Il Segretario nella CGIL

(riflessioni di un semplice iscritto)

Nell’organizzazione storica della CGIL, le figure del Segretario di Categoria e del Segretario Generale, all’interno di una Camera del Lavoro territoriale, rivestono un’importanza straordinaria. Lo affermo prendendo spunto dalla mia esperienza personale a Mantova, vissuta da semplice iscritto per oltre quarant’anni.
Scrivo basandomi su ciò che ho visto, sentito, letto, imparato e vissuto.

Umanamente ho conosciuto persone “speciali”, con doti particolari: compagni appassionati, preparati e capaci. Sempre alle prese con problematiche di ogni tipo, con ritmi di lavoro incalzanti, dediti ad ascoltare ogni giorno iscritti e lavoratori con le più svariate necessità, non solo di natura lavorativa. Ovviamente ogni Segretario con il proprio stile e garbo.

Sia chiaro: ho piena consapevolezza di scrivere partendo da un’ottica limitata, senza la presunzione di giudicare o, tanto meno, di insegnare. Il mio vuole essere un contributo da maneggiare con cautela, più una spinta a suscitare una riflessione — a mio parere necessaria — in una fase che definirei “di giro di boa”, orientata a raggiungere nuovi traguardi. Dal mio punto di vista, la missione oggi è: rinnovarsi senza perdere la propria anima.

Proverò quindi a sviluppare una riflessione “mettendo le mani in pasta”, arricchendo gli ingredienti di base con teoria, immaginazione e speranza. Quando parlerò del Segretario, mi riferirò in generale alle due tipologie indicate sopra.


Dall’inizio: la scelta del Segretario

Eleggere un nuovo responsabile sindacale al vertice è un passaggio importante.
Il percorso, credo, inizia molto presto. All’inizio l’argomento trova spazio tanto nelle stanze della Camera del Lavoro quanto in qualche bar o ristorante — talvolta anche a Milano o a Roma. Molti iscritti hanno titolo, e altri si ritengono idonei, a contribuire alla definizione del profilo e del nome; ma è solo con gli organi ufficialmente competenti che si avvia la fase che precede l’elezione, di solito in concomitanza con congressi o scadenze di mandato. Voglio sottolineare un punto che mi sta a cuore, perché l’ho toccato con mano: la scelta, almeno in CGIL, avviene consultando gli iscritti che hanno responsabilità e incarichi, titolari di un diritto preciso. Si esercita attraverso una procedura che, per certi versi, può ricordare le organizzazioni religiose: un momento delicato e solenne, direi quasi un conclave laico. Si svolgono consultazioni riservate e individuali davanti a una Commissione di Garanzia nominata ad hoc, dove ognuno è libero — e responsabile — di esprimere un parere sulle persone o sulla persona proposta. Chi è invitato a parlare ha il dovere di farlo con sincerità e rispetto, con scienza e coscienza; chi presiede e pone le domande deve mostrare altrettanto rispetto, misura, capacità di ascolto e sensibilità. È obbligo per tutti il silenzio sulle parole udite. Questo momento mi ha sempre colpito e rassicurato. Certo, siamo adulti e senza illusioni, e non dobbiamo raccontarci favole: qualcuno potrà sempre dire che si tratta di una ritualità d’altri tempi, di una pura formalità, che i giochi siano già fatti o che la partita vera si giochi altrove.
Resta però un dato preciso, che ho vissuto: c’è un momento codificato, con una sua “liturgia” democratica, in cui la coscienza di ognuno è chiamata a fare il proprio lavoro. In quel momento prende voce la coscienza collettiva del Sindacato.
Lo spazio per dubbi, chiacchiere e maldicenze ci sarà sempre — come il vento in primavera: poca cosa. La scelta, dunque, è un passaggio da non sottovalutare, e non viene mai trascurata.


Dal “come” al “chi” scegliere

Il Candidato

La sua integrità morale, la formazione personale e il curriculum dovrebbero avere un peso rilevante. Parlo di studi — scolastici e universitari, ai vari livelli — di corsi e percorsi di apprendimento, studi individuali, interesse e conoscenza per le materie attinenti: la storia del Sindacato, delle lotte e delle battaglie che hanno forgiato la nostra organizzazione; la conoscenza delle figure storiche che hanno scolpito la CGIL; le correnti di pensiero che hanno dato sostanza alla nostra storia.
E ancora: la lettura, la capacità e la costanza nel proseguire quotidianamente un proprio cammino di formazione personale.

