La CGIL e il NO al referendum

Argomento: Sindacato/Politica/Landini/CGIL

Scrivo su questo tema — che per comodità espositiva chiamerò, in modo elementare e riassuntivo, “separazione delle carriere” — sentendo il dovere, come cittadino italiano, di prendere posizione su una questione che riguarda il funzionamento della Magistratura e della Giustizia nel nostro Paese. Non per difendere assetti immutabili, ma per comprendere se e come sia possibile migliorare ciò che oggi presenta criticità evidenti, senza compromettere equilibri fondamentali.

In precedenza, su questo sito, ho già pubblicato quattro articoli dedicati all’argomento, cercando di approfondirne i molteplici aspetti e dando spazio anche alle ragioni di chi è favorevole alla riforma. Ho letto quanto più possibile, ascoltato posizioni diverse, riflettuto a lungo. Ho ripensato anche alla mia esperienza sindacale e, non da ultimo, mi sono interrogato sul motivo per cui Maurizio Landini e gli organismi dirigenti della CGIL abbiano deciso di impegnarsi con determinazione nella campagna referendaria per il NO.

Cerco di esercitare, per quanto mi è possibile, l’onestà intellettuale. È per questo che ritengo l’iniziativa della CGIL motivata da una convinzione autentica: quella di agire nell’interesse generale, a tutela della popolazione italiana e dei principi democratici. Mi colpiscono, e francamente mi inquietano, le narrazioni che tentano di delegittimare questo impegno descrivendo i dirigenti sindacali come portatori di interessi personali o come protagonisti di manovre politiche opache. La storia del sindacato, come ogni storia umana, conosce ombre e contraddizioni; vi sono stati errori e figure discutibili. Ma è ragionevole pensare che chi oggi ha la responsabilità di rappresentare milioni di lavoratrici, lavoratori e pensionati non possa che agire con una coscienza pubblica vigile, esposta e trasparente.

Ancora una volta, mi ferisce vedere il Paese dividersi, spaccarsi, su un tema che tocca il cuore della nostra vita democratica. La giustizia, la sua autonomia, il fatto che la Costituzione affidi alla Magistratura uno dei tre poteri sovrani della Repubblica non dovrebbero essere terreno di contrapposizione ideologica o di scontro tra schieramenti. La posta in gioco è alta e richiederebbe sobrietà, rispetto e senso delle istituzioni.

Vengo dunque al punto: per quali ragioni la CGIL invita a respingere la riforma proposta dal Ministro N. e dal governo, votando NO al referendum?

Provo a riassumere, in modo fedele, ciò che ho compreso.

Perché la CGIL sostiene il NO

Una questione costituzionale che riguarda tutti

La scelta della CGIL di impegnarsi attivamente nella campagna referendaria non nasce da una difesa corporativa della magistratura né da una posizione settoriale. Questo è il primo chiarimento che Landini ha ripetutamente posto al centro del dibattito pubblico. Secondo il sindacato, il referendum non riguarda una materia riservata agli specialisti del diritto, ma tocca l’assetto costituzionale dello Stato, l’equilibrio tra i poteri e, in ultima analisi, le condizioni concrete di tutela dei diritti dei cittadini.

La separazione delle carriere e l’equilibrio dei poteri

Il punto di partenza dell’argomentazione della CGIL è la convinzione che una separazione netta tra la carriera dei giudici e quella dei pubblici ministeri possa incidere sull’indipendenza complessiva della magistratura, così come delineata dalla Costituzione repubblicana.

Landini ha ricordato che l’unità della magistratura non è un accidente storico né una concessione a una categoria, ma una scelta consapevole del costituente, funzionale al bilanciamento dei poteri. In questo quadro, il pubblico ministero è parte dell’ordine giudiziario proprio per evitare che l’azione penale possa essere sottoposta a condizionamenti esterni, politici o gerarchici.

Secondo questa impostazione, la separazione delle carriere rischierebbe di modificare tale equilibrio, aprendo la strada a un modello in cui la funzione dell’accusa potrebbe risultare più esposta a logiche di indirizzo. È su questo terreno che la CGIL colloca il proprio dissenso: non nel rifiuto di ogni riforma della giustizia, ma nella preoccupazione che una modifica strutturale alteri un principio di garanzia generale.

