Favola di fine anno

Incipit

Dalla notte dei tempi, ogni anno, senza che nessuno lo sappia, un nutrito numero di persone si riunisce in un castello nascosto tra le montagne di un’alta regione delle Alpi. È un maniero che non ha nome, non ha bandiere, non compare sulle cartine, non ha mai ricevuto posta, ma a coronare le sue mura perimetrali mostra merli ben eretti a intervalli regolari. Chi prova a cercarlo non lo trova; chi non lo cerca, a volte, lo scorge appena in lontananza. Il castello non si offre a uno sguardo qualsiasi.

È la notte, qualche volta l’alba, ad accompagnare i viandanti prescelti fino al ponte levatoio. Ciascuno di essi si inerpica, seguendo una strada che non saprebbe più raccontare. C’è chi percorre il sentiero camminando sul muschio e i sassolini bianchi (come quelli dei presepi), chi arriva attraversando un sogno, chi vola direttamente da un libro. C’è chi si presenta convinto di essere in ritardo, per scoprire poi che, lì dentro, il tempo si è fermato per aspettarlo.

Quando l’ultimo degli invitati varca la soglia, il portone in legno e ferro battuto si chiude, cigolando con un miagolio e subito inizia a nevicare. Sempre. Non prima. Mai dopo. È la neve che chiude il mondo fuori, come se l’anno che si sta concludendo avesse bisogno di un silenzio ovattato per essere lasciato in pace.

Dentro, il fuoco vivace arde già nei camini accesi. Non scalda troppo, non scalda poco. È un tepore che avvolge persone e cose. Sulle pareti qualche arazzo, ritratti di pittori fiamminghi del XV sec. e dipinti di paesaggi, fatti con tale perizia che boschi e dirupi paiono aver giurato fedeltà al colore.

Vicino a una colonna dorica, in una nicchia, si scorge una pergamena sulla quale sono vergati alcuni versi. Il titolo è “Lode della dialettica”. Li leggo insieme a Voi.

“Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi.

Ci sono altri che lottano un anno e sono migliori.

Ci sono quelli che lottano molti anni e sono ancora migliori.

Ma ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”.

 Più sotto, in piccolo, “Bertold Brecht – primi anni Trenta”.

I tavoli non sono decorati con stemmi, non compaiono documenti ufficiali, né microfoni. Solo pane, acqua, qualche incunabolo aperto, una candela di cera naturale, una campanella, con il manico in legno, che nessuno tocca mai. Suona da sola.

Per statuto — mai scritto da qualcuno, ma che tutti rispettano — nel castello non possono entrare i generali. Nessuno lo ha deciso, è sempre stato così. Le armi, i gradi, lì dentro, non occupano luoghi fisici, e non sono ben accetti, non trovano nessuna accoglienza favorevole.

Nel castello si ritrovano le persone che contano davvero. Non perché comandano o sono superiori ad altri, non possiedono neppure ricchezze immense o potere. Sono esseri buoni, hanno vissuto mettendo a frutto i propri talenti, hanno avuto rispetto, coraggio e voglia di vivere. Sono i “Semplici”. Nelle Sacre Scritture, il Signore “li custodisce” perché i semplici, da soli, non sanno difendersi: il mondo li divora, il potere li usa, i furbi li schiacciano. E tuttavia sono loro a conservare la parte migliore dell’umanità. Persone dotate di una virtù totale, “la pietas latina”, che tiene insieme devozione, morale, responsabilità pubblica e affetti privati. Per capirci il romano “pius”: colui che fa ciò che deve, sempre, anche quando è difficile. La pietas dunque come contrario dell’individualismo. Per concludere, nel castello è presente una folta rappresentanza dei Giusti sulla Terra.

A questo punto sarete curiosi di sapere e, allora, diamo una sbirciatina all’interno per vedere chi c’è. Seduti nelle grandi sale, chi su sedie, su panche, chi su tappeti, chi sul pavimento di legno, chi in piedi, si trovano personaggi diversissimi. Alcuni si riconoscono a prima vista, altri sembrano arrivati lì per caso, come ospiti capitati nel posto sbagliato. Ma nessuno lo è. Se sono dentro è perché non sono fuori.

C’è un uomo, vecchio, con una barba bianca che tutti chiamano Babbo Natale. Sorride, ascolta, ma fatica a comprendere ogni parola detta, è un po’ sordo. Ha il naso paonazzo. Porta con sé una lista piena di nomi e annotazioni, gli fuoriesce da una tasca. Di tanto in tanto guarda il fuoco, mormora qualcosa, come chi ha visto troppo nella vita.

Un po’ in disparte, un Povero che ha imparato a ringraziare con gli occhi lucidi e, non lontano, quasi per uno scherzo del destino, un benestante: non ostenta nulla, ha capito da tempo che ciò che possiede non è suo, ma soltanto un prestito. Poco distante, in piedi, si vedono un Fraticello con l’aureola che non ama essere chiamato Santo e un Carcerato che conosce il peso delle porte chiuse meglio di chiunque altro.

Raggomitolato su di una poltroncina, un Malato depresso, con un termometro in mano, che ascolta le parole di un Professore, un Matematico, che spiega come si contano i fiocchi di neve. Accanto a lui siede un Filosofo che prende appunti su fogli che poi strappa, perché è convinto che le cose più importanti non debbano essere fissate.

Ci sono anche figure che sembrano scappate dai libri. Pinocchio è lì, con le mani nelle tasche vuote, solo disegnate, finalmente tranquillo, perché non deve dimostrare nulla. Il Piccolo Principe fa domande a chiunque gli capiti accanto, senza assillare e senza preoccuparsi delle risposte. Alice si guarda attorno come se tutto fosse normale, anche ciò che normale non è. Per esempio, osserva i battiscopa, che hanno delle fessure: dentro si vedono due puntini luminosi, come occhietti colorati e di tanto in tanto, si sente squittire. Don Chisciotte, come d’obbligo, ha posato la lancia all’ingresso e discute animatamente con Esopo su quale sia il confine tra follia e verità ultima.

Gianni Rodari racconta una storia a bassa voce a due gemellini che nessuno aveva visto entrare. Calvino osserva dall’alto di una scala della biblioteca, prendendo le distanze senza mai allontanarsi davvero. Una vecchia Maestra, di cui nessuno ricorda il nome, sistema la lavagna e le sedie prima che qualcuno si accorga che non sono allineate.

