Il Sacro

Nel linguaggio quotidiano usiamo spesso sacro e divino come se fossero sinonimi. Li sovrapponiamo senza pensarci troppo, convinti che indichino la stessa cosa: ciò che ha a che fare con Dio, con la religione, con ciò che “sta in alto”. Eppure, dietro questa apparente vicinanza, si nasconde una differenza decisiva. Capirla non è un esercizio per specialisti, ma un passaggio essenziale per comprendere come funzionano le religioni, come nascono le loro istituzioni e, soprattutto, perché a volte il sacro può diventare strumento di potere invece che via di senso.

Il divino rinvia a ciò che è Dio, o comunque a una realtà ultima e trascendente. È ciò che non dipende dall’uomo, non nasce da una decisione, non ha bisogno di essere riconosciuto per esistere. Che lo si pensi come un Dio personale, come l’Uno dei filosofi, come il Tao o come un Mistero irriducibile, il divino resta ciò che fonda l’essere e lo oltrepassa. Non si consacra, non si istituisce, non si produce: è. In questo senso, il divino precede ogni parola, ogni rito, ogni tempio. Esiste prima e oltre qualsiasi mediazione umana.

Il sacro, invece, nasce sulla terra. È una categoria costruita dall’uomo nel momento in cui entra in relazione con ciò che percepisce come eccedente, potente, altro. Qualcosa diventa sacro quando viene separato dal resto, sottratto all’uso ordinario, caricato di un valore simbolico che lo rende intoccabile. Un luogo, un oggetto, una data, una tradizione, perfino una bandiera o una legge possono essere dichiarati sacri. Non perché siano divini in sé, ma perché una comunità decide di trattarli come tali. Il sacro è il linguaggio, il sistema di segni, attraverso cui le società cercano di rendere visibile, gestibile e trasmissibile il rapporto con il divino – o, talvolta, con ciò che ne prende il posto.

Qui sta il nodo centrale della distinzione. Il divino può esistere senza il sacro; il sacro, invece, non può esistere senza l’uomo. Le religioni nascono proprio come tentativi di mediazione: il sacro serve a indicare il divino, a proteggerlo dal consumo banale, a offrirgli uno spazio riconoscibile nella vita collettiva. Ma questa mediazione è fragile. Può irrigidirsi, diventare fine a sé stessa, perdere il contatto con ciò che dovrebbe indicare. Quando accade, il sacro smette di essere un ponte e diventa un recinto. È in questo scarto che nascono le derive più note e più pericolose. Un sacro separato dal divino può trasformarsi in idolatria, in ideologia, in strumento di dominio. Un sacro che si oppone al divino è quello in cui il simbolo soffoca il mistero, il rito sostituisce la verità, l’istituzione prende il posto dell’esperienza. Non è un caso che profeti, mistici e pensatori, in epoche diverse, abbiano denunciato con forza questo rischio: il sacro ridotto a guscio vuoto, a forma senza spirito, a potere che si auto-legittima. Un esempio aiuta a chiarire. Il divino è il mistero dell’essere, il fondamento ultimo della realtà. Il sacro è il tempio, il rito, la festa, il testo che ne parlano. Il divino non ha bisogno del tempio per esistere; il sacro vive nel tempio e, talvolta, dimentica perché esiste. Da qui una sintesi che può guidare il lettore senza semplificare: il divino è l’oltre, il sacro è il segno. Il problema comincia quando il segno si crede l’oltre.

Il sacro che ritorna quando la politica annaspa

Da qualche tempo il sacro è tornato nel discorso pubblico. Non come esperienza interiore o ricerca di senso, ma come segno riconoscibile, come immagine rassicurante in un tempo incerto. Quando la politica non riesce più a indicare un futuro credibile, guarda indietro; quando fatica a dare risposte concrete, richiama le radici. In questo contesto il sacro non serve a porre domande, ma a calmarle; non inquieta le coscienze, ma le tranquillizza. Viene usato come collante identitario, non come forza che interroga. Diventa una presenza simbolica: il presepe, la sacra famiglia, il bambino, la tradizione. Segni forti, profondi, ma resi innocui, privati della loro capacità di disturbare. Eppure, il sacro autentico non nasce per rassicurare il potere. Quando è preso sul serio, non lo sostiene: lo mette in crisi.

