Un concetto chiave per capire i dati su occupazione e PIL
Prima di affrontare i numeri sull’occupazione e di chiederci perché la crescita economica resti debole, è necessario chiarire un concetto che ricorre sempre più spesso nel dibattito pubblico, ma che raramente viene spiegato fino in fondo: il mismatch. Senza comprendere cosa si intende per mismatch, i dati su lavoro e PIL rischiano di apparire contraddittori o incomprensibili. Con una chiave di lettura, invece, quei dati acquistano coerenza.
Che cosa significa “mismatch”
La parola mismatch proviene dall’inglese e significa, letteralmente, “mancata corrispondenza”. In ambito economico, e in particolare nell’economia del lavoro, indica lo scarto tra ciò che le imprese cercano e ciò che il mercato del lavoro offre realmente. In altre parole, il problema non è soltanto se ci siano o meno posti di lavoro disponibili, ma se le caratteristiche dei lavoratori e quelle dei posti di lavoro riescano davvero a incontrarsi. Quando questo incontro non avviene, anche in presenza di domanda e offerta apparentemente sufficienti, si parla appunto di mismatch. È importante chiarirlo subito: il mismatch non coincide con la disoccupazione e non dipende da una presunta mancanza di volontà di lavorare. È un fenomeno più profondo, che riguarda l’organizzazione complessiva del sistema economico e produttivo.
Perché il mismatch conta più di quanto sembri
Negli ultimi anni, i dati mostrano una situazione ricorrente: molte imprese dichiarano difficoltà a trovare personale, mentre allo stesso tempo una parte consistente della popolazione fatica a trovare un’occupazione stabile e soddisfacente. Questo apparente paradosso è il segnale tipico del mismatch. Significa che il problema non è solo “quanto” lavoro c’è, ma che tipo di lavoro viene offerto e a quali condizioni, e, dall’altra parte, che tipo di competenze, aspettative e vincoli hanno le persone in cerca di occupazione. Il mismatch emerge quando ciò che viene richiesto non coincide con ciò che è disponibile: per competenze, per localizzazione geografica, per condizioni di lavoro o per livello di retribuzione. In questi casi, il mercato del lavoro smette di funzionare come un meccanismo fluido di incontro tra domanda e offerta.
Un fenomeno diventato strutturale
In teoria, il mercato del lavoro dovrebbe correggere nel tempo questi squilibri. Se mancano certe professionalità, i salari dovrebbero salire e rendere quelle professioni più attrattive; se i posti sono concentrati in alcune zone, la mobilità dovrebbe compensare; se le competenze cambiano, la formazione dovrebbe adattarsi. Nella pratica, però, questo meccanismo oggi funziona sempre meno. Il mismatch non è più un problema temporaneo, legato a una fase economica particolare, ma tende a stabilirsi nel tempo, soprattutto nelle economie mature come quella italiana ed europea. Le decisioni di studio e formazione vengono prese anni prima dell’ingresso nel mercato del lavoro; i salari spesso non segnalano in modo efficace dove c’è reale bisogno; le possibilità di spostarsi o riconvertirsi sono limitate da fattori economici e sociali concreti. Il risultato è un disallineamento persistente.
Perché è importante capirlo prima di parlare di occupazione e PIL
Qui sta il nodo centrale. Occupazione e PIL sono indicatori importanti, ma misurano solo il risultato finale. Non spiegano da soli come quel risultato viene prodotto. Il mismatch, invece, riguarda ciò che accade prima: il modo in cui il lavoro viene allocato, utilizzato e valorizzato. Se questa allocazione funziona male, è possibile avere:
- occupazione che cresce senza un reale aumento della capacità produttiva;
- imprese che lavorano sotto le proprie potenzialità;
- salari che restano bassi;
- crescita economica debole e discontinua.
Senza comprendere il mismatch, il rischio è quello di leggere separatamente dati che invece sono profondamente collegati. Si può osservare un numero elevato di occupati e, nello stesso tempo, una crescita economica modesta, senza capirne il motivo.
Una chiave di lettura, non ancora una conclusione
Questo articolo non intende fornire risposte definitive su PIL e occupazione. Il suo scopo è più essenziale: fornire al lettore gli strumenti concettuali per interpretarli correttamente. Il mismatch è la lente attraverso cui diventa possibile capire perché i due indicatori non sempre si muovono insieme e perché, in certi periodi, lavorare di più non significa necessariamente produrre di più. Solo chiarito questo passaggio, diventa sensato affrontare il tema successivo: che cosa ci dicono davvero i dati su occupazione e PIL, e perché oggi in Italia sembrano raccontare storie diverse.
