Argomento: Meditazione/Religione
La presenza di Dio come modo di stare al mondo
Mi avvicino a queste tematiche con rispetto e cautela. Sono attratto da queste figure, spesso nascoste, dimenticate; penso che parlino a tutti, credenti di ogni fede, laici e curiosi della conoscenza.
Nel presentare una nuova edizione de La pratica della presenza di Dio, Papa Leone ha riconosciuto in questo piccolo libro uno dei testi che più hanno inciso sulla sua formazione spirituale. Non è un’affermazione marginale. Dice qualcosa sia del valore dell’opera, sia del tempo che stiamo vivendo. Perché tornare oggi a Lorenzo della Risurrezione, frate laico del Seicento, addetto alla cucina di un convento parigino, significa interrogarsi su che cosa voglia dire vivere con senso, unità e profondità in un mondo frammentato.
Approfondimento – Interrogarsi su questi concetti significa, prima di tutto, rifiutare la superficialità come destino. Non si tratta di trovare risposte rapide, né di costruire un sistema perfetto, ma di abitare consapevolmente le fratture del tempo in cui viviamo. Vivere con senso non equivale a dare un significato artificiale a ogni cosa. Il senso non è uno slogan né una morale pronta all’uso. È piuttosto la capacità di tenere insieme esperienza e valore, di riconoscere che ciò che facciamo, diciamo e scegliamo non è neutro. Il senso nasce quando le azioni non sono semplicemente reazioni, ma risposte pensate; quando la vita non è solo attraversata, ma assunta. In un mondo che spinge all’immediatezza, il senso richiede lentezza, memoria, responsabilità.
La differenza tra senso e discernimento. Non sono uguali, ma sono profondamente imparentati. Potremmo dire che il discernimento è una via privilegiata per vivere con senso, ma non ne esaurisce il significato. Vivere con senso riguarda l’orizzonte complessivo dell’esistenza: è la domanda di fondo sul perché e per che cosa viviamo, su ciò che rende una vita degna di essere vissuta, coerente, abitabile interiormente. È una postura esistenziale: implica valori, responsabilità, memoria, apertura al futuro. Si può vivere con senso anche senza chiamarlo così, persino senza una teoria esplicita: quando la vita non è lasciata al caso, quando le scelte non sono puramente reattive, quando c’è una fedeltà a ciò che si riconosce come vero e giusto. Il discernimento, invece, è un atto, o meglio una pratica. È il lavoro paziente di distinguere: tra ciò che appare buono e ciò che lo è davvero, tra ciò che attrae e ciò che costruisce, tra ciò che viene dall’esterno e ciò che nasce in profondità. Storicamente il termine è legato alla tradizione spirituale (si pensi a Ignazio di Loyola), ma il suo nucleo è pienamente umano e laico: discernere significa non confondere, non appiattire, non scegliere alla cieca. La differenza può essere detta così: il senso è la direzione, il discernimento è il metodo. Senza discernimento, il “senso” rischia di restare un’idea astratta, una bella parola. Senza un orizzonte di senso, il discernimento diventa invece puro calcolo, tattica, adattamento intelligente ma privo di anima. C’è anche un punto importante: il discernimento non garantisce certezze assolute. Non è una macchina per decisioni perfette. È piuttosto un esercizio di onestà: ascoltare ciò che accade dentro, leggere i segni del tempo, assumere la responsabilità delle scelte senza rifugiarsi né nel fatalismo né nell’onnipotenza. Per questo è così affine a una vita “con senso”: entrambe accettano la fragilità come parte del cammino. In sintesi: vivere con senso è la domanda che accompagna tutta la vita; il discernimento è l’arte concreta di rispondere a quella domanda, passo dopo passo, dentro un mondo complesso e frammentato.
Vivere con unità è forse la sfida più ardua oggi. La frammentazione non è solo sociale o politica: è interiore. Siamo spesso divisi tra ruoli, identità parziali, aspettative contraddittorie. L’unità non significa eliminare la complessità o forzare l’armonia, ma riconoscere un filo che attraversa le nostre contraddizioni. È la ricerca di coerenza non come rigidità, ma come fedeltà a un nucleo interiore. Unità è non vivere a compartimenti stagni: pensiero, affetti, lavoro, coscienza non come mondi separati, ma come parti dialoganti della stessa vita.
