La separazione delle carriere – parte seconda

Le ragioni dei favorevoli alla separazione delle carriere.


Note di metodo

Prima di leggere questo articolo, consiglio di prendere visione della parte precedente pubblicata in data 4 novembre.

Ho scelto di dare spazio anche alle ragioni di chi sostiene la riforma, pur non condividendole in tutto.
L’ho fatto perché la democrazia vive soltanto dove le idee possono parlarsi senza insultarsi.
Ascoltare le opinioni diverse non significa indebolire le proprie convinzioni, ma renderle più consapevoli. Magari si possono anche arricchire
Ritengo mio dovere, per serietà e onestà intellettuale, permettere a ogni parte di esporre con chiarezza le proprie tesi, senza caricature né pregiudizi.
Solo così il lettore — il cittadino — può formarsi un giudizio libero e responsabile, comprendendo la complessità dei temi e scegliendo con la propria testa, non per appartenenza o riflesso ideologico.
Questo è, per me, il senso più alto del lavoro civile e dell’informazione onesta: non dire cosa pensare, ma aiutare a pensare.


1. Garantire un giudice davvero terzo
Chi sostiene la riforma dice che oggi, giudici e pubblici ministeri fanno parte dello stesso “corpo” e spesso hanno percorsi simili o si scambiano ruoli. Questo può creare, anche solo psicologicamente, una vicinanza tra chi accusa e chi giudica. Separare le carriere significa mettere un muro protettivo tra i due: il giudice deve essere neutro come l’arbitro in una partita.
Argomento molto caro al Governo Meloni e a Forza Italia, che lo presentano come questione di giustizia e di “fiducia del cittadino” nel giudice imparziale.

2. Parità reale tra accusa e difesa
Secondo i favorevoli, oggi il pubblico ministero (PM) parte da una posizione di vantaggio: dispone della polizia giudiziaria, raccoglie le prove, e spesso si trova davanti un giudice che ha fatto lo stesso mestiere. Separare le carriere serve a rimettere sullo stesso piano accusa e difesa, rendendo il processo più equilibrato. Leggi in fondo un mio approfondimento indicato con *.
Tema sostenuto da gran parte dell’avvocatura (AIGA, Unione Camere Penali), che da anni parla di “parità delle armi” come principio cardine del giusto processo.

3. Basta “porte girevoli”
Oggi un magistrato può, nel corso della carriera, passare da PM a giudice e viceversa. I riformisti dicono che questo crea confusione e rischi di condizionamento: chi giudica può ritrovarsi a decidere in casi analoghi a quelli in cui prima faceva l’accusatore. Con la separazione, si sceglie all’inizio quale strada intraprendere e non si cambia più.
Questo è un cavallo di battaglia storico del centrodestra, ma anche di parte del centrosinistra moderato.

4. Più competenza, meno improvvisazione
Con carriere distinte, il giudice si specializza nel decidere e il PM nel costruire le indagini. Si punta a professionisti più esperti, formati in modo mirato.
Sostenuto da AIGA e dai comitati pro-riforma legati all’area liberale e centrista (ex area renziana, fondazioni legate al mondo forense).

5. Processi più rapidi e controlli più seri
Se il giudice è davvero indipendente dal PM, sarà più rigoroso nel controllare la fondatezza dell’accusa. Oggi, dicono i pro, troppi rinvii a giudizio arrivano automaticamente, solo per “solidarietà” tra colleghi. Con la separazione, i filtri sarebbero più severi e si eviterebbero processi inutili.
Molto presente nella narrativa di Fratelli d’Italia e Lega, che lo collegano alla promessa di “giustizia più efficiente”.

6. Allineare la Costituzione al giusto processo
L’articolo 111 parla di “giusto processo” e “terzietà del giudice”. Per i sostenitori, la riforma rende finalmente coerente l’assetto della magistratura con questi principi, eliminando vecchie incongruenze.
Argomento usato soprattutto dal Governo per dare alla riforma una veste “costituzionale” e non solo politica.

7. È legittima sul piano costituzionale
I sostenitori ricordano che la Corte costituzionale, già nel 2000, ha detto che la Carta non obbliga a mantenere carriere uniche: quindi, separarle non viola la Costituzione. È una scelta politica possibile, non un attentato all’indipendenza.
Punto tecnico, spesso citato dal Ministro della Giustizia Nordio e dai giuristi di area liberale.

8. Doppio CSM per ridurre il potere delle correnti
Due Consigli Superiori – uno per giudici e uno per PM – servirebbero a contenere il potere delle correnti interne, accusate di condizionare nomine e carriere. Ogni corpo avrebbe il proprio autogoverno.
Tema caro a tutto il Governo, ma anche a settori dell’opinione pubblica stanchi delle “guerre tra toghe”. È un messaggio politico di “moralizzazione”.

