Le famiglie tra le lapidi. Il silenzio del mondo

Non chiudiamo gli occhi.

Secondo un’inchiesta dell’Associated Press, pubblicata il 3 novembre 2025, decine di famiglie palestinesi sfollate si sono rifugiate nei cimiteri del sud della Striscia di Gaza, soprattutto nella zona di Khan Younis. Non hanno più una casa, né acqua, né protezione. Vivono tra le tombe, dove — scrive il reportage — «le lapidi sono diventate sedie e tavoli», e i muretti funerari fungono da riparo contro il vento e i colpi d’arma.

Sono circa trenta famiglie, conferma l’agenzia, e tra loro molti bambini. Le immagini mostrano tende improvvisate tra le croci e le pietre tombali: piccoli fuochi accesi accanto ai nomi dei morti, materassi sfilacciati appoggiati ai sepolcri, silenzi rotti solo dal pianto dei più piccoli. Non si tratta di un simbolo ma di una realtà fisica: la gente di Gaza vive letteralmente sui morti. Gli sfollati non hanno più dove vivere, e lo spazio dei vivi si confonde con quello dei morti.


La legge della disumanità

Dal punto di vista del diritto internazionale, questa situazione è una violazione grave della IV Convenzione di Ginevra, che obbliga le potenze belligeranti a garantire condizioni di vita compatibili con la dignità umana. Costringere migliaia di civili a vivere chi tra le tombe, altri senza alcun rifugio, senza acqua, senza sicurezza, non è un incidente della guerra: è una scelta politica, o una rinuncia morale.
È la violenza dell’omissione, l’arma invisibile di chi blocca gli aiuti, chiude i valichi e lascia che la fame e la paura facciano il resto.

La fame è lenta, ma metodica, e uccide. E l’indifferenza la accompagna come una seconda condanna.


 Il giudizio dell’etica

Non è giusto, e non sarà mai normale. Non è ammissibile che un popolo venga abbandonato in condizioni in cui la vita perde ogni decenza. La tragedia non è solo nell’orrore di vivere tra i morti, ma nella rassegnazione del mondo, che ha imparato a scorrere notizie come questa con la freddezza dell’abitudine. È la normalizzazione del disumano. E ogni volta che la dignità di un popolo viene negata, l’umanità intera arretra nella barbarie.

Le fotografie che arrivano da Gaza non mostrano solo la miseria, ma lo specchio del nostro tempo: un mondo che non sa più distinguere tra compassione e stanchezza.
I bambini che giocano accanto a una tomba, con uno sguardo vuoto, ci interrogano più di qualsiasi dibattito politico. Perché la domanda vera non è come possono vivere così, ma come possiamo permetterlo noi.


La domanda che ci riguarda

Quante tombe dobbiamo ancora scavare — reali o morali — prima di capire?
Quando una civiltà accetta che famiglie intere vivano tra lapidi, ha già sepolto la propria coscienza. La distruzione di Gaza non è solo una tragedia geopolitica: è una prova morale per l’umanità. E noi, spettatori silenziosi, rischiamo di uscirne come complici del silenzio.

Finché un bambino dormirà accanto a una croce perché nessuno gli offre un letto,
finché la pietà sarà sostituita dal calcolo, finché le parole “necessità militare” giustificheranno la fame e il freddo, il mondo intero sarà in lutto, anche se non lo sa.


Che cosa resta da fare

Resta da guardare, non distogliere lo sguardo, non chiudere gli occhi. Resta da chiamare le cose col loro nome: crimine, vergogna, disumanità, genocidio. Resta da soccorrere, testimoniare, ricordare. E soprattutto da non smettere di credere che la dignità sia indivisibile. Forse la pace non nascerà dai trattati, ma da un gesto semplice: riconoscere nell’altro, anche se lontano, un essere umano che soffre come noi.
Solo allora potremo dire di non essere sepolti vivi nella nostra indifferenza.


Nelle notti di Gaza, le famiglie che dormono tra le lapidi non chiedono vendetta, ma almeno visibilità. Chiedono che il mondo le veda. Forse un giorno, quando la guerra finirà, quei cimiteri torneranno a essere luoghi di silenzio e di pace. Ma oggi, tra le tombe, la vita resiste. E il respiro dei vivi, mescolato a quello dei morti, è l’unica preghiera che ancora sale al cielo.

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