Inflazione, a ognuno la sua

Questa mattina, aprendo un mio sito di informazione economica, ho notato subito due articoli vicini che parlavano di inflazione. La curiosità è nata per il fatto che contenevano numeri diversi: spontaneo porsi la domanda, chi ha ragione? C’è un trucco? Parliamo di settembre. Un articolo riportava che in Italia i prezzi erano saliti dell’1,8% su base annua, mentre un altro indicava un più modesto 1,6%. Non dovrebbe esserci un solo numero, una misura unica, visto che parliamo di matematica? Indagando e approfondendo scopro che la risposta è più complessa, perché dietro la parola “inflazione” non c’è un solo termometro, ma più strumenti di misura, ciascuno costruito per scopi diversi.

Il primo indice è quello che l’Istat chiama NIC, cioè indice nazionale dei prezzi al consumo. È il riferimento pensato per descrivere l’andamento dei prezzi dal punto di vista delle famiglie italiane, quelle che vivono e consumano in Italia. Questo indice ci dice quanto è cambiato il costo medio di ciò che acquistiamo quotidianamente: cibo, vestiti, bollette, servizi. Nel settembre appena passato, il NIC ha mostrato una leggera flessione dei prezzi rispetto al mese precedente, pari a meno 0,2%, e una crescita annua dell’1,6%. Per un cittadino, questo è forse il numero che più si avvicina alla percezione della spesa quotidiana.

Esiste però un secondo indice, chiamato IPCA (in inglese HICP), che non è stato inventato a caso: serve per confrontare i dati dell’inflazione tra i diversi paesi europei. L’Europa, e soprattutto la Banca Centrale Europea, non potrebbe prendere decisioni di politica monetaria basandosi su criteri diversi da nazione a nazione. Ecco perché si è scelto un metodo unico, armonizzato. Questo indice però considera alcune voci che il NIC non prende in esame, come l’effetto dei saldi stagionali, e per questo può dare risultati differenti. Sempre a settembre, l’IPCA segnava un +1,3% su base mensile e un +1,8% su base annua.

Un terzo modo di guardare all’inflazione è quello che gli economisti chiamano inflazione di fondo. Qui vengono esclusi i beni più “ballerini”, cioè quelli che per natura cambiano di prezzo molto velocemente: l’energia e gli alimentari freschi. Il motivo è semplice: se vogliamo capire se l’aumento dei prezzi è un fenomeno radicato o solo un’oscillazione temporanea, conviene eliminare questi elementi che oscillano troppo. L’inflazione di fondo, a settembre, si è attestata intorno al 2,1-2,2% annuo.

E allora, chi ha ragione? La verità è che tutti hanno ragione, perché non si contraddicono. Stanno soltanto leggendo scale diverse della stessa temperatura. È un po’ come misurare il tempo: posso dire che fuori ci sono venti gradi Celsius, oppure sessantotto gradi Fahrenheit. Il numero cambia, ma la realtà è la stessa. Con l’inflazione la situazione è simile, solo che non si tratta di una differenza di unità di misura, bensì di prospettive diverse sul fenomeno dei prezzi.

Se allarghiamo lo sguardo dal nostro Paese al resto dell’eurozona, vediamo che la situazione non è molto diversa, anche se i numeri sono leggermente più alti. Gli economisti stimano per settembre un’inflazione complessiva al 2,3% annuo, contro il 2% di agosto. Anche qui la differenza non nasce da una nuova fiammata dei prezzi, ma dal cosiddetto “effetto base”: il confronto con i livelli molto bassi dello scorso anno, in particolare per l’energia. È come quando si guarda una fotografia di oggi accanto a una di ieri: non cambia la scena, ma l’occhio nota contrasti diversi.

Gli esperti sottolineano che non c’è motivo di allarme. L’inflazione “core”, quella che esclude le voci più volatili, resta anch’essa al 2,3%, stabile rispetto al mese precedente. È un segnale di equilibrio: i prezzi non corrono, e le pressioni che li hanno spinti in alto negli anni recenti si stanno attenuando. La stessa Banca Centrale Europea prevede che l’inflazione si muova attorno al 2% per il resto del 2025, per poi scendere a una media dell’1,7% nel 2026, prima di risalire appena sotto il 2% nel 2027.

Questo orizzonte più ampio ci dice che l’inflazione non è un numero fisso, ma una tendenza che va osservata nel tempo. Per i cittadini italiani conta soprattutto il NIC, che misura il costo della vita di tutti i giorni. Per la BCE, invece, è decisivo l’IPCA, che permette di confrontare l’Italia con la Germania o la Francia. Per gli economisti, infine, la bussola è l’inflazione di fondo, perché mostra se dietro gli alti e bassi del momento si nasconde una spinta duratura o un raffreddamento strutturale.