Vivere con profondità significa sottrarsi alla dittatura della superficie. La profondità non è oscurità né elitismo: è la disponibilità a scendere sotto il livello delle opinioni rapide, delle emozioni indotte, delle semplificazioni rassicuranti. È accettare che le domande essenziali non abbiano risposte immediate, e che alcune restino aperte per sempre. La profondità richiede silenzio, ascolto, capacità di sostare nel dubbio senza cedere al cinismo.
Il mondo frammentato in cui viviamo non è solo il contesto: è la prova. Informazioni senza gerarchia, relazioni accelerate, identità ridotte a profili, verità spezzettate in narrazioni concorrenti. In questo scenario, vivere con senso, unità e profondità diventa un atto quasi controculturale. Non è evasione dal mondo, ma resistenza interiore. È scegliere di non lasciarsi dissolvere, di non diventare pura somma di stimoli. In fondo, interrogarsi su queste parole significa domandarsi che tipo di essere umano vogliamo essere. Non perfetti, non immuni al caos, ma capaci di attraversarlo senza perderci. Significa riconoscere che la vita non è solo qualcosa che accade, ma qualcosa che chiede di essere compresa, custodita, abitata fino in fondo.
Lorenzo nasce in Francia intorno al 1614 con il nome di Nicolas Herman. Non è un intellettuale, non è un predicatore, non è un teologo. La sua giovinezza non ha tratti edificanti: una vita semplice, probabilmente segnata dalla guerra e dalla fatica, come quella di tanti uomini del suo tempo. Nulla lascia presagire una traiettoria mistica. Quando entra tra i Carmelitani Scalzi lo fa come converso, fratello laico, destinato ai lavori umili. La cucina diventa il suo luogo quotidiano. Ed è lì, in quel luogo ordinario e rumoroso, che matura una delle esperienze spirituali più limpide e radicali della modernità cristiana.
Lorenzo non scrive per fondare una scuola. Non intende lasciare un’opera. Le sue parole ci sono giunte per via indiretta: lettere private, brevi colloqui trascritti da chi lo ascoltava, testimonianze raccolte dopo la sua morte nel 1691. Quel materiale, messo insieme quasi per caso, diventerà un libro: La pratica della presenza di Dio. Un testo senza architettura sistematica, senza progressioni dottrinali, senza ambizioni letterarie. E proprio per questo vivo, insistente, disarmante.
Il cuore della sua esperienza è uno solo, ripetuto fino all’ostinazione: vivere ogni istante alla presenza di Dio. Non come esercizio mentale, non come pratica riservata ai tempi “sacri”, ma come relazione continua. Per Lorenzo non esiste una frattura tra preghiera e lavoro, tra altare e cucina, tra silenzio e rumore. Tutto può diventare luogo di incontro se vissuto con consapevolezza e amore. Cucinare, pulire, camminare, soffrire, sbagliare: nulla è escluso. Non perché tutto sia uguale, ma perché tutto può essere offerto.
Questa via è insieme semplice e ardua. Semplice perché non richiede pratiche straordinarie, visioni o tecniche. Ardua perché chiede una conversione profonda dell’interiorità: dei pensieri, delle intenzioni, del modo di sentire. In questo senso Lorenzo si colloca nella grande tradizione mistica, accanto a figure come Teresa d’Avila, ma senza il linguaggio elevato o le immagini ardite. Il suo è un misticismo feriale, spoglio, accessibile, che non separa i “perfetti” dagli altri. Una via per tutti.
Colpisce il tono dei suoi scritti. Non è cupo, non è moralistico, non è ossessionato dalla colpa. C’è spesso umorismo. Lorenzo arriva a dire che Dio lo ha “ingannato”: entrato in convento per espiare duramente i suoi peccati, vi ha trovato la gioia. Questo tratto rivela una visione teologica precisa. Dio non è un sorvegliante, non è un contabile dei fallimenti morali. È una presenza amante, paziente, che non si scandalizza delle fragilità umane. Per questo Lorenzo insiste sul non scoraggiarsi mai. Quando cade, non si tormenta: torna semplicemente a Dio. Qui c’è un’etica intera, lontana tanto dal lassismo quanto dallo scrupolo.