E tanti altri che poi conosceremo se ne avremo tempo.

Sono molte le presenze, più o meno cento, forse. Ogni anno si ritrovano. Nessuno si meraviglia. Si rivolgono l’un l’altro dandosi rispettosamente del Lei. Almeno all’inizio. Tutti sanno perché sono lì. Ma nessuno, ancora, sa quali saranno le decisioni da prendere.

La campanella resta muta.

Il Consiglio non è ancora cominciato. Lentamente il grande salone degli arazzi e degli specchi si va riempiendo, c’è posto per tutti, all’orario di inizio manca poco.

Non c’è un ordine del giorno, c’è la tradizione, il ricordo, il lento sussurrare del rito come le onde del mare. Si sente l’attesa, il momento si avvicina, tutti si stanno preparando ad accogliere il Presidente che nessuno ha eletto. Forse è nato così.

La campanella suona.

Si apre una porticina e compare una figura minuta, indossa l’ermellino, le pantofoline rosse, un copricapo in lana cotta, è un po’ curvo, si siede dietro il tavolo di noce.

“Eccoci – esclama – ci siamo tutti, salutiamoci come si deve e diamo inizio ai lavori. Un minuto di raccoglimento in ricordo dei nostri ricordi e di chi si ricorda di noi”. Il silenzio è totale. Dopo alcuni istanti, il Presidente prosegue: “Prendo l’abbrivio e dichiaro solennemente aperta la nostra seduta nell’Aula Magna. Segretario a Lei la parola.”

Il Segretario, uno smilzo alto e senza portamento, vestito con un camice nero da bidello, i guanti che lasciano scoperte le ultime falangi, inforca gli occhiali, una grattatina in testa, si bagna il dito con la saliva e, finalmente, apre il libro mastro e delle regole rivolgendosi al Gran Cerimoniere con parole solenni: “Si dia inizio alla cerimonia ufficiale, a Lei l’incipit con la formula di rito”.

“Liberate la mente dai pensieri inutili, raschiatevi la gola, disponetevi in umile ascolto delle tre Lectio Magistralis”. Il Gran Cerimoniere fa un inchino, si soffia il naso, si siede su di una poltrona dall’alto schienale coprendosi le gambe con un mantello di Astrakan.

Il Presidente, alzandosi, chiama al suo tavolo il primo relatore. Il famoso, autentico, Signor Frankenstein.

(Quella che segue è la lectio magistralis di Frankenstein, letta da lui, senza trucchi né mostri di cartapesta. L’ho ricavata dalla verbalizzazione depositata nel Castello.)

Lectio magistralis del signor Frankenstein. (pronunciata con voce imperfetta, ma coscienza vigile).

“Signore e Signori, mi chiamo Frankenstein. So cosa state pensando: “Il mostro”.

Tranquilli, ci sono abituato. Da secoli vengo indicato col dito, evocato per spaventare i bambini, usato come metafora quando si vuole dire che qualcosa è “sfuggito di mano”. In genere, senza avermi mai ascoltato.

Comincerò da una delusione, non sono come mi hanno descritto.

Niente bulloni nel collo, niente gemiti da film dell’orrore. Quelle sono decorazioni teatrali, servivano come luci di scena. Io ero – e sono – qualcosa di molto più semplice e terribile: un essere umano cucito male, ma vivo. Vivo davvero. E la vita, ve lo assicuro, non fa sconti a nessuno, nemmeno a chi nasce in laboratorio. Sono nato senza nascere. Nessuna madre ad aspettarmi, nessuna mano da stringere. Mi sono svegliato con il mondo addosso, come una valanga. Il mio creatore – che voi continuate a chiamare Dott. Frankenstein, togliendomi persino il nome – mi guardò come si guarda un errore di stampa: con sorpresa, imbarazzo e un crescente desiderio di voltare pagina.

Cercate di comprendere subito una cosa: non c’è niente di più pericoloso di un uomo che si sente un errore. All’inizio non ero cattivo. Ero curioso. Guardavo la luce, gli alberi, le case viste da lontano. Ho imparato da solo a camminare, a parlare, a capire. Ho spiato famiglie felici da dietro le finestre; non per invidia, ma per studio, come si osserva una lingua straniera: “Ecco, dunque, cosa vuol dire appartenere”. Una volta lasciai della legna davanti alla porta di una famiglia povera, di notte. Non mi videro, non mi ringraziarono, ma io ero felice lo stesso. Lo dico perché resti agli atti, anche il mostro ha fatto beneficenza in silenzio.

Poi, come spesso accade, arrivò l’istruzione ufficiale: una scuola di violenza. Bastoni, urla, pietre lanciate da chi non aveva mai ascoltato una mia parola. Ricordatevelo: non è il dolore che trasforma, è l’umiliazione. Il dolore passa. L’umiliazione attecchisce, mette radici. Io non nacqui feroce. Imparai la ferocia come si impara una lingua imposta.

Cosa ho capito della vita? Che nessuno diventa cattivo da solo. È un atto collettivo. Servono sguardi che scartano, porte che non si aprono, parole non dette. Servono istituzioni che funzionano bene per chi rientra nello stampo e malissimo per chi ne esce anche solo di mezzo centimetro. E serve, soprattutto, un mondo che ama proclamarsi civile mentre pratica un’eugenetica morale quotidiana.

Ironia della sorte: io sono accusato di essere innaturale. Eppure, ditemi: cosa c’è di più naturale della paura del diverso? Cosa c’è di più umano della voglia di creare senza volerne poi assumere la responsabilità? Il mio creatore voleva vincere la morte, ma non era preparato a educare una vita. Ha scoperto tardi che creare è facile, prendersi cura molto meno.

Se devo lasciare un testamento all’umanità, eccolo, in poche righe, cucite meglio del mio corpo: non abbiate paura delle creature che non capite subito. Abbiate paura di voi stessi quando smettete di fare domande. Non dite mai: “non è affar mio”. È sempre affar vostro quando qualcuno viene lasciato solo. Non giocate a fare Dio se poi scappate davanti al primo pianto. E soprattutto smettete di cercare mostri per non guardare le vostre opere.