Vi sto dicendo come è stata spiegata a me. Capire questa pluralità di prospettive aiuta a non cadere nella trappola della confusione. Non c’è pertanto un articolo che sbaglia e un altro che dice la verità: semplicemente, ognuno ha scelto di raccontare l’inflazione attraverso un indice diverso. Sapere che questi indici convivono e che le autorità monetarie guardano già agli anni a venire ci restituisce un quadro più sereno: non siamo davanti a un mostro incontrollabile, ma a un fenomeno complesso che si può leggere in molti modi. L’importante è distinguere gli strumenti di misura e capire quale ci riguarda più da vicino, senza dimenticare che il vero obiettivo, per la Banca Centrale come per le famiglie, resta sempre lo stesso: vivere in un contesto di stabilità e prevedibilità dei prezzi.

Per i più curiosi: HICP è l’acronimo inglese di Harmonised Index of Consumer Prices, che in italiano significa Indice Armonizzato dei Prezzi al Consumo. IPCA è l’acronimo italiano che corrisponde proprio alla traduzione di HICP: Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato.

Ho ancora un tarlo nella testa.

Abbiamo visto che inflazione è una parola che sembra semplice e univoca, ma in realtà nasconde più volti di quanti ne immaginiamo. Per chi vive di stipendio o di pensione, per chi paga l’affitto, per chi ha fatto un mutuo o investe in un titolo di Stato, quel numero è cruciale. Da esso dipendono gli adeguamenti, gli aumenti, i calcoli che incidono sul portafoglio quotidiano. Eppure, non c’è “l’inflazione” in senso unico, ma diverse misure che possono dare risultati differenti. È qui che si insinua il dubbio: non è che, scegliendo un indice piuttosto che un altro, qualcuno possa orientare i vantaggi a proprio piacere?

In Italia, lo abbiamo visto, il riferimento tradizionale è il NIC, l’indice nazionale dei prezzi al consumo. È la misura che più si avvicina all’esperienza delle famiglie, perché calcola la variazione del costo della vita sul paniere dei beni acquistati dai residenti. È con il NIC che di solito ci confrontiamo quando parliamo della spesa al supermercato o delle bollette. Poi c’è l’IPCA, cioè l’indice armonizzato dei prezzi al consumo, costruito su base europea per garantire uniformità fra i diversi paesi. È quello che usa la Banca Centrale Europea per decidere la politica dei tassi, e quindi ha un peso enorme sulle scelte economiche continentali. A questi si aggiunge l’inflazione di fondo, che esclude energia e alimentari freschi: serve a capire la tendenza di lungo periodo, al netto delle oscillazioni stagionali.

Il problema non è che i numeri siano falsi: sono calcolati con metodi trasparenti e pubblici. Il punto è che ogni indice risponde a una logica diversa. E la scelta di quale utilizzare può avere effetti concreti. Se una pensione viene rivalutata con un indice piuttosto che un altro, l’aumento cambia. Se un contratto di lavoro prevede l’adeguamento all’IPCA invece che al NIC, il risultato può essere più o meno favorevole per i lavoratori. Se il Tesoro emette un titolo legato all’inflazione, deve stabilire con chiarezza quale indice sarà il parametro: la differenza può valere centinaia di milioni di euro.

Chi ha il potere di scegliere l’indice ha dunque anche il potere di orientare gli effetti economici. Non è un imbroglio nel senso stretto, ma è uno spazio politico e tecnico dove si gioca una partita sottile. La politica può avere interesse a mostrare numeri più bassi per dire che i prezzi sono sotto controllo; le istituzioni europee hanno bisogno di un indice comparabile per tutti; i cittadini vorrebbero invece una misura che rifletta il loro vissuto quotidiano.

In questo quadro, l’attenzione del cittadino è fondamentale. Non basta leggere il titolo “inflazione all’1,8%” o “inflazione al 2,3%”: bisogna chiedersi subito quale indice è stato usato, con quali criteri e a beneficio di chi. La conoscenza diventa difesa, perché sapere che esistono più scale di misura ci evita di cadere nella trappola di chi mostra solo la cifra che conviene.

Vale la pena ricordare che in Italia esiste anche l’indice FOI, quello che esclude il costo degli affitti, usato per esempio per aggiornare i canoni di locazione o gli assegni di mantenimento. Ancora una volta, lo stesso fenomeno – la variazione dei prezzi – produce numeri diversi a seconda del punto di vista. È come guardare la stessa montagna da versanti diversi: cambia il profilo, ma la montagna è sempre la stessa.

Per questo l’inflazione non è mai solo un dato neutro. È un indicatore che vive di scelte e di interpretazioni, ed è per questo che si presta ad essere strumento di potere. La trasparenza delle istituzioni, la vigilanza dei cittadini, la chiarezza dei contratti sono gli antidoti contro possibili “furbizie”. In fondo, nessuno può cambiare i prezzi che troviamo sugli scaffali, ma si può decidere come raccontarli, e da quel racconto dipendono soldi veri, vantaggi o svantaggi per milioni di persone.

La lezione, per un cittadino comune, è semplice: diffidare del numero isolato, pretendere sempre di sapere a quale indice si riferisce e leggere le scelte economiche con la consapevolezza che dietro un decimale si può nascondere una politica. Non per diventare esperti di statistica, ma per restare padroni della propria vita economica e non delegare del tutto ad altri la definizione della realtà che viviamo ogni giorno.


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