Dal simbolo spirituale al segno politico

In articoli e testi che mi è occorso di leggere, il simbolo religioso, di sovente, viene presentato come universale, “valido anche per chi non crede”. È una formula tipica della retorica contemporanea: apparentemente inclusiva, in realtà ambigua. Perché ciò che viene universalizzato non è il messaggio spirituale nella sua complessità, ma una selezione di valori resa compatibile con un progetto politico già dato. Il simbolo smette così di essere evento e diventa marchio. Non interpella più, ma rappresenta. Non divide interiormente, ma unisce esteriormente. Il sacro, così inteso, non chiede conversione, chiede appartenenza. È qui che avviene lo slittamento decisivo: dal sacro come esperienza al sacro come identità.

Identità: da domanda a risposta prefabbricata

L’identità, nel linguaggio politico attuale, non è più un processo, ma un possesso. Non qualcosa che si costruisce nel tempo, nell’incontro e nel dialogo, ma qualcosa che si eredita e si deve difendere. Affermare “siate orgogliosi della vostra identità” non è un invito a conoscersi, ma a riconoscersi in un perimetro già tracciato. In questa cornice, l’identità non serve a comprendere chi si è, ma a stabilire chi è dentro e chi è fuori. Anche quando il tono è pacato, anche quando le parole sono gentili, l’effetto è selettivo. Perché ogni identità che si presenta come “fondativa” implica, inevitabilmente, una gerarchia. Il sacro, usato così, non apre all’alterità: la tollera, al massimo. Ma la tolleranza non è riconoscimento. È una concessione dall’alto, non un incontro tra pari.

I fragili evocati e i fragili reali

Un altro tratto ricorrente di questa retorica è l’invocazione dei “fragili”. È un richiamo che suona evangelico, umano, vero. Ma anche qui occorre attenzione. Perché i fragili evocati simbolicamente non sempre coincidono con i fragili concreti della società reale. In un certo linguaggio politico, il fragile diventa spesso una figura astratta: il bambino, l’innocente, il futuro. Figure incontestabili, emotivamente forti, ma inermi, che non parlano, non protestano, non disturbano. Altre fragilità – sociali, culturali, politiche – restano sullo sfondo o diventano problema di ordine pubblico. Il sacro, quando è autentico, non resta neutrale davanti alla sofferenza reale. Quando è strumentale, si limita a commuovere, diventa una emozione breve che non modifica.

La laicità evocata, non praticata

Colpisce, in certi discorsi, il richiamo alla laicità dello Stato. È una parola pronunciata come garanzia, quasi come scudo preventivo. Ma la laicità non è un’affermazione, è una pratica. Non consiste nel dire che un simbolo “vale per tutti”, ma nel creare uno spazio in cui nessun simbolo identitario diventi criterio di appartenenza civica. Quando il sacro entra nella politica come elemento identitario, la laicità si riduce a formula. Rimane nominale, mentre sul piano simbolico lo Stato prende posizione. E lo fa non con leggi confessionali, ma con una narrazione che stabilisce cosa è “nostro” e cosa è “altro”. È una laicità fragile, perché non regge il peso della pluralità reale.

Una verità spirituale più profonda

C’è, tuttavia, una verità che attraversa anche questi discorsi, ed è forse per questo che funzionano. Le persone avvertono davvero una mancanza di senso, una perdita di orientamento, una nostalgia di significato. Il ritorno del sacro in politica è anche il sintomo di una società che non trova più altrove parole capaci di dire il bene, il limite, la responsabilità. Il problema non è il sacro in sé. Il problema è chi lo usa e per cosa. Il sacro autentico non dice “siate orgogliosi”, ma “abbiate cura”. Non dice “difendete”, ma “riconoscete”. Non costruisce identità compatte, ma coscienze vigili. Non serve a rassicurare una comunità su sé stessa, ma a ricordarle che nessuna comunità è giusta se non si lascia interrogare dagli ultimi, da chi rimane indietro nel cammino della vita.