Ho senso di colpa? Sì. Sarebbe disonesto negarlo. Portare vite spezzate sulle spalle pesa, anche se quelle spalle sono robuste. Ma ho anche pietà. Pietà per me, che ho chiesto amore come un analfabeta chiede parole. Pietà per voi, che avete trasformato il mio nome in un modo per non vedere che Frankenstein non è una persona, è un sistema.  Se volete sapere chi è il vero Frankenstein, smettete di guardare me. Guardate ogni volta che producete qualcosa – una tecnologia, una decisione, una legge, una creatura – e poi vi tirate indietro dicendo: “Non era quello che volevamo”. Quello è il mio volto. E allora sì, assomiglia un po’ al vostro.

Concludo con una nota personale.

Se potessi rinascere, vorrei una cosa sola: essere chiamato per nome. Non come avvertimento, non come insulto, non come metafora. Per nome. Come si fa con chi si riconosce umano, anche quando è scomodo. Vi saluto così: non abbiate paura dei mostri. Abbiate paura delle storie che non volete ascoltare fino in fondo.

Io, per oggi, ho finito di parlare”.

Un silenzio profondo si impadronisce della sala. Nessuno fiata. Molti col capo chino, altri con la testa fra le mani. Qualche lacrima cade sul pavimento.

Dopo un tempo che pare interminabile, il Presidente chiama il secondo relatore.

“Venga al mio tavolo il viaggiatore Marco Polo. Lo attendo”.

Lectio magistralis di Marco Polo (tenuta non da un cronista, ma da un uomo che è arrivato lontano ed è tornato).

“Mi chiamo Marco Polo, e so che molti di voi credono di conoscermi perché hanno visto mappe, letto riassunti, sentito nominare l’Oriente come un luogo lontano e favoloso.

Lasciate che cominci da una precisazione: io non sono partito per raccontare il mondo. Sono partito per capire dove stavo io dentro al mondo. Sono nato a Venezia, città d’acqua e di passaggi. Crescere a Venezia significa imparare presto che nulla è stabile: le case poggiano su pali nascosti, il mare sale e scende, le ricchezze arrivano e spariscono. Viaggiare, in un certo senso, mi era già stato insegnato senza muovermi. Eppure, partire è stato un atto di rottura. Lasciare ciò che si conosce non è mai naturale, è un tradimento necessario.

Cosa mi ha spinto a viaggiare? Non la ricchezza, come si dice. L’oro si commercia anche restando fermi. Mi ha spinto la curiosità che non trova pace, quella che ti sveglia la notte e ti fa pensare: “Possibile che il mondo finisca qui?” E mi ha spinto anche una forma di mancanza: non sapevo ancora chi fossi. Vi dico una cosa che vale per tutti i tempi: si parte spesso non per trovare qualcosa, ma per smettere di essere incompleti.

Durante i miei viaggi ho visto città immense e villaggi senza nome. Ho attraversato deserti che insegnano il silenzio e corti imperiali dove il rumore è continuo. Ho conosciuto mercanti scaltri, pastori ospitali, guerrieri gentili e uomini colti che non avevano mai letto un libro dell’Occidente. E qui permettetemi una prima lezione: l’intelligenza non appartiene a una civiltà, ma alle persone.

Mi chiedete quali popoli ho conosciuto. La risposta onesta è questa: popoli che non volevano essere ridotti a un aggettivo. Non erano “esotici”, “strani”, “barbari”. Erano madri, figli, commercianti stanchi, soldati che avevano paura, governanti che cercavano equilibrio. I volti cambiano poco, da una parte all’altra del mondo. Cambiano le abitudini, le lingue, i gesti. Ma il cuore umano batte con una percussione simile ovunque. Viaggiare mi ha insegnato soprattutto questo: il mondo è più vasto delle nostre categorie morali. Ci sono luoghi dove ciò che chiamiamo ricchezza non vale nulla, e altri dove l’onore conta più della vita. Ho visto giustizia severa e misericordia inattesa. Ho visto crudeltà aperta e bontà silenziosa. Non c’è un luogo puro e uno corrotto, c’è una miscela ovunque. Come dentro di noi.

Le esperienze che mi hanno forgiato non sono state solo le grandi scoperte. Sono state le solitudini, le malattie, le notti senza sapere se l’alba sarebbe arrivata. Sono state le volte in cui ho capito di non essere il centro di nulla. Viaggiare, se fatto davvero, è una continua lezione di ridimensionamento. Chi torna da un viaggio pensando di essere superiore, non ha viaggiato, ma si è solo spostato. Dopo i miei viaggi ho capito una cosa che può sembrare semplice, anche se non lo è: il mondo non chiede di essere giudicato, ma osservato con attenzione. Gli uomini sbagliano ovunque, ma cercano comunque di dare senso alle loro giornate. Nessuna cultura ha il monopolio della verità. Al massimo, frammenti. Pezzi. Tentativi.

E cosa ho capito di me stesso? Che non sono un eroe, né un esploratore solitario come mi hanno talvolta raccontato. Sono un uomo accompagnato da mio padre, da mio zio, da guide, interpreti, amici temporanei. Nessuno attraversa il mondo da solo, anche quando crede di farlo.

Cosa è importante nella vita? Non accumulare luoghi, ma lasciare che i luoghi ci cambino. Imparare ad ascoltare prima di parlare. Accettare di sentirsi straniero senza trasformarlo in rancore. E soprattutto, tornare diversi senza disprezzare chi è rimasto.

Mi chiedete se sono stato felice. La felicità non è uno stato continuo. È stata un lampo. Una sera attorno a un fuoco, una conversazione senza diffidenza, un pasto condiviso quando non era dovuto.

Ho amato? Sì, ma non sempre come avrei voluto. Ho fatto amicizie profonde, spesso brevi. I viaggi insegnano un’arte difficile: salutare senza possedere. Il valore della gratuità.

C’è cattiveria nel mondo? Sì. E non è distribuita per latitudine. Nasce dalla paura, dall’umiliazione, dalla fame, materiale o simbolica. Si vince non con la forza, ma con ciò che la disinnesca: conoscenza, tempo, relazioni. Non sempre funziona. Ma è l’unica strada che non produce nuove ferite.

