titolo di giornale. In altre parole, invoca un Occidente adulto, capace di pensare prima di reagire.
Oggi invece regna l’infantilismo strategico: si diffondono minacce ipotetiche, si evocano date arbitrarie (“entro il 2029!”), si costruiscono scenari da videogioco in cui la Russia attaccherebbe la NATO per aiutare la Cina a invadere Taiwan. In questo delirio geopolitico, l’Europa non costruisce sicurezza: costruisce paura, e con la paura, consenso e obbedienza.
Conclusione: il ritorno della misura
L’articolo di Gaiani è una lezione di logica prima ancora che di geopolitica.
Mostra come, in tempi di isteria collettiva, la ragione diventi l’atto più rivoluzionario.
E ci ricorda che la credibilità di un’alleanza non si misura dal numero dei carri armati o delle dichiarazioni bellicose, ma dalla coerenza dei suoi leader e dalla fiducia che ispira ai propri cittadini.
L’Europa, oggi, sembra aver perso entrambe.
Forse l’unica vera minaccia che incombe su di noi non è quella di un’invasione russa, ma quella dell’autoinganno occidentale: credere alle proprie menzogne fino a trasformarle in verità operative.
È in quel momento — e non prima — che un continente smette di essere libero.
Invito il lettore a leggere l’articolo integrale di Gianandrea Gaiani.

Napoleone ritorna dalla Russia.La sua ritirata iniziò a metà ottobre 1812, dopo la disastrosa permanenza a Mosca, incendiata e ormai priva di rifornimenti. L’armata francese, decimata dal freddo, dalla fame e dagli attacchi dei cosacchi, attraversò la Beresina a fine novembre — un passaggio divenuto simbolo della disfatta — e solo una minima parte dei circa 600.000 uomini che erano partiti tornò in patria.