Condoglianze

In questi giorni un grave lutto ha attraversato la nostra famiglia.

Dopo il tempo dell’ultima vicinanza e dell’estremo saluto, viene un momento diverso. Un momento in cui ci si ferma. Non per cercare spiegazioni, ma per provare a comprendere che cosa resta, che cosa regge, che cosa accompagna davvero quando il dolore non se ne va.

Sono stati giorni di presenza silenziosa, di gesti misurati, di sguardi che dicevano più delle parole. Amici, conoscenti, compaesani hanno fatto visita o hanno manifestato il loro pensiero. La parola che più spesso ho ascoltato è stata una parola semplice, antica, quasi dimessa: condoglianze.

Viene dal latino condolēre:

·       con- = insieme

·       dolēre = provare dolore

Letteralmente: “soffrire insieme”. Non significa consolare, non significa spiegare, non significa giustificare. Significa una cosa sola: partecipare al dolore dell’altro, senza pretendere di eliminarlo.

Condoglianze è una parola piccola, ma non fragile. Porta con sé un’idea precisa e sobria di prossimità. Non promette consolazioni, non pretende di guarire, non tenta di spiegare ciò che spiegazione non ha. Dice soltanto: sono qui, ti sono accanto, partecipo al tuo dolore. È una parola di compagnia, non di soluzione.

La sua origine dice molto. “Soffrire insieme” non significa condividere lo stesso peso, ma riconoscere che quel peso esiste e che non va ignorato né coperto. È un modo di stare, non di intervenire. Per questo la usiamo quasi sempre al plurale: perché il dolore non è mai un punto solo, ma un insieme di ricordi, silenzi, mancanze, affetti che tornano a ondate. Le condoglianze non sono un gesto istantaneo, ma una disponibilità che si prolunga nel tempo.

Ora sento forte il desiderio di ringraziare chi è stato vicino, in modo particolare a mio fratello Giorgio, a Roberta, a Nicolò e Lorenzo, e a me e mia moglie. La vicinanza autentica non si calcola dalla quantità delle parole, ma dalla loro misura, sincerità. Dalla capacità di non occupare lo spazio del dolore altrui, di non affrettarne il superamento, di non trasformarlo in discorso.

C’è un movimento dell’animo, ma anche fisico che accompagna questi momenti e che merita attenzione: la commozione. L’abbiamo provata. Non è debolezza, non è sentimentalismo, non è perdita di controllo. È un moto profondo, un turbamento che nasce dall’incontro con la sofferenza dell’altro e che coinvolge tutta la persona. La commozione non aggiunge spiegazioni, ma custodisce l’umano. È il segno che non ci si è difesi, che non si è passati oltre, che si è rimasti presenti.

Prendo spunto da un recente articolo che ho letto di Nunzio Galantino. Ci ricorda che la commozione tiene aperta la porta dell’umanità. Non elimina il dolore, ma impedisce che venga ridotto a fatto gestibile. Ci si commuove quando le parole non bastano più, e proprio per questo non diventano inutili. Diventano essenziali, spoglie, vere. Nel lutto, la commozione parla attraverso i gesti minimi: un abbraccio, una stretta di mano, una visita discreta, una presenza che non chiede nulla. Sono forme di linguaggio che non invadono e non spiegano, ma sostengono. È così che le parole, quando sono abitate con rispetto, tengono viva la dimensione umana anche dove la ferita resta aperta.

Ho cercato di esprimere ciò che avevo dentro come ho potuto. Attraverso il ricordo, la gratitudine, il valore del tratto di strada fatto insieme. Senza pretendere di dire tutto, senza voler chiudere il dolore in una forma definitiva. Perché il lutto non si risolve: si attraversa. E ciò che resta non è solo il vuoto, ma anche il segno lasciato da una vita amata, il legame che continua, la presenza che cambia forma.

Forse è questo, in fondo, il senso più vero delle condoglianze: non togliere il dolore, non parlarci sopra, non giudicare il modo in cui viene vissuto. Camminare accanto, per quanto si può. Con misura. Con rispetto. Con umanità. Ed è già moltissimo.

Riflessioni

Ci sono morti che sembrano stare dentro l’ordine delle cose, e morti che lo spezzano.

