Come si prepara la guerra

Le guerre non iniziano mai il giorno in cui si lanciano i missili e partono le tradotte per il fronte. Quando iniziano a crepitare le armi, il lavoro più importante è già stato fatto: quello sulle coscienze. Prima di diventare fatti militari, le guerre diventano narrazioni, poi abitudini mentali, infine scelte considerate inevitabili. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un cambiamento silenzioso ma profondo nel modo in cui il conflitto armato viene raccontato alle nuove generazioni. Non più come tragedia estrema e fallimento della politica, ma come possibilità, come opzione tra le altre, talvolta persino come occasione educativa. È questo il punto più delicato e, in prospettiva, più rischioso.

La propaganda moderna non ha più il volto rozzo dei manifesti bellici del Novecento. Non ordina, non minaccia, non grida. Suggerisce. Pone domande apparentemente neutre. Usa un linguaggio tecnico, rassicurante, istituzionale. Parla di “sicurezza”, di “difesa”, di “responsabilità”. Parole legittime, certo, ma che diventano ambigue quando vengono separate dalle conseguenze reali della guerra: la morte, il trauma, la distruzione, l’irreversibilità.

Il rischio maggiore non è l’esaltazione esplicita della violenza, ma la sua normalizzazione. Quando la guerra viene presentata come uno scenario plausibile, gestibile, quasi ordinario, allora smette di apparire per ciò che è davvero: una rottura radicale del patto umano. In questo modo il conflitto viene “addomesticato” nel linguaggio prima ancora che nella pratica.

Gli adolescenti sono particolarmente esposti a questo processo. Non per fragilità morale, ma perché stanno costruendo la propria identità. È l’età in cui si cerca un senso di appartenenza, un ruolo, un riconoscimento. Inserire in questa fase narrazioni che propongono la guerra come prova di maturità, come dovere civico o come difesa dei “nostri valori” significa consolidare una visione del mondo fondata sulla contrapposizione permanente. Il mondo diventa un luogo diviso in campi, in amici e nemici, in minacce e difese.

La propaganda più efficace non mente apertamente: seleziona. Mostra l’uniforme, non il corpo ferito. Mostra la bandiera, non le macerie. Mostra la strategia, non il lutto. Così la guerra diventa astratta, distante, quasi virtuale. E ciò che è astratto è più facile da accettare, soprattutto in una cultura già abituata a vivere attraverso schermi, simulazioni e giochi.

Difendersi da tutto questo non significa censurare, né opporre una propaganda contraria e speculare. Significa fare un lavoro più profondo e più faticoso: educare al pensiero critico. Insegnare a riconoscere i meccanismi del linguaggio, a chiedersi sempre chi parla, con quale interesse, quali parti della realtà vengono taciute. Insegnare che ogni narrazione è una scelta, e che dietro ogni scelta c’è una responsabilità.

Un mondo senza violenza e senza nemici non è un’utopia ingenua. È una condizione desiderabile per una vita più serena, ed è un orizzonte che si costruisce giorno per giorno, smontando la logica che rende il nemico indispensabile. La storia mostra che i nemici cambiano, e talvolta vengono anche costruiti o percepiti come tali, mentre le ferite restano. Le armi promettono sicurezza, ma spesso producono instabilità e alimentano spirali di rancore. La vera sicurezza nasce dalla giustizia, dalla cooperazione, dalla riduzione delle disuguaglianze, dalla capacità di riconoscere l’altro come essere umano prima che come avversario.

Educare alla pace non significa negare i conflitti, ma rifiutare l’idea che la violenza sia la loro soluzione naturale. Significa restituire alla parola “politica” il suo senso più alto: gestione dei conflitti senza distruzione. È una scelta esigente, controcorrente, ma necessaria.

Il punto decisivo è questo: il futuro non si decide quando una guerra scoppia, ma quando una generazione impara a considerarla normale. Se rinunciamo a vigilare sul linguaggio, sull’immaginario, sulle domande che poniamo ai giovani, qualcun altro lo farà al nostro posto. E lo farà usando la paura come collante.

La pace non è silenzio né passività. È un lavoro culturale continuo. E comincia molto prima delle armi, proprio dove spesso non guardiamo abbastanza: nelle parole.

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