9. Un’Alta Corte disciplinare più indipendente
Oggi i giudici disciplinari fanno parte del CSM stesso: un po’ giudici e un po’ colleghi. Creando un’Alta Corte apposita, si vuole evitare l’autoreferenzialità e rendere più credibili le sanzioni.
Proposta sostenuta soprattutto da Fratelli d’Italia e da alcune fondazioni vicine al mondo accademico cattolico.

10. Il PM resta indipendente e non diventa “braccio del governo”
I promotori insistono che il PM continuerà a rispondere solo alla legge, non all’esecutivo, quindi non ci sarà un ritorno al passato (quando il PM era sotto il ministro di Grazia e Giustizia).
Questo argomento è usato per rassicurare l’opinione pubblica e rispondere alle accuse della magistratura associata (ANM).

11. In Europa funziona così
In quasi tutti i grandi Paesi europei – Francia, Spagna, Germania, Portogallo – giudici e PM hanno carriere separate, e nessuno mette in dubbio la democrazia. L’Italia, dicono i pro, è un’eccezione e può allinearsi senza perdere autonomia.
Argomento spesso utilizzato dai partiti di governo e dai giornali di area moderata come “ragione di normalità europea”.

12. Ridare fiducia ai cittadini
Il cittadino – spiegano – non si fida più di una giustizia che percepisce come politicizzata o chiusa in se stessa. Separare chi accusa da chi giudica renderebbe più limpido il sistema e più credibile il verdetto finale.
Tema popolare, usato nella comunicazione pubblica del governo, dei talk show e di alcuni media vicini a ex-leader come Berlusconi o figure che si dicono “garantiste”.

13. Riforma utile anche all’avvocatura e alla cultura giuridica
Secondo i favorevoli, una giustizia più equilibrata valorizza anche il ruolo dell’avvocato, rendendolo parte di una triade paritaria: accusa, difesa e giudice. Si rafforzerebbe una cultura comune del processo, dove tutti hanno pari dignità.
Tema sostenuto da AIGA e dalle Camere Penali, che vogliono inserire il riconoscimento costituzionale dell’avvocato come figura pubblica di garanzia.

14. Unità della magistratura salvaguardata
La riforma – assicurano – non spacca la magistratura, perché giudici e PM restano parte dello stesso “ordine autonomo e indipendente”. Cambia solo l’organizzazione interna, non il principio.
Argomento rassicurante usato da giuristi moderati e da settori vicini all’ex area berlusconiana “garantista”.

15. Una riforma simbolica e storica
Infine, i favorevoli la presentano come la conclusione di un dibattito iniziato oltre 40 anni fa. Un segno di “modernizzazione” e di coraggio politico, dopo decenni di rinvii e compromessi.
Questo aspetto è rivendicato come “vittoria storica” dal Governo Meloni e da esponenti di Forza Italia, che la vedono come un lascito politico in continuità con la stagione del “garantismo berlusconiano”.

In sintesi

Chi difende la riforma veicola il messaggio che separare giudici e PM:

  • rende i processi più equi e trasparenti;
  • rafforza l’immagine del giudice imparziale;
  • limita il potere delle correnti e le ambiguità di ruolo;
  • può migliorare efficienza e fiducia dei cittadini.

Le motivazioni si muovono tra idealità e convenienza politica: idealità giuridica per i professionisti (avvocati, giuristi liberali), e convenienza comunicativa e identitaria per il Governo, che la presenta come simbolo di “stato di diritto moderno”, contrapposto a quello percepito come politicizzato delle toghe.


* Il “vantaggio” del pubblico ministero: cosa si intende davvero

Nel linguaggio dei sostenitori, il “vantaggio” del PM rispetto alla difesa sembra derivare da tre elementi concreti:

a) L’asimmetria di potere investigativo.
Il PM dispone della polizia giudiziaria, può ordinare sequestri, intercettazioni, interrogatori, ha accesso a banche dati e strumenti che la difesa non possiede.
La difesa può indagare, sì, ma con limiti enormi (serve il consenso del giudice per molti atti e costi spesso proibitivi). Dunque, nella fase iniziale del processo penale, l’accusa può sembrare più forte.

b) Il rapporto “di famiglia” col giudice.
Poiché PM e giudici appartengono allo stesso ordine (sono colleghi, entrano dallo stesso concorso, partecipano alle stesse riunioni, spesso si conoscono personalmente), i favorevoli sostengono che si crea una sorta di sintonia culturale, di linguaggio e fiducia reciproca, che può favorire — anche inconsciamente — la tesi dell’accusa.
È ciò che i riformisti chiamano “prossimità psicologica”.

c) Il filtro debole dell’udienza preliminare.
Molti giudici dell’udienza preliminare convalidano quasi automaticamente la richiesta di rinvio a giudizio del PM (le statistiche parlano di circa l’80%). I riformisti interpretano questo come un segno di deferenza culturale o corporativa.

In sintesi: la “posizione di vantaggio” non è una norma scritta, ma una dinamica di fatto. Può apparire come un’inclinazione del sistema verso l’accusa, che la separazione dovrebbe riequilibrare.


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