La guerra giusta e la guerra infinita

La formula della “guerra giusta” accompagna da secoli il pensiero politico e morale dell’Occidente, come un’ombra ambivalente che legittima e nello stesso tempo inquieta. L’idea nasce nel mondo cristiano tardoantico: Agostino d’Ippona, di fronte al crollo dell’impero romano e all’assalto dei barbari, si interrogò se fosse lecito per un cristiano impugnare le armi. Nella Città di Dio rispose che la guerra non è mai bene in sé, ma può essere necessaria se ordinata da un’autorità legittima per ristabilire la pace violata. Tommaso d’Aquino, nel XIII secolo, tradusse questo insegnamento in tre condizioni precise: autorità legittima, giusta causa, retta intenzione. Da lì in poi, l’idea attraversò i secoli come criterio morale, giuridico e politico.

Nel Rinascimento, pensatori come Francisco de Vitoria e la Scuola di Salamanca tentarono di applicarla alle conquiste del Nuovo Mondo, chiedendosi se fosse lecito combattere e convertire con la forza i popoli indigeni. Ugo Grozio, nel XVII secolo, padre del diritto internazionale, tolse al concetto il manto teologico e lo rese categoria laica: la guerra è giusta solo se difensiva o se punisce un’ingiustizia grave. Ma già allora il rischio era evidente: chi decide che cosa sia un’ingiustizia grave? Kant, alla fine del Settecento, rovesciò la prospettiva. Nel suo trattato Per la pace perpetua affermò che la guerra non può mai essere considerata giusta, ma solo inevitabile, e che la ragione deve lavorare alla sua abolizione tramite istituzioni universali.

Dopo le catastrofi del Novecento, la Carta dell’ONU tentò di tradurre in legge il superamento del concetto: non si parla più di guerra giusta, ma di uso legittimo della forza, ammesso soltanto per autodifesa o con mandato del Consiglio di Sicurezza. Eppure, nel linguaggio politico e mediatico, l’espressione è rimasta viva, spesso piegata a giustificare aggressioni ribattezzate “interventi umanitari” o “operazioni di pace”. Il pericolo, già denunciato da Hannah Arendt, è che il linguaggio anestetizzi la coscienza e trasformi la violenza in dovere morale.

Oggi è difficile parlare di guerra giusta senza cadere nella retorica. Chris Hedges, ex corrispondente di guerra e premio Pulitzer, ha scritto che “la guerra è sempre un crimine. Anche quella più necessaria porta con sé la stessa logica di distruzione e di menzogna.” Noam Chomsky sottolinea che le potenze hanno sempre manipolato il concetto per i propri interessi, proclamandosi vittime e presentando le proprie guerre come difensive. Papa Francesco ha ripreso questo filo, affermando che con le armi moderne e la sproporzione dei mezzi non è più possibile parlare di guerra giusta: la tecnologia militare, capace di colpire indiscriminatamente civili e ambiente, ha dissolto i criteri classici di proporzionalità e legittimità.

Eppure, resta la domanda che inquieta ogni coscienza: è giusta la resistenza armata contro un invasore che minaccia la sopravvivenza di un popolo? Se pensiamo alla lotta contro il nazismo, molti risponderebbero di sì. Ma anche le guerre più difensive hanno generato atrocità, vendette, brutalità indiscriminate. La difficoltà sta proprio qui: la logica del “giusto” scivola facilmente in una giustificazione di ogni mezzo, in nome di un fine superiore. Per questo il concetto va maneggiato con prudenza, come categoria storica più che come legittimazione morale.

C’è un altro filone, meno ascoltato ma altrettanto radicato, che propone la via opposta: il pacifismo e la non violenza. Tolstoj, nelle sue Confessioni, predicava un cristianesimo senza spada, rifiutando ogni forma di violenza. Gandhi trasformò la non violenza (ahimsa) in forza politica, dimostrando che la resistenza pacifica poteva abbattere un impero. Aldo Capitini, in Italia, parlava di “apertura al tu”, cioè della necessità di vedere in ogni persona un volto da rispettare, anche in chi opprime. La non violenza non è ingenuità, ma scelta radicale: rifiutare la logica amico-nemico e sostituirla con quella della dignità comune.