L’indipendenza della magistratura come tutela dei più deboli

Un secondo asse centrale riguarda il significato sociale dell’indipendenza giudiziaria. La CGIL insiste sul fatto che essa non rappresenti un privilegio per i magistrati, ma una garanzia per i cittadini, in particolare per coloro che dispongono di minori risorse economiche, politiche o mediatiche.

Nella visione del sindacato, lavoratori e pensionati sono spesso la parte più fragile nei conflitti con grandi soggetti economici o con l’amministrazione pubblica. In questi casi, la possibilità di ricorrere a un sistema giudiziario realmente autonomo costituisce un presidio essenziale di equità. Per questo, qualunque riforma che possa anche solo indirettamente indebolire tale autonomia viene valutata con estrema cautela.

È su questo piano che Landini ha più volte chiarito come il referendum non riguardi “i magistrati”, ma la qualità delle tutele democratiche di cui ciascun cittadino beneficia.

Il timore di un disegno politico più ampio

Un ulteriore elemento, ricorrente nelle prese di posizione del segretario della CGIL, è la lettura del referendum come parte di un processo più ampio di ridefinizione degli equilibri costituzionali. Senza attribuire intenzioni personali, Landini ha osservato che la separazione delle carriere si colloca in una stagione di riforme che tendono a rafforzare l’esecutivo e a ridurre gli spazi di autonomia e controllo delle istituzioni di garanzia. In questa prospettiva, il referendum non sarebbe un episodio isolato, ma coerente con una visione dello Stato più verticalizzata, nella quale il sistema dei contrappesi rischia di essere progressivamente ridimensionato. È questo scenario, più che il singolo istituto giuridico, a motivare l’allarme espresso dalla CGIL.

Perché la CGIL chiama alla partecipazione

Un tratto significativo della campagna per il NO è l’insistenza sulla partecipazione democratica. Landini ha sottolineato come l’astensione o la disattenzione su temi apparentemente lontani dalla vita quotidiana possano produrre effetti duraturi sulla qualità della democrazia.

Secondo la CGIL, difendere l’assetto costituzionale della giustizia significa difendere indirettamente anche i diritti sociali, perché non esiste tutela del lavoro senza istituzioni capaci di far rispettare le regole. La giustizia non è un ambito separato dalla vita materiale delle persone, ma uno dei luoghi in cui i diritti vengono resi effettivi o, al contrario, svuotati.

Una battaglia civile, non corporativa

Per rafforzare questa impostazione, la CGIL ha scelto di collocare il proprio impegno all’interno di un fronte più ampio della società civile, insieme ad associazioni, giuristi e organizzazioni che condividono una lettura costituzionale critica della riforma. Questo elemento viene spesso richiamato per respingere l’accusa di una mobilitazione ideologica: la campagna per il NO viene presentata come una battaglia civile, volta a preservare un equilibrio istituzionale ritenuto essenziale per la democrazia.

Conclusione

In sintesi, le ragioni che spingono la CGIL e Maurizio Landini a sostenere il NO alla separazione delle carriere si fondano su una valutazione di sistema: la difesa dell’indipendenza della magistratura come bene comune, la tutela dei cittadini più esposti, la salvaguardia dell’equilibrio tra i poteri e la preoccupazione per una possibile riduzione degli spazi di garanzia democratica.

Tutti siamo chiamati a prendere posizione. Il mio intento, con questi scritti, non è indicare una verità indiscutibile, ma stimolare il lettore a formarsi un giudizio informato e motivato. Io espongo le mie convinzioni con rispetto, consapevole che su temi così delicati possano esistere opinioni diverse, altrettanto sincere.

Non facciamo di questa campagna referendaria uno scontro tra tifoserie né una rissa ideologica. Prevalgano il buon senso, l’ascolto e le ragioni oneste: quelle senza le quali non può esistere una buona politica, e senza le quali diventa difficile continuare a credere nella democrazia.

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