Zohran Mamdani, il nuovo sindaco di New York

Ci ha creduto e ha convinto

Zohran Mamdani è stato eletto sindaco di New York City il 4 novembre 2025, ottenendo circa il 50,4% dei voti. Con la sua vittoria diventa il primo sindaco musulmano e sud-asiatico della città, e uno dei più giovani nella sua storia recente.

Dopo la vittoria ha usato parole e toni che hanno entusiasmato. Da tempo ho perso la fiducia cieca nei discorsi costruiti o nelle promesse gridate e irrealizzabili, ma questa volta ho letto con piacere, sentendole forse più vere del solito — almeno nella volontà di un giovane sognatore.

“The sun may have set over our city this evening… For as long as we can remember, the working people of New York have been told by the wealthy and the well-connected that power does not belong in their hands.”

Dal suo discorso trascrivo sommariamente:
Per troppo tempo ci hanno detto che il potere non appartiene alla gente comune. Che è troppo complesso, troppo lontano, troppo rischioso. Eppure, questa città è stata costruita proprio da coloro a cui quel potere è stato negato: gli immigrati, i lavoratori, le donne, i poveri, gli esclusi.
Oggi diciamo basta alla politica del privilegio. Non governeremo dall’alto verso il basso, ma dal basso verso l’alto.

Il segnale politico, di alto profilo tecnico (antitrust, welfare, bilancio), era d’obbligo ed è stato inviato a Wall Street e a Big Tech: linea progressista, ma gestione competente.

Cosa si trova sul tavolo il nuovo sindaco?

Una macchina enorme da governare: numeri e priorità (bilancio oltre i 100 miliardi, scuola pubblica mastodontica) impongono scelte rapide su istruzione, sicurezza, trasporti e costo della vita.

Un dossier sicurezza prioritario: da qui il tentativo di trattenere Jessica Tisch, per dare continuità operativa in un’area sensibile e politicamente osservata.

Mamdani ha annunciato una squadra di transizione interamente femminile (all-women transition team) per gestire il passaggio al governo della città.

La sua prima promessa è questa:

Nessuna decisione sulla città sarà presa senza la città. Nessuna legge sulla casa senza ascoltare chi la abita. Nessun piano economico senza chi ogni mattina prende la metropolitana per andare al lavoro.

Lo ha ricordato:

Abbiamo costruito un movimento, non una carriera.
E il nostro compito è trasformare il potere da strumento di pochi a bene comune.

A chi ha paura ha detto:

Non vogliamo distruggere New York, vogliamo ricostruirla, perché torni ad appartenere a chi l’ha resa viva.

E a chi guarda con diffidenza la sua elezione:

Non vi chiediamo fiducia cieca, ma partecipazione lucida.

Lo ha ribadito con forza:

“New York non è più in vendita. È tornata al suo popolo.”

Che cosa lo attende

Un conflitto istituzionale. Le minacce di taglio dei fondi da parte di Trump sono un rischio, ma con margini legali limitati e già contestati in passato. Resta comunque un fronte di scontro che potrebbe rallentare i piani sociali di Mamdani.

“To get to any of us, you will have to get through all of us,”
ha detto rivolgendosi a Trump.

Che cosa ho letto nel suo discorso inaugurale

Un rito di fondazione

L’apertura — «Il sole è tramontato su New York questa sera, ma non sulla nostra speranza» — imposta il tono simbolico: la notte non è segno di fine, ma di trasfigurazione, quasi una Pasqua civile.

Tema centrale: la riappropriazione del potere

Il discorso segue il modello dei grandi discorsi inaugurali della tradizione democratica americana, ma con una torsione radicale e con elementi inediti.
Mamdani non celebra la conquista del potere, bensì la restituzione del potere al popolo.
È un gesto di fondazione: non “io ho vinto”, ma “noi abbiamo ripreso ciò che ci era stato tolto”.

Mamdani rompe il paradigma neoliberale che concepisce il potere come dominio tecnico o amministrativo. Nel suo linguaggio, il potere diventa comunità attiva.
La frase-chiave — «Nessuna decisione sulla città sarà presa senza la città» — rovescia la logica rappresentativa in una logica partecipativa: non il sindaco al centro, ma la cittadinanza come organo sensibile.
È la stessa inversione semantica che nel Novecento operò il municipalismo libertario di Murray Bookchin: la città come organismo politico primario, non semplice territorio amministrato.