Il contrario di guerra giusta è guerra d’aggressione, definita a Norimberga come “il crimine supremo”. Ma non basta opporre due categorie: occorre vigilare sul linguaggio, perché ogni potenza tende a proclamare la propria guerra giusta e quella dell’altro ingiusta. Qui sta il rischio più grande: il concetto di “giustizia” applicato alla guerra rischia di trasformarsi in propaganda, di spegnere il pensiero critico e di anestetizzare la coscienza morale.

Il mio parere, alla luce di questi riferimenti, è che non esista oggi una guerra davvero giusta, ma solo guerre inevitabili, imposte o difensive. Parlare di guerra giusta ha senso soltanto come categoria storica o come dilemma morale. L’uso corretto dell’espressione, dunque, è critico, contestualizzato, mai assoluto. Se la si adopera come slogan, si corre il rischio di coprire con una parola nobile la brutalità della violenza. La vera alternativa resta la strada indicata dai grandi profeti della non violenza, che non promette risultati facili ma apre un cammino di dignità universale: la pace non è la tregua dopo la guerra, ma la costruzione lenta e difficile di un mondo in cui la guerra non sia più necessaria.

Il grande interrogativo che segue inevitabilmente la riflessione sulla “guerra giusta” è se sia possibile evitarla, e con quali strumenti. La storia ci mostra che ogni conflitto armato è il risultato di fallimenti accumulati: fallimento della diplomazia, della fiducia reciproca, della capacità di costruire istituzioni solide. La guerra esplode quando tutte le altre strade si chiudono o vengono scientemente ignorate.

La diplomazia, in questo senso, è più che un’arte di palazzo: è la scienza del mantenere aperte le vie della parola. Parlarsi, incontrarsi, persino fingere rispetto reciproco ha un valore enorme perché impedisce la cristallizzazione della logica del nemico. Per secoli, ambasciatori, negoziatori e plenipotenziari hanno lavorato proprio a questo: impedire che l’offesa e la sfiducia degenerassero in armi. La trattativa non è segno di debolezza ma di intelligenza: accettare il compromesso significa riconoscere che nessuna parte possiede la verità assoluta e che la convivenza, anche dura, è preferibile alla distruzione.

Il Novecento, con due guerre mondiali alle spalle, ha provato a costruire “camere di decompressione politica”: prima la Società delle Nazioni, poi l’ONU. Imperfette, lente, spesso paralizzate dai veti dei più forti, queste istituzioni restano però un argine. Senza Consiglio di Sicurezza, senza forum multilaterali, senza corti internazionali, la legge della giungla tornerebbe a dominare incontrastata. Persino gli accordi regionali – dall’OSCE in Europa alle organizzazioni africane e latinoamericane – hanno spesso funzionato come valvole di sfogo, evitando che tensioni locali si trasformassero in catastrofi globali.

Ci sono poi le strade “prima della guerra”, che raramente ricevono la stessa attenzione mediatica delle armi. Una è la prevenzione: ridurre le diseguaglianze, affrontare le crisi ambientali e sociali che generano conflitti. Un’altra è la mediazione culturale: costruire ponti tra identità diverse, smontare stereotipi e paure che i poteri spesso alimentano. Fondamentale è anche il lavoro silenzioso delle società civili: ONG, reti di attivisti, movimenti religiosi e pacifisti che operano come anticorpi sociali, cercando di trasformare il rancore in dialogo.