Le esperienze di vita non sono meno importanti: l’attività lavorativa svolta prima dell’impegno sindacale, così come l’esperienza diretta di delegato con la tessera in tasca. Tutto il percorso di avvicinamento e di ingresso nelle strutture della Camera del Lavoro deve essere valutato. Il candidato deve ovviamente conoscere Statuti, regolamenti e la linea politico-sindacale che la CGIL si è data, approvata da congressi e organi deputati.


Le caratteristiche che distinguono un Segretario

Un diamante può essere ammirato da diverse angolature e ha molte sfaccettature.
Non esiste un modello unico di comportamento: esistono stili, tratti personali che distinguono le persone senza incoronarne nessuna. Proseguo con le mie idee, maturate nel tempo e attraverso il dialogo con sindacalisti esperti.
È buona cosa che chi decide di fare il sindacalista sia (o sia stato) prima di tutto un buon lavoratore, rispettato e stimato nell’azienda in cui opera o ha operato.

L’assunzione di un ruolo sindacale in CGIL, a qualsiasi livello, esige sempre un’etica personale particolare, che distingue. Il candidato deve essere un esempio e una guida per gli altri iscritti. Poi servono — direi che sono consigliate, se non indispensabili — altre doti: autorevolezza, preparazione adeguata, capacità di ascolto, umiltà, empatia, buona capacità comunicativa, onestà, voglia di lavorare, discernimento, visione ampia e partecipazione attiva alla vita collettiva.


Si diventa Segretari perché si presume che si saprà guidare, governare e difendere l’organizzazione. Ma non può finire qui: ci si aspetta anche che si sappia migliorarla, rafforzarla con un aumento degli iscritti, valorizzarla come istituzione democratica, accrescendone il prestigio e la considerazione presso i poteri locali, le forze imprenditoriali e gli altri sindacati. Non ultimo: è fondamentale la conoscenza dei vari aspetti economici della propria organizzazione — il bilancio, le entrate e le uscite — e la capacità di gestire e tutelare il patrimonio economico per quanto attiene alle proprie responsabilità.

Non mi dilungo su una componente che ritengo scontata nel candidato: avere in mente un proprio programma di lavoro, un progetto strutturato da sviluppare durante il mandato, contenente la linea sindacale e le idee innovative che vorrà portare avanti. Tutto questo dovrà essere condiviso, discusso e arricchito con la Segreteria, i Consiglieri e gli iscritti, nelle assemblee e nelle riunioni.
Ma, insisto, in testa dovrà avere idee proprie da sviluppare, da far conoscere e apprezzare democraticamente.


A mio modo di vedere non dovrebbero costituire titolo di merito l’appartenenza a formazioni politiche o partitiche, la religione professata o la laicità, l’ideologia, le radici culturali o il sesso. Ho sempre considerato non opportune — e perfino rischiose e pericolose — le divisioni interne all’organizzazione: le correnti, le aree, le minoranze, i personalismi e così via. Ho sempre aborrito la tentazione di fare carriera nel Sindacato, di servirsene per fini personali, di manovrare per ottenere vantaggi o cariche. Ancor meno considero accettabile la tentazione di rincorrere il denaro o la carriera politica. Sono convinto che la storia personale — di cui ognuno può e deve essere fiero — rappresenti un arricchimento, se messa a frutto nel lavoro collettivo. Ma la storia personale può diventare un fardello pesante se usata per dividere, separare o vedere avversari negli altri che ci stanno accanto. Le appartenenze non devono diventare ostacoli sulla strada di una sincera e indispensabile unità di intenti e di scelte sindacali per il bene di tutti.
In CGIL siamo ancora in tanti, ma temo che tempi difficili si stiano avvicinando.
Potremmo trovarci in difficoltà nel mantenere gli obiettivi del tesseramento: la riduzione degli occupati, la precarietà, la disaffezione e la paura dei giovani assunti, insieme alla situazione economica e politica, potrebbero creare problemi da non sottovalutare.

Da qui nasce il mio appello accorato: restare uniti, fare di tutto per andare d’accordo, non dividerci in gruppi o fazioni nella convinzione di acquisire più peso.
Discutiamo pure su idee, proposte e alleanze, ma stimiamoci a vicenda.
Maggioranze e minoranze possono esistere, eccezionalmente, nei dibattiti e nel confronto delle opinioni; ma non devono diventare situazioni permanenti, identificabili e organizzate.