La morte di una persona giovane appartiene a questa seconda categoria. Non è solo un evento doloroso: è una contraddizione. Qualcosa che la mente fatica ad accettare, perché rovescia il senso naturale del tempo. Un padre non dovrebbe vedere mancare un figlio. Una madre non dovrebbe sopravvivere alla vita che ha generato. Quando accade, il mondo perde per un attimo la sua grammatica.

La Bibbia non tace davanti a questo scandalo. Non offre spiegazioni consolatorie. Dice, con crudezza: «Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata perché non sono più».

C’è una dignità profonda in questo rifiuto della consolazione forzata. Il dolore non sempre vuole essere curato. A volte chiede solo di essere riconosciuto, rispettato.

La morte improvvisa lascia attoniti perché non concede preparazione. Non c’è tempo per ordinare le parole, per chiudere i cerchi, per dirsi tutto. Restano i “perché”, che non sono domande ingenue ma grida della ragione ferita. Perché è accaduto. Perché proprio ora. Perché a lui. Sono domande legittime, anche quando non trovano risposta. Il Salmo lo dice senza timore:

«Fino a quando?» Non è una mancanza di fede. È fedeltà alla realtà.

Davanti a una morte così, il senso vacilla. Tutto ciò che sembrava promettere futuro — progetti, speranze, legami — appare improvvisamente fragile. Il Qohelet, con una lucidità che non consola ma libera, scrive: «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire».

Non per dire che tutto è giusto, ma per ricordare che non tutto è governabile. La vita non è un contratto equo, è un dono esposto.

Anche la letteratura laica ha parole che non mentono. Rilke scrive che la morte è il lato della vita che non è rivolto verso di noi. Non la nega, non la spiega. La riconosce come parte dell’esistenza che resta opaca. Accettare questa opacità non significa rassegnarsi, ma smettere di accusarsi per ciò che non si poteva evitare.

Leopardi, nel suo sguardo disincantato, parla della fragilità come condizione comune. Non c’è compiacimento nel dolore, ma una strana forma di fraternità: soffrire non isola, ci rende simili. In questo senso, la morte di un giovane non è solo una perdita privata: è una ferita che tocca tutti, perché ricorda quanto siamo esposti.

Eppure, dentro questo buio, qualcosa resiste. La Bibbia usa una parola sorprendente quando parla della morte prematura: pace. «Agli occhi degli uomini parve che morissero, ma essi sono nella pace».

Non dice perché sono morti. Non spiega il disegno. Dice solo che non sono perduti, che non sono consegnati al nulla. È una parola che non chiude il dolore, ma lo custodisce.

Anche Epicuro, lontano da ogni fede, offre una distinzione che può alleggerire almeno un peso: la morte non è sofferenza per chi muore. Il dolore è di chi resta. Questo non lo elimina, ma lo colloca. Chi è morto non è nel tormento. Siamo noi a portare la mancanza.

E allora resta il ricordo. Non come rifugio nel passato, ma come forma di fedeltà. Ricordare non significa restare immobili. Significa lasciare che quella vita continui a generare attenzione, profondità, cura. La Bibbia lo dice con semplicità: «Il giusto sarà nella memoria».

Finché qualcuno ricorda, una vita non è stata vana.

Forse il senso, quando muore un giovane, non è qualcosa da trovare subito. Forse non è qualcosa da spiegare. Forse è qualcosa da abitare: il silenzio, il dolore, la gratitudine per ciò che è stato. La morte non ha l’ultima parola sulla vita di una persona. L’ultima parola è l’amore che ha dato e che ha suscitato.

E se un giorno, senza tradire il dolore, sarà possibile dire che quella vita continua a vivere nel modo in cui ci ha cambiati, allora non sarà una consolazione facile, ma una verità conquistata lentamente.

Camminiamo con il ricordo. Non come rifugio nel passato, ma come presenza silenziosa che accompagna. Non per dimenticare ciò che è stato, ma per imparare, lentamente, a vivere senza tradire ciò che è rimasto. Senza fretta di guarire. Lasciamo che la memoria custodisca ciò che la vita non ha potuto compiere. E continuiamo a vivere, non al posto di chi non c’è più, ma insieme a ciò che ci ha lasciato. Non per chiudere il dolore, ma per dargli una forma abitabile. Perché vivere non significa dimenticare, ma trovare il modo di restare fedeli a ciò che ha avuto senso.

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