L’idea della “fiducia reciproca” appare ingenua in un mondo di cinismo politico, ma è in realtà un principio fondante del diritto internazionale. Ogni trattato, dal disarmo nucleare alla cooperazione commerciale, si regge su una fiducia costruita: ispezioni reciproche, verifiche, missioni di osservatori, mediazioni imparziali. Non esiste pace senza almeno un minimo di fiducia, e questa si costruisce non con proclami, ma con gesti concreti e trasparenti.

Tolstoj scriveva che “tutti vogliono cambiare il mondo, nessuno vuole cambiare se stesso”. Per evitare le guerre, anche le nazioni devono imparare a cambiare sé stesse: ridurre l’aggressività della propria politica estera, accettare limiti, non cedere alla tentazione di imporre il proprio modello. Gandhi mostrò che la forza della non violenza è più solida della spada: è resistenza che mette l’altro davanti alla propria coscienza, non al proprio cadavere. Martin Luther King, riprendendo Gandhi, parlava della “forza dell’amore politico”, capace di spezzare il ciclo dell’odio.

Resta infine la domanda radicale: sarà una guerra la fine della civiltà? Non è profezia lontana, ma rischio concreto. Le armi nucleari hanno introdotto una novità storica: la possibilità che un conflitto cancelli l’umanità intera. Oppenheimer, padre della bomba atomica, citò le parole della Bhagavad Gita: “Ora sono divenuto Morte, il distruttore di mondi.” Da allora viviamo in bilico. Una guerra totale non sarebbe più soltanto ingiusta, ma suicida.

La sfida del nostro tempo è dunque duplice: salvare la civiltà evitando la guerra, e salvare la dignità evitando che la pace diventi solo un equilibrio di terrore. Questo significa immaginare alternative: istituzioni più forti, diplomazia creativa, educazione alla pace, costruzione di fiducia dal basso. Non esiste via semplice, ma esiste una certezza: la guerra non è destino, è scelta. E se sarà guerra a decidere la fine della civiltà, vorrà dire che abbiamo tradito il meglio della nostra intelligenza.

La guerra, oggi, non appare come una fatalità cieca ma come un ingranaggio lucido e ben oliato. Politici, generali, industriali, giornalisti al servizio del potere, lobby finanziarie e tecnologiche: sono questi gli attori che la invocano, la preparano, la praticano. L’immagine diffusa del conflitto come “scontro inevitabile di popoli” maschera spesso la realtà: dietro ci sono interessi concreti e calcoli precisi.

A chi è utile la guerra?
Lo ha spiegato con crudezza Dwight Eisenhower, presidente degli Stati Uniti e generale vittorioso della Seconda guerra mondiale, quando nel 1961 denunciò il “complesso militare-industriale”: un intreccio di militari, politici e industriali che aveva interesse a perpetuare la guerra fredda per arricchirsi e consolidare potere. Quell’avvertimento è ancora attuale: le guerre sono un gigantesco business. Le industrie belliche moltiplicano profitti, i capitali speculativi scommettono sulle materie prime e sull’energia, i lobbisti si arricchiscono aprendo mercati di distruzione. Non a caso, i conflitti si moltiplicano spesso in coincidenza con crisi economiche: la guerra diventa un motore artificiale di crescita per i pochi che comandano.

Chi vuole la guerra infinita? Sono coloro che hanno fatto della guerra un modello di economia e di dominio. In primis, a mio parere, gli Stati Uniti, con la loro strategia di “guerra permanente” denunciata da Chomsky e Michael Hudson, hanno trasformato il pianeta in un grande teatro militare, in cui l’alleanza atlantica e la NATO funzionano da moltiplicatori di domanda per armi e tecnologie. Non è una cospirazione oscura: è un sistema visibile, fatto di contratti miliardari, di fondi sovrani, di aziende quotate in borsa che guadagnano sul sangue.