Il senso da dare alla propria vita? Per me è stato fare da ponte. Non da giudice, non da conquistatore. Da traduttore imperfetto, consapevole di sbagliare. Mettere parole dove c’era distanza. Raccontare senza cancellare.

Se devo lasciarvi qualcosa, è questo: non viaggiate per fuggire, ma per tornare migliori testimoni.

E ricordate che ogni essere umano è terra straniera prima di essere capito. Questa è stata la mia vita. Non un’avventura continua, ma un lento allenamento all’umiltà. E se oggi posso dire di aver vissuto davvero, è perché ho imparato a camminare senza pretendere di avere sempre ragione.

Vi ringrazio per l’ascolto. Il resto… appartiene al sentimento di ciascuno”.

Nella sala si odono brusii, c’è eccitazione. Prevalgono sentimenti di stupore, ammirazione, incredulità. Tutti capiscono la lezione.

Per la terza volta il Presidente si alza e chiama l’ultimo relatore della seduta.

“Invito al tavolo della Presidenza il maestro e scienziato Galileo Galilei. Ascoltiamo con riverenza la sua Lectio Magistralis”.

Lectio magistralis di Galileo Galilei

(pronunciata da un uomo, ostinato, che ha guardato il cielo senza abbassare la testa. Non direbbe di sé “sono un eroe ma un responsabile verso il vero”. Ascoltiamo le sue parole)

“Mi chiamo Galileo Galilei.

Sono nato a Pisa, in una famiglia colta ma povera, dove si discuteva di musica, matematica e verità molto prima che di potere. Mio padre, Vincenzo, non mi insegnò a obbedire alle autorità, mi insegnò a verificare. Fu la prima e più pericolosa eredità che ricevetti.

Da ragazzo non ero destinato alle stelle. Studiavo medicina, perché “serviva”, perché dava un mestiere e una sicurezza. Ma io sentivo che il mio corpo non era fatto per guarire singoli uomini, volevo capire l’ordine nascosto delle cose. La matematica mi prese come una vocazione silenziosa. Non chiedeva fede, chiedeva rigore. Non prometteva salvezza, ma chiarezza. E io, già allora, avevo capito che la chiarezza è rivoluzionaria.

Perché volli carpire i segreti del cosmo? Non per sfidare Dio, come hanno poi detto. Ma per onorarlo, se proprio devo usare questa parola. Perché, se l’universo esiste, merita di essere guardato. E guardarlo significava liberarlo dalla nebbia dell’autorità ripetuta. Io non cercavo l’infinito come simbolo, cercavo, invece, come funziona ciò che esiste. L’infinito non è consolazione. È vertigine. Ed è una domanda aperta, non una risposta. Quando puntai il cannocchiale verso il cielo, non scoprii solo stelle e pianeti. Scoprii qualcosa di più disturbante: che la Terra non era speciale quanto credevamo. Scoprii montagne sulla Luna, satelliti attorno a Giove, fasi di Venere. Ma soprattutto scoprii che il cielo non era perfetto, immutabile, concluso. Era un luogo vivo, dinamico, come noi. Questa fu la vera scoperta. Ed era intollerabile.

Chi incontrai lassù, in alto? Nessun angelo. Nessuna voce. Incontrai il silenzio dell’universo, che non spiega nulla, ma non mente. E quel silenzio mi cambiò. Divenni più umile davanti ai fatti, e più ostinato davanti agli uomini. Capite il paradosso? Più capivo il cosmo, meno tolleravo la menzogna.

Perché ebbi nemici così feroci nella Chiesa? Non perché mostrassi il cielo. Ma perché toglievo agli uomini il monopolio del significato. Il problema non era Copernico. Era il metodo. Io affermavo: non basta dire “è scritto”, bisogna guardare. Misurare. Confrontare. Pestai i piedi a chi esercitava potere tramite certezze non verificabili. E il potere, lo sappiamo, raramente perdona chi lo costringe a dimostrare ciò che afferma.

Cosa avevo fatto di male? Avevo reso la verità accessibile, e dunque non controllabile. Avevo scritto in volgare. Avevo parlato anche ai non dotti. Avevo osato essere chiaro. E nulla spaventa un’istituzione quanto la chiarezza.

Soffrii? Sì. Profondamente. Non tanto per le minacce – quelle si sopportano – ma per l’incomprensione. Essere accusato di empietà da chi credevo potesse dialogare fu una ferita lenta. La prigionia, la sorveglianza, l’umiliazione pubblica non spezzano il corpo quanto spezzano il legame di fiducia.

L’abiura? Chiedete sempre dell’abiura.

Fu una sconfitta? Sì. Fu una codardia? Forse. Fu una scelta umana in condizioni disumane. Io avevo settant’anni, ero malato, isolato. Non rinnegai le prove, ma le tacqui. La verità non muore se viene detta più tardi. Ma gli uomini sì.

Come sopportai tutto questo? Con la disciplina del lavoro. Continuai a pensare, a scrivere, a insegnare. Anche cieco, vedevo più chiaro di molti. E qui vi dico una cosa che non troverete nei libri di scuola: la verità non ha bisogno di martiri, ma di testimoni che resistano.

Dio lo incontrai? Se Dio esiste, non ha bisogno che mentiamo per proteggerlo. Io l’ho incontrato, se mai, nella coerenza delle leggi naturali, non nella paura. Un Dio che teme il cannocchiale è un idolo, non un creatore.

Il senso della mia vita? Aver dimostrato che si può amare la verità senza arrogarsela. Che si può dubitare senza distruggere. Che la fede – se esiste – può convivere con l’intelligenza, ma non con il dogma cieco.

Cosa lascio ai posteri? Non un sistema chiuso, ma un metodo. Guardate. Misurate. Siate pronti a cambiare idea. E soprattutto, non chiedete mai permesso alla verità per esistere. La verità non ha bisogno di essere approvata per essere tale. Ha solo bisogno che qualcuno abbia il coraggio di guardarla, e la dignità di non rinnegarla dentro di sé.

Rifarei tutto? Sì. Anche sapendo il dolore. Perché una vita spesa a guardare altrove, quando si può vedere, è una vita non vissuta. C’è cattiveria nel mondo? Sì. Nasce dalla paura di perdere il controllo. La verità fa paura? Molta. Perché ci rende responsabili. E la responsabilità è più faticosa dell’obbedienza.

