La mobilità è la vera condizione originaria dell’umanità: siamo una specie cosmopolita, migrante, adattiva. Le grandi paure contemporanee (identitarismo, nazionalismi, xenofobia, “grande sostituzione”) nascono dall’amnesia storica e da una cattiva comprensione di cosa siano cultura, identità e persino genetica.
La tesi che sostengo in questo articolo è la seguente: la globalizzazione non è un fenomeno nuovo, nato negli anni Novanta, ma una costante della storia umana, anzi una condizione strutturale della nostra specie. Quello che ci han fatto credere, l’idea di una “globalizzazione senza precedenti”, che avrebbe spezzato i legami con il passato e dissolto identità e confini, è solamente una potente narrazione ideologica, un racconto spaventoso che ha avuto successo proprio perché ha cancellato la memoria storica.
Ciò che oggi chiamiamo globalizzazione è in realtà un processo millenario di mobilità, scambio, mescolanza e circolazione di persone, merci, idee, tecnologie, religioni, piante, animali e simboli. Quello che vediamo andando al mercato di Mantova o di Desenzano diventa una metafora efficace: ciò che oggi appare “autentico” o “prodotto locale” è quasi sempre il risultato di lunghi viaggi storici e culturali dimenticati (patate, pomodori, riso, grano, hummus…).
Un punto centrale vi segnalo: è il concetto di “glocalizzazione” (ripreso dal sociologo Roland Robertson). Il globale viene assorbito dal locale, trasformato, naturalizzato, fino a sembrare originario. Il successo di ogni globalizzazione coincide con il suo oblio: dimentichiamo che ciò che consideriamo “nostro” è nato da incontri e ibridazioni.
Ciò che, se vorremo, dovremo lentamente smontare dentro di noi: il mito dell’“autenticità” culturale, l’idea di identità pure e radicate, la narrazione secondo cui la mobilità sarebbe una minaccia.
Al contrario, scopriremo che la mobilità è la vera condizione originaria dell’umanità: siamo una specie cosmopolita, migrante, adattiva. Le grandi paure contemporanee (identitarismo, nazionalismi, xenofobia, “grande sostituzione”) nascono dall’amnesia storica e da una cattiva comprensione di cosa siano cultura, identità e persino genetica.
Vorrei mettervi in guardia contro le manipolazioni politiche e pseudo-scientifiche dell’identità, mostrando come anche il DNA racconti una storia di mescolanza e movimento, non di purezza. La conclusione è netta: le guerre tra popoli sono in realtà guerre civili dell’umanità contro sé stessa. Riconoscere la nostra storia globale è l’unica via per affrontare le crisi future.
Cerco di proporre argomenti seri, non slogan. La tesi di fondo – “siamo sempre stati globali, e lo saremo ancora” – non vuole essere una provocazione ideologica, bensì una ricostruzione storica coerente. Se c’è una lezione che emerge con chiarezza è questa: non è la mescolanza a distruggere le culture, ma l’oblio della loro origine comune.
La patata, il mais e l’illusione dell’identità
Faremo un piccolo viaggio per capire perché il mondo non è diventato globale: lo è sempre stato
C’è un modo semplice, quasi domestico, per avvicinarsi a una delle grandi questioni del nostro tempo senza alzare la voce e senza usare parole altisonanti come “globalizzazione”, “identità”, “radici”. Basta entrare in cucina. O, meglio ancora, in un mercato.
Immaginiamo una scena qualunque. Un mercato europeo, oggi. Tra i banchi si comprano patate, pomodori, mais, riso. Ingredienti che consideriamo normali, quotidiani, persino ovvi. Nessuno li guarda con sospetto. Nessuno si chiede da dove vengano davvero. Sono “nostri”. Da sempre. O almeno così crediamo. Ed è proprio qui che inizia l’equivoco.
La patata “nostra” che viene da lontano
La patata è uno degli alimenti più identitari che possiamo immaginare. È associata alle cucine del Nord Europa, alla povertà contadina, alla tradizione, persino alla memoria tragica di carestie e migrazioni. In Irlanda è diventata un simbolo nazionale. In Germania e nei Paesi Bassi è un pilastro alimentare. In Italia è ingrediente di piatti che definiamo “tipici”. Io fin da bambino vado matto per gli gnocchi.