Dietro i guerrafondai non ci sono solo politici e generali, ma anche l’élite finanziaria e tecnologica che investe in armamenti come in energia fossile o in intelligenza artificiale: perché guerra significa monopolio, distruzione dei concorrenti, conquista di nuovi mercati. La guerra è utile ai ricchi e disastrosa per i poveri. È la vecchia legge: “Quando i ricchi fanno la guerra, sono i poveri a morire” (Jean-Paul Sartre).

E gli altri? C’è chi predica pace, ma non interviene. Chiese ed istituzioni religiose, istituzioni culturali, intellettuali che restano prigionieri di ambiguità: denunciano a parole, ma non muovono i passi concreti per smontare l’ingranaggio. C’è chi tace, pur sapendo, perché il silenzio conviene. In politica il silenzio è spesso consenso, e in guerra il consenso passivo diventa corresponsabilità. Hannah Arendt lo chiamava “la banalità del male”: non servono mostri per compiere stragi, bastano persone che si adeguano, che tacciono, che seguono la corrente.

Possiamo giudicarli? Forse si. Non solo possiamo, ma dobbiamo. La morale non è sospesa in tempo di guerra. Tacere, quando la guerra produce massacri e devastazione, è già una forma di complicità. Per questo scrivo. Giudicare significa chiamare per nome le responsabilità: smascherare la propaganda, denunciare gli interessi, non concedere l’alibi della neutralità.

La domanda più radicale, però, resta aperta: sarà la guerra la fine del mondo? La minaccia nucleare, ecologica e tecnologica rende questa prospettiva reale. Una guerra totale potrebbe non solo sterminare popoli, ma cancellare la stessa civiltà. In questo senso la guerra è davvero sorella della morte, non solo fisica ma anche morale. Ogni guerra lascia un’eredità di corruzione, odio, degradazione della coscienza. Non si uccidono solo corpi, ma anche fiducia, speranza, umanità.

Che cosa spinge verso la tragedia? Una miscela di avidità, paura e impotenza. Avidità di chi vuole guadagnare, paura di chi non sa immaginare alternative, impotenza di chi non trova la forza di opporsi. Si arriva alla guerra perché le classi dirigenti scelgono consapevolmente di non fermarsi: preferiscono il profitto immediato al bene comune, la logica della forza alla fatica del dialogo. E osservando bene queste classi dirigenti, sono quasi sempre e per gran parte composte di vecchi, molti uomini super ricchi, decrepiti, schiavi delle loro mentalità egoiste. Dove sono i giovani e le donne che hanno una vita davanti, un futuro da costruire e difendere, loro devono oggi decidere.

Per questo parlare di “guerra giusta” oggi è pericoloso. Ogni guerra viene venduta come giusta, necessaria, inevitabile. Ma se spogliamo la parola dalle maschere, vediamo la nuda realtà: la guerra è utile solo a chi detiene il potere e produce morte per tutti gli altri. La vera giustizia, se esiste, è opporsi a questa logica, costruire alternative, non cedere all’idea che “non c’è scelta”. Perché c’è sempre una scelta: quella di difendere la vita invece del profitto, l’umanità invece del dominio.

Ecco un florilegio di voci che, in epoche diverse, hanno denunciato la guerra e la violenza, illuminando le coscienze con parole che ancora oggi conservano la forza del vero.


Lev Tolstoj:
“La guerra è una follia, un’atroce pazzia. Non ci si può arrendere ad essa senza rinnegare la ragione e l’umanità.”

Mahatma Gandhi:
“La non violenza è la più grande forza a disposizione dell’umanità. È più potente dell’arma di distruzione più potente concepita dall’ingegno dell’uomo.”

Martin Luther King Jr.:
“La scelta non è più tra violenza e non violenza, ma tra non violenza e non esistenza.”

Albert Einstein:
“La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire.”

Immanuel Kant (Per la pace perpetua):
“Nessuno Stato deve intromettersi con la forza nella costituzione e nel governo di un altro. La pace deve essere fondata non su tregue temporanee, ma su principi che la rendano definitiva.”