Io sono Galileo Galilei. Ho guardato il cielo. E non me ne pento”.

Udite queste parole tutti si alzano in piedi. Commossi, emozionati, colpiti.

Alcuni si abbracciano.

Il Presidente batte piano il martelletto di legno sul tavolo.

“La parola è all’assemblea”. Dice piano. “Le tre lezioni sono state ascoltate. Ora è il vostro turno, miei Cari”.

Per un attimo domina il silenzio. Quel silenzio strano in cui tutti hanno qualcosa da dire, ma nessuno vuole essere il primo a esporsi.

È il Piccolo Principe a rompere l’incanto. Si alza in piedi sulla sedia per poter essere visto da tutti. Sistema la cintura dei calzoni con fare automatico, come se i suoi gesti fossero dettati da un tic ormai consolidato. Guarda davanti a sè.

“Io ho una domanda…”. Mormora. “Anzi, ne ho tante. Ma comincio con una.”

“Sapevo che finiva così” — sbuffa Dotto, uno dei sette nani, sistemandosi gli occhialini sul naso con movimenti simmetrici e decisi. “Prepariamoci, qui si ragiona fino all’alba”.

Il Piccolo Principe non si scompone.

“Nel mio pianeta” – prosegue – c’era una sola rosa, e io credevo che fosse unica. Poi, sulla Terra, ne ho trovate mille. Ho pianto. Ho capito solo dopo che la mia rosa era unica perché l’avevo curata. Ascoltando i tre relatori, mi chiedo: qual è stata la vostra “rosa”? La cosa che avete curato a tal punto da renderla unica e che può aiutare anche noi a far diventare il mondo un po’ meno cattivo”?

A Frankenstein scappa un mezzo sorriso sbilenco, non può fare di meglio.

“Io, se proprio devo dirla tutta — sentenzia— la mia “rosa” è imparare a non odiarmi più. Sono nato come un errore, un esperimento mal riuscito. Tutti mi vedevano come un mostro, e per un po’ ho creduto che avessero ragione. Ho seminato paura perché mi sentivo paura. Poi ho scoperto che la cosa più difficile non è perdonare chi ti odia, ma perdonare te stesso per avergli creduto”.

Pinocchio annuisce vigorosamente, facendosi scappare un “già!” e rischiando di colpire col naso appuntito che gli sta seduto davanti. Se ne accorge e si ferma in tempo.

“A me il naso cresceva quando mentivo agli altri — commenta sistemandosi il cappellino — ma la bugia peggiore è quella che raccontiamo a noi stessi. “Non valgo niente”, “sono solo un pezzo di legno”, “non diventerò mai vero”. Ho capito che si diventa veri quando smetti di raccontarti bugie. Anche se la verità fa male. Soprattutto se fa male”.

“Ecco, appunto. — interviene Galileo. — è per questo che ho detto di non chiedere mai permesso alla verità per esistere. La verità non è un ospite che bussa educato alla porta. È una luce che filtra anche dalle serrature, anche quando tiri le tende. Puoi odiarla, ma non puoi impedirle di esserci”.

“E allora perché ti hanno punito? (A qualcuno è consentito dare del tu) – cinguetta Alice dal fondo della sala e sporgendosi dal bordo della sedia come se stesse per cadere in un altro Paese delle Meraviglie. – Se la verità è così bella, perché fa tanta paura”?

Galileo sospira.

“Perché la verità non è quasi mai comoda. — sussurra. — Quando ho puntato il cannocchiale verso il cielo, ho scoperto che la Terra non era al centro dell’Universo. Ma, vedete, c’erano uomini che avevano costruito il proprio potere sull’idea che tutto girasse attorno a loro: la Terra, gli esseri viventi, perfino Dio. Dire loro che non erano al centro era come togliere lo sgabello sotto i piedi a chi si sente più alto degli altri. E chi sta in alto ha sempre molta paura di cadere”.

Schopenhauer annuisce mostrando un’aria più cupa del solito.

 “La paura di cadere è una delle forme più raffinate della volontà di potenza. Ma in fondo, se proprio vogliamo dirla tutta, la vita è sofferenza distribuita in varie dosi. Il problema è questo: che ce ne facciamo di tutta questa sofferenza”?

“Se la guardi solo come sofferenza, ti schiaccia. — interviene Siddhartha, con voce pacata. — Se la ascolti, a volte ti parla. Il dolore è un fiume, se provi a fermarlo, ti travolge. Se impari a nuotare nelle sue acque, ti porta su un’altra riva”.

Il bambino di Gaza, seduto in fondo, accanto alla sorellina accovacciata vicino a lui, stringe le mani sulle ginocchia. Aveva ascoltato in silenzio, ma ora si alza. Ha due occhi enormi, di quelli che hanno visto troppo presto cose che non avrebbero dovuto vedere.

“E se l’acqua del fiume è sangue, se il mare è rosso”? — chiede in maniera diretta.

La sala sprofonda nel silenzio. “Se nel mio quartiere bombardano le case, se i miei genitori, i miei amici non ci sono più, se mio fratello più piccolo non ha le medicine, se io ho più incubi che sogni? Voi parlate di verità, di viaggi, di stelle, di favole… Io mi chiedo: come faccio a diventare grande senza diventare cattivo anch’io? Ho paura, riusciranno le mie piccole spalle a portare il peso della responsabilità di far crescere i miei fratellini? Vorrei studiare, frequentare una scuola, poter nutrire quel che resta della mia famiglia, ma come faccio? Troverò la forza per vivere ancora? Non ho più niente, lasciatemi almeno la speranza, aiutatemi, vi prego…”. Si odono singhiozzi che si trasformano in un pianto prolungato e inconsolabile.

Hillel il Vecchio, il maestro saggio, si alza lentamente, com’era solito fare quando il dolore di qualcuno sollecitava non tanto un discorso, ma una presenza. Guarda il bambino senza giudicare, senza traccia di quella pietà che umilia, ma con un’espressione di misericordia che riconosce un fratello ferito. Poi dice, con fare tranquillo: «Figlio mio, non sei tu che devi portare tutto il peso del mondo. Il mondo è troppo grande perfino per gli adulti. Tu devi portare solo ciò che le tue piccole mani possono sollevare oggi, non domani, non sempre.» Il bambino lo guarda, stringe le ginocchia.