Conclusione: tra fede, simbolo e potere

La retorica che abbiamo analizzato è lucida, efficace, emotivamente potente. Non urla, non insulta, non divide apertamente. Proprio per questo è più pericolosa: perché normalizza l’uso del sacro come strumento politico, lo rende accettabile, persino desiderabile. Ma il sacro, quando è vero, non si lascia usare. Sfugge, eccede, disturba. Sta sempre un passo oltre il potere, non al suo servizio. Se il sacro diventa identità, perde la sua anima. Se diventa bandiera, smette di essere parola. Se diventa consenso, non è più verità.

Non intendo scrivere una frase ad effetto. Intendo un meccanismo preciso: il sacro, per sua natura, riguarda ciò che è più grande di noi e ci giudica; il consenso, per sua natura, riguarda ciò che piace a noi e ci unisce. Quando il sacro viene piegato alla logica del consenso, cambia funzione: da rivelazione diventa strumento. Il sacro, quando è verità, non nasce per essere approvato. Nasce per essere ascoltato, e spesso per essere sopportato. Ascoltato nel senso più ampio di lasciato entrare, sopportato nel senso che può diventare un peso, (il cambiamento che provoca), sulle nostre spalle e lo dobbiamo reggere.

Perché la verità spirituale — qualunque sia la tradizione — tende a fare tre cose che il consenso detesta: mette un limite, chiede conversione, e rovescia le gerarchie. Dice: non sei il centro; non tutto è lecito; l’ultimo vale più del primo; la forza non è giustizia; l’innocente conta più dell’ordine. Questo non produce unanimità: produce attrito, inquietudine, talvolta rifiuto. Proprio per questo è verità: non si adatta, non si modella, non si vende.

Il consenso invece è una tecnica sociale. È l’arte di creare un “noi” che si riconosce nello stesso linguaggio. Per ottenere consenso bisogna selezionare parole che non spaccano, simboli che uniscono, emozioni che non chiedono troppo. Il consenso ha bisogno di un sacro innocuo: un sacro che non chiami nessuno in causa, che non nomini colpe, che non chieda riparazione, che non obblighi a cambiare politiche, privilegi, stili di vita. È un sacro ridotto a calore, a tradizione, a cornice identitaria: commuove, consolida, rassicura.

Qui avviene lo scambio decisivo: il sacro smette di essere giudice e diventa decorazione. Smette di dire “cos’è giusto” e comincia a dire “chi siamo”. E appena diventa “chi siamo”, entra nella logica della tribù: rafforza appartenenza, distingue dentro/fuori, legittima il gruppo. Ma la verità spirituale, se è davvero tale, non può essere proprietà di un gruppo: è sempre qualcosa che supera il gruppo e lo corregge dall’interno. C’è un criterio semplice per capirlo. Se un simbolo sacro viene usato e, invece di far nascere domande scomode, produce solo adesione e orgoglio, allora è stato addomesticato. Il sacro vero non si accontenta di essere applaudito: chiede conseguenze. Se parli di “dignità” e di “fragili”, la verità del sacro ti costringe a chiederti: quali fragili, qui e ora? Che prezzo paghiamo per tutelarli? Chi stiamo scartando? Se queste domande non arrivano mai, e arriva solo l’effetto “che bello, che giusto, come siamo bravi”, allora il sacro sta funzionando come dispositivo di consenso.

In altre parole: quando il sacro diventa consenso, non è più verità perché non trasforma più. La verità spirituale cambia l’uomo, e quindi cambia anche il suo modo di stare nel mondo; il sacro-consenso cambia solo l’emozione e la compattezza del gruppo. La verità spirituale è come un fuoco: illumina e brucia. Il sacro-consenso è come una luce di scenografia: illumina senza bruciare nulla.

Non è una critica della comunità o della condivisione — una fede vissuta insieme è cosa buona. Il punto è un altro: la verità del sacro non coincide con il numero di persone che annuiscono. Anzi, storicamente, spesso la verità del sacro si è manifestata come voce minoritaria, come parola profetica, come richiamo impopolare. Per questo la frase è severa: perché ci avverte che il sacro, appena diventa “utile” al potere o al gruppo, rischia di non dire più il vero, ma solo ciò che serve.

E forse il compito più urgente, oggi, non è difendere simboli, ma restituire al sacro la sua libertà. Anche – e soprattutto – dalla politica.

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