Non stupisce che Papa Leone abbia richiamato, nel suo testo introduttivo, San Paolo e Sant’Agostino. Come per Paolo, la trasformazione cristiana passa dall’interiorità; come per Agostino, Dio è più intimo a noi di noi stessi. Lorenzo traduce questa grande intuizione in una pratica quotidiana, senza retorica, senza apparato dottrinale. La sua “memoria di Dio” non è un ricordo astratto, ma una presenza che coinvolge affetti e sentimenti.
Perché Lorenzo parla ancora a noi? Perché non propone tecniche, non promette esperienze eccezionali, non divide il mondo in sacro e profano. In un tempo dominato dalla distrazione, dall’ansia e dalla frammentazione, la sua proposta è di una modernità sorprendente: ricentrare l’esistenza su una presenza, qui e ora. Non fuggire il mondo, ma abitarlo diversamente. Non aggiungere peso alla vita, ma trasfigurarla dall’interno.
Lorenzo della Risurrezione non è stato canonizzato ufficialmente. Non è santo nel senso giuridico del termine. E tuttavia, nella coscienza viva della Chiesa, è un santo di fatto. Vive come un santo, insegna come un santo, viene letto come un santo. Forse proprio perché non ha mai cercato riconoscimenti. E forse proprio per questo il suo esempio resta così eloquente.
Il suo insegnamento non ci dice che cosa fare, ma come stare. Ci ricorda che Dio non è lontano, non è confinato negli spazi separati del sacro, ma è già presente. Anche – e soprattutto – nella cucina della vita quotidiana.
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Se hai letto fin qui, potrebbe interessarti un altro articolo che ho scritto: Angelus Silesius. Lo trovi nell’elenco degli articoli del mio sito.
Note finali
*** Entriamo nel cuore di quella che possiamo chiamare, senza forzature, la santità feriale. La santità feriale non è una santità eccezionale, eroica, luminosa agli occhi del mondo. Non nasce da imprese memorabili né da gesti clamorosi. È una santità che accade nei giorni feriali, nei tempi ordinari, nelle occupazioni umili e ripetitive. È la santità di chi non cambia vita, ma cambia il modo di abitare la vita. Lorenzo della Risurrezione non era un predicatore, né un teologo, né un mistico visionario. Era un fratello laico carmelitano, spesso addetto alla cucina del monastero. Pentole, rumore, fretta, disordine. Proprio lì — non nonostante, ma dentro quella concretezza — Lorenzo scopre che Dio non è confinato nel silenzio del coro o nella solennità della liturgia. Dio è presente mentre si lava un piatto, mentre si sbaglia una ricetta, mentre si riprende un lavoro interrotto. La santità feriale nasce da una intuizione semplice e radicale: la presenza di Dio non dipende dalle circostanze, ma dallo sguardo interiore. Non è il gesto che diventa sacro perché speciale; è la coscienza che rende il gesto abitato. Lorenzo non “fa di più” degli altri: fa con più presenza. In questo senso, la santità feriale è profondamente anti-spettacolare. Non ha bisogno di essere vista, raccontata, certificata. Non accumula meriti, non misura risultati. Vive di fedeltà silenziosa. È una santità che non si difende dal mondo, ma si esercita nel mondo così com’è: rumoroso, imperfetto, spesso frustrante. C’è un punto decisivo: la santità feriale non separa preghiera e azione. Lorenzo non alterna momenti “spirituali” a momenti “materiali”. La preghiera diventa continuità di attenzione, memoria viva di una presenza che accompagna ogni gesto. Per questo la sua spiritualità è tanto esigente quanto accessibile: non chiede condizioni ideali, ma un cuore vigile. È anche una santità profondamente laica nel senso più alto: non dipende dallo stato di vita, dal ruolo religioso, da una vocazione straordinaria. Può essere vissuta da chi lavora, cura, insegna, ripara, scrive, attende. La santità feriale non chiede di uscire dal tempo ordinario, ma di non viverlo distrattamente. In fondo, Lorenzo ci suggerisce una verità disarmante: non è la vita a essere troppo povera per Dio; è spesso la nostra attenzione a essere troppo dispersa per accorgercene. La santità feriale è questo: vivere ogni giorno come luogo di incontro, senza enfasi, senza fuga, senza retorica. Una santità che non abbaglia, ma illumina dal basso, come una luce che resta accesa anche quando nessuno la guarda.
Ringrazio quanti mi hanno aiutato nello scrivere questo testo.
