Cicerone, Catilina e il prezzo della retorica
Ci sono momenti nella storia in cui il destino di una comunità non viene deciso da una battaglia, ma da una frase pronunciata nel luogo giusto, davanti alle persone giuste, con il tono giusto. Roma, nel 63 a.C., visse uno di questi momenti. La città non era ancora sull’orlo visibile della guerra civile, ma già ne respirava l’aria. Le istituzioni repubblicane reggevano, ma come archi tesi al massimo: bastava una spinta, o una parola, per spezzarle o salvarle. In quel punto preciso della storia, la politica divenne retorica e la retorica divenne potere.
La retorica è l’arte di usare la parola in modo efficace per convincere, orientare, persuadere chi ascolta o legge. Nata nel mondo greco e sistematizzata dai Romani, non è semplicemente “parlare bene”, ma saper scegliere argomenti, immagini, ritmo e tono in funzione di un pubblico e di uno scopo. La retorica studia come si costruisce un discorso capace di muovere le menti e, spesso, le azioni. Per gli antichi aveva una dignità altissima: era uno strumento politico, giuridico e civile. In Senato, nei tribunali, nelle assemblee, chi dominava la parola dominava il campo.
La retorica può servire a: chiarire e difendere una verità, costruire consenso, smascherare un avversario, ma anche manipolare, semplificare, deformare. Per questo è un’arma a doppio taglio: può salvare una città, come fece Cicerone, lo vedremo, o ingannarla, se separata dall’etica.
In sintesi: la retorica è il potere della parola quando entra nella storia.
La diatriba tra Marco Tullio Cicerone e Lucio Sergio Catilina non è solo uno scontro tra due ambizioni personali. È l’urto tra due modi di stare nella Repubblica: da un lato l’ordine che si difende con le leggi e con la parola, dall’altro la rivolta che promette soluzione radicale a una crisi reale, quella dei debiti, delle esclusioni, delle carriere spezzate. Roma non era una città serena. Era una potenza stanca, cresciuta troppo in fretta, con un’élite ricchissima e una massa di cittadini vulnerabili, pronti ad ascoltare chi offriva riscatto. Catilina parlava a quel mondo. Cicerone parlava a Roma come idea. Cicerone, homo novus, senza antenati consoli, arrivato al vertice grazie all’intelligenza e alla disciplina della parola, capì una cosa prima degli altri: la crisi non si sarebbe risolta con un atto amministrativo, ma con una narrazione capace di separare il lecito dall’illegittimo, il dissenso dalla minaccia. Catilina, aristocratico rovinato, carismatico e duro, incarnava il volto oscuro della Repubblica: quello che nasce quando l’accesso al potere è chiuso e la frustrazione si fa ideologia. Il loro scontro non era inevitabile, ma quando avvenne divenne totale.
È qui che entrano in scena le Catilinarie. Quattro discorsi, quattro atti di un’unica operazione politica. La prima, pronunciata in Senato, è un capolavoro di aggressione verbale. “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?” ( Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?). Non è una domanda: è una sentenza anticipata. Cicerone non chiede prove, non apre un dibattito; crea un clima. Parla come se tutti sapessero già, come se la colpa fosse così evidente da rendere superflua la dimostrazione. È la forza terribile della retorica: rendere plausibile ciò che ancora non è stato giudicato. In quel momento Catilina non è più un senatore; è un corpo estraneo, seduto tra uomini che lo evitano. La parola ha già fatto il suo lavoro.
Quando Catilina lascia Roma, la seconda Catilinaria sposta il teatro nel Foro. Ora il destinatario è il popolo. Cicerone deve spiegare, rassicurare, giustificare. Lo fa con una narrazione morale che divide il mondo in luce e ombra, in cittadini e nemici. Catilina diventa il simbolo di tutto ciò che minaccia la casa, la famiglia, la stabilità. La paura, incanalata dalla parola, si trasforma in consenso. Qui la retorica mostra il suo volto più seducente: non impone, persuade; non ordina, convince.
La terza Catilinaria segna il passaggio decisivo. Entrano le prove, le lettere, i nomi. Cicerone racconta sé stesso come regista della salvezza pubblica. Non è più solo l’oratore: è il custode vigile che ha vegliato mentre la città dormiva. “Ho visto, ho saputo, ho agito”, è questo il sottotesto continuo. La parola non serve più a creare il nemico, ma a legittimare l’azione. Roma applaude. Cicerone è, per un istante, l’uomo necessario.
La quarta Catilinaria è la più inquietante. Non attacca Catilina, che ormai combatte lontano dalla città; decide il destino dei suoi seguaci arrestati. Qui la retorica non è fiamma, è lama. Cicerone finge equilibrio, lascia parlare Cesare e Catone, ma orienta l’aria verso la soluzione più drastica. Quando i congiurati vengono messi a morte senza processo popolare, la Repubblica si salva violando sé stessa. Cicerone pronuncia una frase glaciale, “Vixerunt”, hanno vissuto, e Roma tira il fiato. Ma la storia non dimentica.
La forza dialettica può portare lontano: può fermare una congiura, isolare un avversario, consolidare un potere fragile. Ma porta sempre con sé un rischio. La parola che salva oggi può condannare domani. Anni dopo, quando gli equilibri politici cambieranno, Cicerone pagherà proprio per ciò che aveva fatto “per il bene dello Stato”. L’accusa sarà semplice e terribile: aver fatto uccidere cittadini romani senza processo. La Repubblica che aveva difeso con la retorica gli presenterà il conto in nome della legalità.
Catilina, dal canto suo, morirà combattendo, con una coerenza brutale che le fonti, pur ostili, non possono negare. Non era un folle isolato, ma il prodotto di una crisi reale. Cicerone lo aveva vinto con la parola, ma non aveva risolto le cause che lo avevano generato. In questo sta la lezione più profonda.
Le Catilinarie ci insegnano che la politica non è solo gestione, ma racconto; che la retorica non è ornamento, ma strumento di potere; che chi domina la parola può dominare il tempo breve della crisi, ma non sempre il giudizio lungo della storia. “Cedant arma togae”, dirà Cicerone altrove: cedano le armi alla toga. Ma la toga, quando parla troppo forte, può diventare essa stessa un’arma.
È per questo che queste orazioni non sono reperti scolastici. Sono un laboratorio eterno. Volendo si possono leggere ancora oggi e trovarle attuali. Ci mostrano quanto la parola possa salvare una città e, nello stesso gesto, aprire una ferita che resterà aperta. La politica, quando è grande, passa sempre di lì: dalla voce che incanta, dalla frase che resta, e dal silenzio che, prima o poi, chiede il conto.