Un buon Segretario — e lo dico con convinzione — deve voler bene alla propria organizzazione, ai collaboratori, agli iscritti. E se non riesce a voler bene, almeno deve rispettare e essere leale con il Segretario Generale. Deve sentire l’onore di rappresentare la CGIL. Sono deleteri i mugugni, le critiche dietro le porte, le trame subdole, gli sgambetti.

Una volta eletto, non lo aiuteranno né il dirigismo, né la sfiducia, né l’isolamento, né la tendenza a far tutto da sé o a far pesare il ruolo. Occorre ricordare sempre che non si è al potere, ma si sta svolgendo un servizio.

C’è uno stile, un modo di lavorare che paga e fa star bene: fare squadra, costruire affiatamento, coltivare rispetto reciproco. Conquistare la stima attraverso la capacità di mediare; unire fermezza e misura; essere coerenti, sinceri e trasparenti.
Incoraggiare la crescita umana e professionale delle persone con cui si lavora.
Lavorare tanto, ma saper anche staccare la spina per non scoppiare.
Farsi consigliare da persone esperte, fidate, amiche. E, per quanto possibile, tenere sempre la porta dell’ufficio aperta.

Fare di tutto per non perdere nemmeno un tesserato; aiutare le donne e gli uomini che hanno scelto la CGIL; incoraggiarli nei momenti di difficoltà. Recarsi sui luoghi di lavoro per far sentire la vicinanza agli iscritti e ai lavoratori.

Se devo riassumere, indico tre condizioni che ritengo essenziali:

  • Saper delegare;
  • Dividere onori e oneri con chi ci sta accanto;
  • Ricordarsi che si è segretari pro tempore: mettere in conto di poter essere sostituiti e agevolare il percorso che porterà alla nomina del successore.

Carisma

Generare fiducia, voglia di lottare insieme, essere credibili, non solo amministrare o persuadere. È la differenza tra il funzionario e il leader, tra chi “gestisce” e chi “muove”.

Un leader carismatico, a mio modo di vedere:

  • non comanda per calcolo, ma per forza interiore riconosciuta;
  • suscita adesione affettiva più che obbedienza formale;
  • è percepito come autentico, cioè coerente tra parola e vita;
  • trasmette una visione che supera l’immediatezza del potere.

Crederci, crederci tanto

Un Segretario sindacale deve avere la capacità di credere e far credere in un destino comune. Significa possedere una convinzione autentica, non di facciata: la certezza che le persone, insieme, possono costruire qualcosa di migliore.
Non basta difendere interessi o diritti individuali: occorre dare un senso collettivo alle fatiche, alle attese, alle ingiustizie.

Chi guida deve quindi credere davvero che esista una meta comune — una società più giusta, più solidale, più umana — e trasmettere questa fede agli altri, con coerenza, coraggio ed esempio quotidiano.

Per credere serve un’Etica: non una teoria astratta, ma il senso del giusto.
Sapere che ogni scelta, ogni firma, ogni decisione deve rispettare la dignità delle persone. L’etica è il faro che indica la rotta anche quando la strada si fa difficile.

Per credere serve anche un’ideologia: che non è fanatismo o rigidità, ma una visione del mondo, una bussola interiore. Sapere perché si lotta. Credere in alcuni valori non negoziabili: giustizia, uguaglianza, rispetto, solidarietà. Senza una base ideale, il Sindacato si riduce a un ufficio che tratta numeri; con un’ideologia viva, invece, diventa una scuola di dignità.

Credere è anche responsabilità: assumersi il peso delle decisioni, anche quando costano. Un Segretario non scarica la colpa sugli altri e non promette ciò che non può mantenere. Sa che rappresentare gli altri è un onore, ma anche un dovere.
La responsabilità è il contrario della demagogia: significa affermare la verità anche quando non piace.

Credere è speranza. La speranza è l’energia morale che tiene in vita ogni comunità.
Non è illusione, ma fiducia attiva: la certezza che, lavorando insieme, si può migliorare la realtà.

Il Segretario deve saper trasmettere questa speranza con la voce, con gli occhi, con i gesti: dare senso e forza agli altri. Deve essere il testimone che ricorda a tutti che insieme si può ancora costruire giustizia, e che nessuno è solo nel cammino del lavoro.
Significa ricordare alle persone chi sono e da dove vengono, per dare senso a ciò che fanno oggi. Un sindacalista non deve parlare solo di contratti o tabelle: deve ricordare che il diritto al lavoro, alle ferie, alla sicurezza, al salario dignitoso sono i frutti di battaglie umane e morali. Ogni conquista ha un nome, un volto, una data, un sacrificio. Il lavoro del Sindacalista diventa così educazione alla coscienza storica.

