l’arte sottile di spaventare per governare
C’è una linea sotterranea che attraversa la storia della politica, della filosofia e perfino del teatro: la convinzione che fingere follia, in certi momenti, sia il modo più efficace per restare al comando. È la cosiddetta Teoria del Matto — un’idea che non appartiene solo alla geopolitica, ma alla natura umana. Nasce nei palazzi del potere, ma abita anche nei miti, nei drammi e nelle tragedie di tutti i tempi.
Il primo a formularla in termini espliciti fu Richard Nixon, l’uomo che durante la Guerra del Vietnam decise di usare la follia come linguaggio diplomatico. Raccontò al suo capo di gabinetto Haldeman di voler far credere a Mosca e a Hanoi di essere “un pazzo imprevedibile, capace di tutto”. L’obiettivo era semplice: instillare paura, non per distruggere, ma per ottenere obbedienza. Nixon sapeva che la razionalità non convince i nemici, ma li tranquillizza. La follia, invece, li disorienta.
È una forma di teatro del potere: il protagonista sale sul palco e recita il ruolo del folle, ma con un copione ben preciso. E mentre il pubblico — cioè il mondo — trattiene il fiato, lui ottiene ciò che vuole: silenzio, tregua, rispetto, timore e pace.
In fondo, è la stessa logica di Amleto, che nella tragedia di Shakespeare finge la pazzia per indagare la verità. La sua mente resta lucida, ma il mondo, credendolo folle, si scopre vulnerabile.
Molti grandi della storia hanno usato, con misura o con eccesso, questa tattica ambigua. Certo Alessandro Magno non simulava la follia, ma la coltivava come aura: amava far credere di agire per impulso divino, rendendo imprevedibile ogni sua mossa. Napoleone alternava colpi di genio e di incoscienza, e i suoi avversari, spaventati più dal suo coraggio che dai suoi cannoni, esitavano a reagire.
Persino Winston Churchill, nel pieno della guerra, seppe far credere di essere pronto a tutto pur di non cedere — e quella determinazione quasi irrazionale salvò l’Inghilterra.
Nella filosofia, il tema ritorna con un’altra sfumatura. Nietzsche ne colse il paradosso: “Bisogna avere un po’ di caos dentro di sé per generare una stella danzante.”Dietro ogni ordine apparente c’è un lampo di follia che muove, rompe, scuote. Senza quel rischio, il mondo si adagia e si spegne. Ma la linea tra genio e delirio è sottile: il rischio è che la recita diventi realtà, che il matto strategico si perda nel suo stesso ruolo.
Anche la letteratura ha colto questa ambiguità con precisione chirurgica. Dostoevskij, ne I Demoni, descrive il potere magnetico della mente disturbata che trascina le masse. Pirandello fece della follia un mezzo di conoscenza: solo chi sembra impazzito, in realtà, vede con chiarezza. E ancora, nel Re Lear di Shakespeare, è il folle — il buffone di corte — a dire le verità che nessun saggio osa pronunciare.
Forse perché il matto, in politica come in arte, è l’unico che non ha nulla da perdere e tutto da rivelare.
La Teoria del Matto, però, non si limita alla scena o alla filosofia: è anche un manuale di strategia. Il suo principio è elementare: se il nemico crede che tu sia capace dell’impensabile, non ti metterà alla prova. È la logica della deterrenza, la pace ottenuta per sfinimento e paura. Una pace precaria, certo, ma efficace finché la minaccia resta credibile.
Chi sa usare la follia come maschera diventa, per un tempo, inattaccabile. Il mondo lo osserva con rispetto misto a terrore, gli avversari trattano con prudenza, gli alleati lo difendono per convenienza. Nessuno osa sfidarlo apertamente. È la “pax del disordine”: fragile come vetro, ma luminosa finché non si incrina.
Tuttavia, la storia insegna che questa strategia non dura mai a lungo. Nixon stesso ne pagò il prezzo, travolto dallo scandalo Watergate: quando la follia politica si rasforma in menzogna, il pubblico non perdona. Anche i generali di Cesare, che lo chiamavano “divino” per convenienza, lo pugnalarono quando la finzione divenne intollerabile.
La follia, insomma, è un’arma a doppio taglio: conquista il timore, ma consuma la fiducia.
Eppure, in certi momenti storici, la maschera del matto ha garantito pause di pace che la ragione non riusciva a ottenere. Meglio un folle che minaccia di incendiare il mondo, pensano i realisti, che un saggio disposto a farlo davvero. La paura, come insegna Hobbes, è il più solido cemento dell’ordine. Finché gli uomini hanno paura del peggiore, si mantengono tranquilli.
Chi osserva la scena del potere di oggi — tra sorrisi improvvisi e improvvisi rovesci d’umore, tra minacce lanciate in pubblico e carezze private ai potenti — riconosce il copione. La recita è la stessa, solo che la scena ora è globale e le luci più abbaglianti.
Si predica la pace, ma la si costruisce con la paura. E il mondo, come sempre, applaude finché la commedia tiene.
Quando calerà il sipario, scopriremo se l’attore era davvero pazzo o solo un grande interprete. Ma intanto, il silenzio che regna in platea è già un effetto del suo successo.
Queste parole vi fanno pensare a qualcuno che conosciamo tutti?

Attenti! Non è del grande immenso Jack che parlo.