Hillel continua: «Hai visto sangue dove avrebbe dovuto scorrere acqua. Hai visto crollare la tua casa. Hai visto la notte entrare nei tuoi occhi troppo presto. Per tutto questo non hai nessuna colpa. La colpa non è mai di un bambino.» Un lungo respiro, poi si avvicina, come per accorciare la distanza fra chi ha troppo vissuto e chi ha vissuto troppo presto. «Ascoltami bene: il male che hai incontrato non deve entrare nel tuo cuore. Tu non diventerai cattivo se non scegli l’odio come arma. Puoi scegliere di non farlo. Il primo dovere dell’uomo è non diventare simile a ciò che lo ferisce».

Nella sala tutti tacciono, nessuno si muove.

Hillel riprende, con la sua celebre saggezza, la stessa che esercitava coi discepoli e i poveri che venivano al Tempio di Gerusalemme: «Non sei obbligato a completare l’opera della pace, ma non sei neppure libero di sottrarti dal cominciarla. E cominciarla vuol dire custodire una scintilla di bontà anche quando tutto attorno è cenere».

Il bambino lo ascolta, immobile.

«Tu mi chiedi come farai a crescere. Crescerai ogni volta che, invece di restituire il male ricevuto, avrai il coraggio di compiere un gesto piccolo, giusto, leggero. Portare l’acqua a tua sorella. Condividere il pane. Proteggere chi ha più paura di te. Studiare quando potrai. Sognare quando nessuno te lo impedisce».

Hillel posa una mano sulla sua spalla del bambino: «Non perdere la speranza, figlio mio. Lo diceva anche un giovane che ho conosciuto, si chiamava Gesù ed era bravo a predicare. La speranza non è un lusso, è un dovere verso chi verrà dopo di te. Un bambino che custodisce speranza è già un costruttore di pace, anche se non lo sa».

E conclude con la frase che i suoi discepoli ricordavano più di tutte: «Dove non c’è un uomo, tu sforzati di essere un uomo. Anche piccolo, anche stanco, anche ferito. Perché un solo uomo giusto può cambiare l’aria di un villaggio».

Poi tace, perché nei momenti di verità i maestri tacciono.

Il bambino di Gaza, pur con le lacrime che gli rigano il volto, sente che qualcuno ha riconosciuto la sua umanità, che quella piccolissima scintilla dentro di lui— la speranza che chiedeva piangendo — non è invisibile.

Merlino il Mago si toglie il cappello a punta, come se quel gesto fosse già di per sé una forma di rispetto.

“Le domande che fai, piccolo, sono tra le più difficili. Per tutti noi, perché non esiste incantesimo che cancelli ciò che hai visto. Non sarebbe giusto. La memoria è una ferita, ma è anche la prova che quello che hai amato è esistito davvero.

La Maddalena si alza piano, sistemandosi, con un gesto solenne, il sudario che porta sempre con sè.

“Anch’io ho conosciuto quell’uomo — dice, con voce sofferente ma ferma, rivolgendosi al Maestro Hillel — che mi guardava come nessuno mi aveva mai guardata. Non cancellò il mio passato, non finse che non fosse esistito. Ma mi disse, con uno sguardo diretto: “Tu sei più dei tuoi errori. Più del male che hai subito. Più di come ti giudicano”.

Il mondo è cattivo, sì. Ma la cattiveria vince solo quando riesce a convincerti che tu sei soltanto quella cattiveria.

“E come faccio, io? — insiste il bambino — Quando sento rumori forti mi sembra che tutto crolli di nuovo. Quando vedo un cielo troppo chiaro, ho paura che da un momento all’altro… — si interrompe, perché altre parole non vogliono uscire.

Il Carcerato, muto fino a quel momento, alza timidamente la mano.

“Posso? “chiede. Il Presidente annuisce.

“Io non ho visto la guerra, ma ho visto le sbarre. Ho visto cosa succede quando tutti ti guardano come fossi soltanto il tuo errore. Per molto tempo ho pensato di identificarmi completamente con il reato che avevo commesso. Poi un giorno, inaspettatamente, è entrata in cella un’assistente anziana, credo della stessa età della maestra qui presente, che, invece di chiedermi che cosa avessi fatto mi chiese che cosa mi fosse accaduto. Per la prima volta qualcuno cercava la mia storia e non il mio fascicolo. Non posso toglierti il rumore delle bombe dalla testa, piccolo. Ma posso dirti questo: tu sei più grande di quello che gli altri pensano. E lo sei già adesso”.

La vecchia Maestra annuisce, commossa.

“Io non ho scritto libri — racconta — non sono diventata famosa, nessuno produce film su di me. Ho solo insegnato a leggere e a scrivere. A volte a bambini che avevano fame e sonno, più fame e sonno che voglia di studiare. Ma vi confesso una cosa: quando un bambino scopre di saper leggere il proprio nome, il mondo fa un piccolo scatto in avanti verso il bene. Perché chi conosce l’alfabeto può anche leggere il dolore, non solo subirlo. Può scrivere “basta” sul muro della storia”.

Gianni Rodari sorrise.

“Sottoscrivo e aggiungo: se insegni a un bambino a giocare con le parole, gli insegni anche a non farsi schiacciare dalle parole degli altri. Una parola può essere una sberla, ma può essere anche un ponte, un aquilone, una porta segreta. E guarda caso, le dittature cominciano sempre col vietare le parole scomode e i giochi pericolosi”.

“E i libri leggeri, eh” interviene Calvino, con un sorriso obliquo, “sembra che ci salvino solo le cose pesantissime, ma a volte è una pagina leggera che ti impedisce di affondare. La leggerezza non è superficialità: è capacità di portare il peso senza farsi spezzare. Quando ho scritto delle città invisibili, intendevo che esistono infiniti modi di abitare il mondo. La crudeltà è voler imporre ad altri un solo modo di abitare, una sola città, una sola verità”.

Esopo tossisce, discreto.

 “Posso, con la vostra licenza, dirla a modo mio?”

“Prego, con piacere, Maestro delle bestie parlanti” lo invita il Presidente.