Credere è linguaggio, e il linguaggio è memoria. Ogni comunità — un Paese, un popolo, una categoria di lavoratori — vive solo se ricorda da dove viene.
Ma la memoria non vive nei libri: vive nel linguaggio, nelle parole con cui ci raccontiamo. Quando diciamo “giustizia”, “solidarietà”, “dignità”, “lavoro”, “diritti”, non usiamo solo termini tecnici: evochiamo secoli di lotte, speranze, fatiche e conquiste. Ogni parola ha una radice storica, e ricordarla ci lega a chi ci ha preceduto. Per questo il Sindacalista deve parlare con parole che non tradiscano la storia, ma la rinnovino. “Linguaggio comune” non significa parlare in modo banale, ma parlare in modo comprensibile a tutti, senza barriere, senza codici riservati agli esperti o ai tecnici. È un linguaggio che non divide, ma unisce. Un linguaggio comune è quello in cui chi ascolta si riconosce, si sente parte di una stessa storia e di un destino condiviso. È il contrario del linguaggio burocratico, che spersonalizza, o di quello televisivo, che semplifica e svuota. Quando un Sindacalista usa un linguaggio che risveglia la memoria, la comunità civile ritrova sé stessa: capisce che non vive solo nel presente, ma dentro una continuità di giustizia, lotta e speranza. Perché senza linguaggio comune, la comunità si frantuma: ognuno parla un gergo, difende solo sé stesso, perde il senso del “noi”. E senza storia, la comunità perde la direzione: non sa più chi è, né cosa difendere. Il linguaggio comune che lega alla storia è, in fondo, la voce dell’anima collettiva. È ciò che trasforma un gruppo di persone in un popolo. Un linguaggio comune che sappia legare la comunità civile alla propria storia è quello che ricorda a tutti che il presente non nasce da solo, ma da mani che hanno lavorato, da cuori che hanno creduto, da parole che hanno unito.


Proposte

Con questo spirito ripropongo una mia proposta pratica: la necessità di mantenere un collegamento reale con tutti gli iscritti e di avere sempre il polso di ciò che pensano, del loro orientamento. Noi tesserati dovremmo essere aiutati a conoscere sempre meglio la CGIL: chi sono i nostri rappresentanti, cosa fanno, come opera l’organizzazione, quali battaglie sta conducendo e quali sono le problematiche aperte.

Sono utili le assemblee e i giornali di categoria, ma temo che non riescano a raggiungere la totalità degli iscritti. Mi metto ora nei panni dei Dirigenti sindacali e dei Segretari: non sarebbe utile sapere cosa pensano gli iscritti, invitandoli a esprimersi? Propongo di utilizzare la posta elettronica. Ognuno di noi, al momento dell’iscrizione, rilascia i propri dati: penso sia possibile organizzarsi per avere, sempre con il consenso dell’interessato, il numero di cellulare e l’indirizzo e-mail di tutti gli iscritti. Attraverso l’e-mail — senza esagerare né sovraccaricare — si potrebbero inviare comunicazioni periodiche con informazioni utili per tutti gli iscritti e, di tanto in tanto, un breve questionario, poche domande per conoscere le loro opinioni, su tutto, e incoraggiarli a esprimersi. Per un iscritto avrebbe un grande significato: la certezza che il proprio Segretario non lo ha dimenticato, e che ritiene importante il suo parere per orientare le scelte. E lo vuole conoscere come persona.

Auspico che almeno una volta all’anno tutti gli iscritti della CGIL possano incontrarsi, vivere una giornata insieme, condividere esperienze, riflessioni e l’orgoglio di appartenere a una grande organizzazione.


Un ultimo consiglio ai Segretari

Cercate ogni giorno di riflettere e meditare per qualche minuto, partendo dalle parole di Giuseppe Di Vittorio:“Il Sindacato non è un mestiere. È una missione.
Chi lo esercita deve essere disposto a dare, non a prendere.”

La CGIL è una casa ampia: dentro ci stanno le differenze, la complessità, le diverse sensibilità. Ma il collante deve restare l’etica del lavoro e la dignità della persona.

Il Segretario rappresenta ogni giorno la CGIL: quando si alza la mattina, assume la decisione di dedicare la giornata agli altri, di difendere diritti, di ascoltare, di affrontare problemi, di mediare conflitti. In quel gesto quotidiano rinnova la promessa morale fatta all’inizio: essere la voce di chi non ha voce.

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