Simbolismo sociale: il municipio come casa

L’immagine del “Municipio come casa di chi lavora” è oggi potentissima.
Rievoca la Casa del Popolo, luogo di mutualismo e cultura operaia; la polis greca come spazio di parola condivisa; e, in chiave americana, la community house dei movimenti civili.
Dire “non il palazzo di chi specula” crea una dicotomia morale netta tra comunità ed élite, tra chi produce valore reale e chi lo estrae.
Non è un discorso classista nel senso tradizionale, ma etico: il lavoro come fondamento della dignità civica.

Linguaggio e ritmo: anafora e parallelismo

Lo stile è scandito da ripetizioni che creano una musica collettiva:

“Nessuna decisione… Nessuna legge… Nessun piano…”
“A chi ci teme… A chi ci guarda… A chi cerca di dividerci…”

È una forma di call and response, tipica del linguaggio dei movimenti afroamericani e delle predicazioni civili di Martin Luther King o di Barack Obama, ma qui applicata in chiave più militante.
Ogni blocco culmina in un’affermazione-manifesto:

“New York non è più in vendita”,
formula che unisce denuncia e liberazione.

L’ultima frase è una sintesi semantica di tutto il discorso: nega la mercificazione (New York come prodotto finanziario), riafferma l’appartenenza (New York come comunità di destino) e promette una trasformazione etica: la restituzione della città ai suoi abitanti.

Tono morale e visione politica

Il discorso non è tecnocratico: è morale e poetico.
I valori invocati — speranza, partecipazione, dignità, appartenenza — sostituiscono i lessici del management urbano con un linguaggio della cura e del legame sociale.
È un linguaggio che si oppone al cinismo della politica professionale e riafferma la funzione pedagogica del potere:

“Non vi chiediamo fiducia cieca, ma partecipazione lucida.”

Qui Mamdani si avvicina al concetto di “fede civile” (civil faith) di John Dewey: la democrazia come forma di vita, non come semplice meccanismo elettorale.

La postura simbolica: dal sindaco all’interprete

A differenza di molti leader che si presentano come salvatori, Mamdani adotta la postura del portavoce.
Parla come se incarnasse un’onda collettiva più ampia:

“Abbiamo costruito un movimento, non una carriera.”

È una frase-manifesto che separa il suo campo da quello dell’opportunismo politico.
In questo senso, il discorso non fonda solo un’amministrazione, ma una genealogia morale: quella dei movimenti sociali, delle lotte per la casa, dei migranti, delle comunità solidali.

Un nuovo municipalismo globale

Nel complesso, il discorso riflette la nuova corrente di municipalismo progressista mondiale (Barcellona, Parigi, Berlino, Bogotá): il ritorno delle città come laboratori democratici alternativi allo Stato-nazione.
Quando Mamdani dice che “il municipio tornerà a essere la casa di chi lavora”, afferma implicitamente che la resistenza al potere finanziario passa oggi per le città, non più per i governi centrali.

In un’epoca di crisi del linguaggio politico, Mamdani recupera la parola come atto fondativo, come fece in passato Václav Havel quando parlava del “potere dei senza potere”.

Il discorso non sarà perfetto, ma è storico.
Segna il passaggio da una retorica del “governo competente” a una del governo partecipato, e rilancia la politica come arte morale della convivenza.

In lui si intravede la sintesi di tre linee:

  • la giustizia sociale (Sanders),
  • la dignità civica (King),
  • e la spiritualità laica del servizio pubblico (Dewey).

New York, dopo decenni di amministrazioni tecnocratiche o securitarie, si ritrova così, almeno simbolicamente, capitale morale di un’altra idea d’America.

“So let us speak now with clarity and conviction that cannot be misunderstood — about what this new age will deliver, and for whom.”
“We will make this city ours again: not through fear, not through division, but through a shared purpose that reaches every home, every worker, every dreamer.”

Traduzione:

“Parliamo ora con chiarezza e convinzione, che non possano essere fraintese — di ciò che questa nuova era porterà, e per chi.”
“Riconquisteremo questa città non con la paura, non con la divisione, ma con uno scopo comune che tocchi ogni casa, ogni lavoratore, ogni sognatore.”

Il contesto di queste frasi è quello conclusivo del discorso: Mamdani ha delineato la “nuova era” che il suo mandato intende aprire — un’epoca di trasparenza, coraggio morale e unità popolare contro il potere economico e politico concentrato.


La lezione che ne traggo

Come Davide contro Golia, con il coraggio si può vincere un’elezione anche andando contro i poteri forti.
Bisogna avere motivazioni, un progetto in testa, credibile e ben spiegato, una squadra affiatata, un metodo di lavoro.
Ed essere puliti, veri e sorridenti.

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