La solitudine dei non amati (2024) e L’ultimo turno (2025)
Ci sono film che non cercano l’effetto speciale, ma la verità delle persone. Film che non chiedono allo spettatore di fuggire dal mondo, ma di entrarci più a fondo. Negli ultimi giorni ne ho visti due che meritano attenzione, diversi eppure accomunati dalla stessa qualità: fanno crescere.
Si tratta di La solitudine dei non amati (altrimenti detto La teoria dell’attaccamento) (2024) e L’ultimo turno (2025). Due opere che toccano corde diverse — la psiche, la cura, la fragilità — ma che arrivano allo stesso punto: mostrarci quanto siamo complessi e quanto il nostro equilibrio dipenda dal modo in cui ci leghiamo agli altri.
1. La teoria dell’attaccamento (2024)
Un film che parla piano, che accompagna, che cura.
La storia segue una donna che attraversa una fase delicata della sua vita affettiva ed esistenziale. È un racconto che non cerca colpevoli e non cerca vittime: osserva, ascolta, restituisce verità emotive. Con quello stile “nordico” che lascia spazio ai silenzi, ai dettagli, agli occhi che raccontano ciò che le parole non dicono.
Ma il vero valore del film sta nel suo potere terapeutico.
Attraverso il percorso della protagonista, lo spettatore può riflettere su questioni profonde:
- come nascono le nostre paure affettive,
- perché cerchiamo conferme dall’esterno,
- quanto dipendiamo dallo sguardo dell’altro,
- e quanto invece dovremmo imparare a fidarci di noi.
Il film suggerisce una verità semplice ma essenziale: la sofferenza affettiva diminuisce quando cominciamo a credere in noi stessi.
Quando smettiamo di considerarci fragili come siamo stati un tempo, e accettiamo che possiamo cambiare.
La teoria dell’attaccamento, raccontata così, diventa uno specchio e un invito: “Se vuoi una relazione che funzioni, inizia da te: riconosci chi sei, perdonati, abbi cura di te, costruisci fiducia.”
È un film che parla alla parte più intima di ciascuno. Non a caso, si esce dalla visione più lucidi, più gentili, più consapevoli. È quasi un piccolo percorso terapeutico in forma di cinema.
2. L’ultimo turno (2025)
La verità del lavoro invisibile.
Questo film racconta l’ultima notte di servizio di un’infermiera in un grande ospedale. Una notte come tante, eppure una notte che basta per capire più di mille discorsi sulla sanità pubblica.
Il tono è sobrio, rispettoso, mai compiaciuto. Ma proprio per questo ancora più incisivo.
Mostra:
- la responsabilità enorme che grava sulle infermiere e sugli operatori sanitari;
- la stanchezza emotiva che si accumula giorno dopo giorno;
- le decisioni difficili da prendere in pochi attimi;
- la dedizione silenziosa che nessuno vede, ma che regge la vita dei pazienti.
L’interpretazione è di altissimo livello: intensa senza essere teatrale, vera senza essere esibita. L’ospedale diventa un luogo morale, dove ogni decisione è un gesto di umanità.
Il film restituisce dignità a un mestiere spesso dato per scontato. Ci ricorda che dietro una divisa c’è un essere umano che regge paure, speranze e dolore altrui.
Perché vederli entrambi
Perché sono due film che aiutano.
La teoria dell’attaccamento aiuta a capire noi stessi: mostra che una parte della sofferenza nasce dal non sentirsi degni, e che la guarigione arriva quando scegliamo di fidarci di noi, di volerci bene, di darci credito.
L’ultimo turno aiuta a capire gli altri: ci porta dentro la vita di chi cura e sostiene, mostrando la forza silenziosa di un lavoro quotidiano che meriterebbe più riconoscimento.
Il primo film insegna l’introspezione. Il secondo insegna l’empatia.
Insieme costruiscono un piccolo percorso umano: comprendere, ascoltare, rispettare.
Sono due film importanti perché aggiungono consapevolezza. E la consapevolezza, oggi, è una forma concreta di cura — per noi stessi e per chi ci sta accanto.