Eppure, la patata non è europea.
La patata nasce sulle Ande, in Sud America, dove popolazioni indigene la coltivavano e la selezionavano da millenni. Arriva in Europa solo dopo il 1492, in seguito ai viaggi di Cristoforo Colombo e ai processi che gli storici chiamano “scambio colombiano”, concetto reso celebre da Alfred W. Crosby. All’inizio viene guardata con diffidenza, talvolta ritenuta inadatta al consumo umano, perfino pericolosa. Ci vorranno secoli prima che diventi ciò che oggi consideriamo un alimento “tradizionale”.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea: quando qualcosa smette di essere straniero e diventa identitario? Dopo una generazione? Dopo tre secoli? Dopo una carestia condivisa?
Il mais e la paura dell’alterità
La storia del mais è ancora più rivelatrice. Anche il mais è americano. Arriva in Europa come una novità assoluta. E, come spesso accade, suscita timori. In alcuni contesti viene visto come una minaccia non solo economica, ma persino morale e religiosa. C’è chi lo considera inadatto al “corpo cristiano”. Chi teme che modifichi le abitudini, i costumi, l’ordine sociale.
Oggi tutto questo ci appare assurdo. Il mais è ovunque: nelle polente, nei mangimi, nelle industrie alimentari. È diventato invisibile, naturale, “nostro”. Nessuno penserebbe di bandirlo in nome dell’identità. Eppure, la reazione di allora non è così diversa da quella che oggi riserviamo ad altri fenomeni: persone che arrivano da lontano, pratiche culturali nuove, lingue incomprensibili, mescolanze che ci sembrano destabilizzanti. Cambiano gli oggetti della paura, non la struttura della paura stessa.
L’illusione dell’autenticità
Questi esempi, apparentemente banali, ci conducono lentamente al cuore della questione. Molto di ciò che consideriamo “autentico”, “radicato”, “originario” è il risultato di lunghi processi di circolazione, incontro, adattamento e oblio. Il punto decisivo non è che il mondo oggi sia più mescolato di ieri. È che abbiamo dimenticato quanto lo sia sempre stato. Ogni epoca eredita prodotti, idee, pratiche nate altrove e le rielabora fino a farle sembrare proprie. Questo processo è così riuscito che cancella le tracce del movimento che lo ha generato. L’oblio diventa il segno del successo. Quando qualcosa smette di apparire “globale”, allora è diventato pienamente locale.
Ignoranza storica e giudizi affrettati
Qui emerge una responsabilità che non è solo culturale, ma anche morale. Giudicare i fenomeni del presente senza conoscere la storia che li precede significa muoversi al buio, scambiando per anomalie ciò che è strutturale, per minacce ciò che è condizione della nostra stessa esistenza. L’idea di identità pura, immobile, chiusa è una costruzione recente e fragile. Le culture non sono mai state blocchi compatti, ma processi in movimento. Le tradizioni non sono punti di partenza, ma punti di arrivo temporanei. Quando difendiamo un’identità come se fosse stata sempre lì, intatta, stiamo difendendo un’illusione. E spesso lo facciamo per paura: paura del cambiamento, dell’incertezza, della perdita di controllo.
Un sapere che libera
Capire tutto questo non significa rinunciare alle differenze, né svalutare ciò che ci è caro. Al contrario. Significa ricollocarlo in una storia più grande, che non lo impoverisce, ma lo arricchisce di senso. Sapere che la patata viene dalle Ande non la rende meno nostra. Sapere che il mais è stato temuto non lo rende meno buono. Li rende, semplicemente, testimoni silenziosi di una storia comune, fatta di viaggi, scambi, errori, resistenze e adattamenti.
Forse la vera ignoranza non è non conoscere il mondo, ma credere di conoscerlo troppo in fretta. E forse la lezione più preziosa è questa: prima di giudicare ciò che oggi ci inquieta, dovremmo chiederci quante volte, nel passato, abbiamo avuto paura delle stesse cose — e quante volte, col tempo, le abbiamo chiamate casa.