Jean-Paul Sartre:
“Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire.”

Ernesto “Che” Guevara (in un momento di meditazione pacifista):
“La pace è il frutto naturale della giustizia sociale. Dove non c’è giustizia, la pace è una parola vuota.”

John Lennon:
“La guerra è finita, se tu lo vuoi.”

Papa Giovanni XXIII (Pacem in terris, 1963):
“La pace non si costruisce con le armi, ma con il rispetto della giustizia, della libertà e della dignità di ogni uomo.”

Papa Francesco:
“Oggi non si può più parlare di guerra giusta. Ogni guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa alle forze del male.”

Primo Levi:
“La violenza non è forza, ma debolezza; non è mai capace di creare, ma solo di distruggere.”

Hannah Arendt:
“La violenza può distruggere il potere; è totalmente incapace di crearlo.”

Chris Hedges:
“La guerra è sempre un crimine. Anche quella più necessaria e difensiva porta con sé la stessa logica di menzogna e di distruzione.”

José Mujica:
“La guerra è la prova della nostra incapacità di risolvere i problemi con l’intelligenza. È la confessione del nostro fallimento come specie.”

Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama:
“La pace non è assenza di guerra, ma presenza di compassione, amore e giustizia.”

Bertolt Brecht:
“Il ventre è ancora fecondo da cui nacque la bestia immonda.” (a proposito del fascismo e della guerra)

Erich Maria Remarque (Niente di nuovo sul fronte occidentale):
“La guerra ci ha rovinati per tutto. Perché ci ha spezzato ogni legame col mondo della pace.”

Simone Weil:
“La forza rende colui che vi è sottomesso una cosa. Un uomo morto non è che una cosa, e la guerra trasforma gli uomini in cadaveri in potenza.”

Vittorio Arrigoni:
“Restiamo umani.”


Queste voci non sono sempre armoniche: vengono da scrittori e santi, filosofi e rivoluzionari, scienziati e papi. Eppure tutte concordano su un punto: la guerra non è destino inevitabile, ma scelta criminale o fallimento morale.

Termino con un cantautore, dei nostri tempi. Fabrizio De André non ha scritto trattati politici, ma le sue canzoni sono state e sono un grido limpido contro la violenza, la guerra e il potere che la alimenta. Non parla mai di “pace” in modo retorico, ma scava nelle vite degli ultimi, nei corpi dei soldati mandati al massacro, nei sogni spezzati. È in questo sguardo dal basso che si riconosce il suo pacifismo profondo.

Nelle sue parole la guerra appare come una macchina assurda e crudele. In “La guerra di Piero” ci mostra l’assurdità di due giovani che si ammazzano senza conoscersi: “E mentre marciavi con l’anima in spalle / vedesti un uomo in fondo alla valle…”. Qui la guerra è presentata come un destino cieco che annulla l’umanità.

In “Fiume Sand Creek”, De André racconta il massacro degli indiani d’America con la voce delle vittime: “E non è colpa mia se esistono carnefici, se esiste l’imbecillità, se esiste la violenza”. È la condanna radicale di chi costruisce potere sullo sterminio.

In “Andrea”, dedicata a un giovane partigiano, emerge la compassione per la vita rubata da un conflitto: la guerra non viene celebrata, ma pianta nel cuore un dolore che non guarisce.

In “Girotondo”, con apparente leggerezza infantile, mette in scena l’ombra atomica: i bambini che ballano cantando “se verrà la guerra Marcondirondero / chi ci salverà?”. È un’immagine amara dell’umanità che gioca sull’orlo dell’autodistruzione.

De André non parla mai di guerra giusta o ingiusta: mostra la guerra come condizione disumana, specchio della stupidità e della crudeltà del potere. Il suo messaggio, affidato alla poesia, è vicino a quello dei grandi pacifisti: la guerra non redime, non educa, non costruisce nulla. Distrugge e basta.

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