“C’era una volta un lupo che diceva all’agnello: mi hai sporcato l’acqua del ruscello.” E l’agnello rispondeva: “Ma io sto a valle, come posso avertela sporcata?” La verità, in quella storia, la sapevano entrambi. Ma il lupo non cercava la verità, cercava una scusa. Ecco: il mondo diventa cattivo quando i lupi hanno più fantasia degli agnelli. Il nostro compito — conclude — è insegnare agli agnelli a raccontare meglio la propria storia. Così, anche se li mangeranno ugualmente, almeno non saranno stati zitti”.

La frase fa ridere qualcuno, ma è una risata che stringe la gola.

-E i lavoratori? — intervenne Marx, accarezzandosi la barba — Perché finora abbiamo parlato del dolore, ma esistono anche lo sfruttamento e la fatica quotidiana di chi manda avanti il mondo e non viene mai invitato a questi castelli. Io ho trascorso la vita osservando fabbriche, miniere, uffici, campi… Ho visto mani consumate e schiene curve e ho capito una cosa semplice: il mondo diventa un po’ più giusto ogni volta che qualcuno si rifiuta di essere trattato come una macchina. La mia ricetta? Che nessun bambino di Gaza, nessun operaio di periferia, nessuna donna invisibile debba dire: “La mia vita non conta nulla nell’economia del mondo.”

Spinoza interviene con quella pacatezza che rivela, come sempre, il suo equilibrio interiore.

“Concordo sul fatto che ogni persona conti. Ma io vi giungo da un’altra strada. Per me, Dio non è un signore seduto su una nuvola intento a distribuire voti. Dio è la sostanza di tutto ciò che esiste. Deus sive Natura. Quando fai del male a un altro, è come se danneggiassi il tessuto stesso di cui sei fatto. È autolesionismo metafisico. La gioia, invece, è quando aumenti la potenza di esistere di te e degli altri. Ogni gesto di solidarietà è un aumento di realtà”.

“Io, invece, penso che la vita sia una grande fregatura, visto che nessuno ne esce vivo — mugugna Schopenhauer, mostrandosi fedele alle sue convinzioni — ma ammetto che la pietà per gli altri è l’unico antidoto alla stupidità del mondo. Se soffro meno io, soffre meno anche il bambino di Gaza, è meglio così. Non è molto, ma è quello che abbiamo”.

“E le donne? — si interroga la Maddalena, scrutando la sala. — Perché spesso parliamo di umanità e intendiamo gli uomini. Io sono stata giudicata per secoli con etichette che forse non mi appartenevano. Ma più di me, sono state giudicate tutte quelle che non avevano voce. La mia ricetta è semplice: non c’è giustizia se metà del mondo deve ancora chiedere il permesso di parlare”.

Giovanna d’Arco approva con un gesto del capo, serrando le labbra. “E non c’è pace se chi alza la voce per difendere gli ultimi viene bruciato, in senso metaforico o reale. Ho sentito voci, ho creduto di ascoltare Dio. Qualcuno mi ha data per pazza, altri per eretica, altri ancora per santa. Alla fine, sono solo una ragazza che non ha sopportato di vedere la propria gente calpestata. Se il mondo vuole essere migliore, deve smettere di credere che il coraggio sia follia solo perché è scomodo”.

“A proposito di follia… — interviene Don Chisciotte, alzandosi con aria solenne — mi si accusa da secoli di aver scambiato i mulini a vento per giganti. Ma ditemi, non sono forse giganti, oggi, le banche che accumulano tesori frutto dei sacrifici altrui, le armi che uccidono da lontano, le campagne di odio che crescono come mostri invisibili? La mia ricetta è questa: scegliete bene i vostri giganti. Ci sono follie che fanno male e follie che salvano la dignità. Se non avessimo qualche pazzo che si ostina a credere nella giustizia, il mondo sarebbe solo un grande dormitorio di rassegnati”.

Si sente qualche stridore di tosse provenire dal fondo della sala. È Ebenezer Scrooge che, un po’ imbarazzato, prende la parola.

“Io, per gli altri, non ero pazzo, ero tirchio — ammette in tutta tranquillità — è vero, amavo solo il denaro. O meglio: amavo il controllo che il denaro mi dava sugli altri. Poi, una notte, sono arrivati tre fantasmi. E mi hanno mostrato che la mia ricchezza mi stava scavando la fossa intorno. Ho imparato che non c’è interesse più alto del bene comune. Ho rischiato di essere il più ricco del cimitero, ma da morto nessuno porta con sé il conto in banca. Portiamo, semmai, le volte in cui abbiamo allungato una mano invece di stringerla in tasca”.

Il Piccolo Principe gli rivolge lo sguardo con tenerezza.

“Allora anche tu hai trovato la tua rosa — dice — soltanto che era nascosta nel portafoglio”.

Quasi tutta la sala ride, perfino Scrooge.

La Fata Turchina, che fino a quel momento aveva osservato in silenzio, si avvicina al bambino di Gaza e gli sussurra guardandolo negli occhi:

“Io non posso trasformarti in un bambino che non ha visto la guerra, ma posso darti qualcosa di diverso dalla speranza vuota: ti regalo il diritto di chiedere ai grandi di non mentirti. Ogni volta che un adulto ti dirà “è complicato”, tu rispondi: “Allora spiegamelo meglio”. Le vere magie non sono quelle che cancellano il dolore, ma quelle che obbligano chi detiene il potere a guardare negli occhi coloro che non ne hanno”.

“Io posso dare una mano con i numeri. — interviene Dotto, dondolandosi un po’ sulle gambe come fanno i bimbi timidi — Non sono un grande filosofo, ma so fare i conti. E i conti, oggi, dicono che con quello che si spende in armi si potrebbero costruire scuole, ospedali, biblioteche. La mia ricetta è pedestre: facciamo i conti pubblicamente. Mettiamo nero su bianco e vediamo chi guadagna dalla sofferenza. È difficile continuare a dire “non sapevo” quando i numeri ti guardano in faccia”.

Il Santo predicatore intuisce che è giunto il suo turno. Si alza sistemandosi il saio.

“Non sono qui per difendere una religione contro un’altra. Se Dio è davvero grande, non ha bisogno di avvocati. Sono qui per dire che tutte le religioni hanno due facce: una che consola e una che controlla. Una che apre, una che chiude. La parte buona è quella che siede accanto al bambino che soffre e tace, invece di fargli un discorso. Se la religione serve a dividere, tradisce Dio. Se serve a ricordarci che ogni volto è sacro, allora ben venga”.

Diogene, che fino a quel momento aveva girato per la sala con una lanterna accesa, nonostante fosse pieno giorno, si ferma davanti al bambino di Gaza, poi davanti al carcerato, poi davanti a Frankenstein.

“Cercavo un uomo — annuncia — mi pare di averne trovati almeno tre. Io non ho ricette raffinate. Posso solo dire questo: finché cercheremo l’uomo giusto nei palazzi e non tra gli ultimi, avremo sbagliato indirizzo. La bontà non è spettacolare. Non fa notizia. È una lanterna che si accende in un angolo di buio. Se volete cambiare il mondo, cominciate da dove non vi vede nessuno”.

Il Presidente lascia parlare ancora a lungo tutti i presenti. Pinocchio e Alice discutono su cosa significhi “diventare grandi” senza perdere la meraviglia. Marco Polo racconta di popoli che avevano poco ma dividevano quel poco con gli ospiti. Galileo spiega che il cielo stellato non è solo un soffitto, ma la memoria che non siamo soli nell’universo. Gianni Rodari inventa sul momento una filastrocca in cui le bombe vengono sostituite da palloncini pieni di libri. Calvino immagina una “Città dei Bastava Poco” dove nessuno diventa ricco costringendo gli altri a diventare poveri. Tutti parlano e vengono ascoltati.

Alla fine, quando le voci cominciano a farsi stanche ma non svuotate, il Presidente si alza e comunica:

“Non vi chiederò di votare una risoluzione, non siamo un parlamento, siamo una comunità che veglia alla fine dell’anno. Ma qualcosa deve uscire da questo nostro incontro. Non possiamo limitarci a commuoverci e poi tornare ciascuno al proprio paese, così come siamo arrivati.

Guarda il bambino di Gaza.

“Tu ci hai posto la domanda più difficile: come faccio a non diventare cattivo anch’io? Non possiamo prometterti che il mondo, domani, sarà diverso. Ma possiamo fare una cosa: mandare nel mondo messaggeri che portino, ciascuno, la propria ricetta di bene”.

Si rivolge all’assemblea attenta.

“Pinocchio, tu andrai tra i bambini che crescono nel rumore delle menzogne e insegnerai loro che la verità può far paura, ma fa respirare.

Piccolo Principe, tu raggiungerai chi ha dimenticato di avere una rosa e gli ricorderai che quello che conta è ciò che curiamo.

Alice, sarai inviata speciale nei luoghi dove il potere ha costruito mondi assurdi e li chiama “normali”, tu attraverserai lo specchio e li mostrerai per quello che sono.

Don Chisciotte, tu viaggerai fin dove nessuno osa sfidare i giganti moderni.

Gianni Rodari e la vecchia Maestra, voi andrete nelle scuole e nelle carceri, dove le parole possono diventare chiavi.

Marx, Spinoza, Schopenhauer, voi veglierete su chi rischia di essere schiacciato dalla macchina, ricordandoci che la giustizia non è un lusso.

La Maddalena e Giovanna d’Arco, voi starete accanto alle donne che alzano la voce e vengono zittite.

Merlino e la Fata Turchina, voi avrete il compito di smascherare le magie false, quelle che promettono salvezza facile, e di proteggere le piccole magie vere.

Il Santo predicatore e Siddhartha cercheranno, insieme, punti d’incontro tra chi prega in modo diverso ma piange allo stesso modo.

Diogene continuerà a girare con la sua lanterna, cercando uomini e donne veri nei posti sbagliati.

Esopo, tu continuerai a raccontare favole in cui i lupi non hanno sempre l’ultima parola.

Scrooge, tu porterai ai ricchi la notizia scomoda che il Natale non sta nelle vetrine e nei cassetti della cassa.

E il Carcerato… — qui il Presidente sorride — tu sarai la prova vivente che nessuna vita è finita finché qualcuno crede che possa cominciare di nuovo”.

Si fa silenzio. Il bambino di Gaza li osserva uno ad uno.

“E io?” chiede.

Il Presidente si avvicina, si china un poco e gli parla a bassa voce, ma abbastanza forte perché tutti possano sentire:

“Tu non devi salvare il mondo. È già troppo quello che porti sulle spalle. Il tuo compito, se potrai, è uno solo: non lasciare che il tuo cuore diventi uguale a quello di chi ti fa del male. Sumud, figlio mio, come dicevano i tuoi avi, i tuoi genitori, Sumud. E ogni volta che ti sembrerà di non farcela, pensa che da qualche parte del mondo, in quella notte di fine anno, un castello affollato di strani personaggi sta pensando a te”.

Il bambino annuisce. Non è una soluzione. Non è una fine. Ma è un filo, sottile e tenace, a cui aggrapparsi. E ripete con voce ferma: “Sumud”. Dall’Aula ritorna un eco fortissimo: “Sumud!”.

Il Piccolo Principe, Pinocchio, Alice, Don Chisciotte, Rodari, Calvino, Esopo, la Maestra, il Carcerato, Diogene, Scrooge, Siddhartha, Marx, Spinoza, Schopenhauer, Dotto, la Fata Turchina, Merlino, il Santo predicatore, la Maddalena e Giovanna d’Arco si scambiano uno sguardo silenzioso, ma eloquente.

Non hanno trovato la formula magica per far diventare il mondo buono, ma hanno trovato qualcosa di più concreto: la decisione, fragile e ostinata, di non arrendersi alla cattiveria.

Fuori dal castello, la notte di fine anno è fredda e limpida. Le stelle — quelle che Galileo aveva guardato, quelle sotto cui Marco Polo aveva viaggiato, quelle che Frankenstein aveva osservato chiedendosi se ci fosse un posto anche per lui — brillano come punti interrogativi nel buio.

E, da qualche parte, senza chiedere permesso a nessuno, la verità continua semplicemente a esistere.

Tempora bona veniant

Ogni bene a Voi e ai Vostri Cari

LM

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