
È solo un frammento, una lastra di terracotta. Un volto barbuto, fiero, con le corna d’ariete e gli occhi fissi nell’eternità. Eppure, in quella maschera spezzata c’è l’eco di un mondo intero. È il volto di Pan, il dio dei boschi e del terrore, che per secoli ha incarnato la potenza vitale della natura, la sua gioia e la sua ferocia. Questa terracotta, oggi custodita nel Museo Archeologico di Dion, ai piedi dell’Olimpo, appartiene al periodo ellenistico: il tempo in cui gli uomini avevano già smesso di temere gli dèi ma non avevano ancora imparato a temere se stessi.
Pan era il dio dei pascoli e delle selve, il protettore dei pastori e degli animali. Mezzo uomo e mezzo capra, figlio di Hermes e di una ninfa, fu accolto sull’Olimpo tra le risate degli dèi, che videro in lui qualcosa di selvaggio e irresistibile. Viveva tra le montagne e le grotte, suonava la sua siringa e faceva impazzire d’amore le ninfe. Non era un dio urbano né ordinato, ma l’immagine stessa della vita naturale: fertile, istintiva, imprevedibile. E come la natura, poteva generare gioia o terrore. Da lui nasce la parola “panico”: quel tremore improvviso e inspiegabile che coglie chi sente nel vento, nei boschi o nei rumori della notte, la presenza di qualcosa di più grande di sé.
Pan è l’archetipo della natura vivente, quella che respira e pulsa fuori e dentro di noi. I filosofi tardi lo chiamarono “il Tutto” — in greco, Pan significa appunto “tutto”. Per gli stoici e poi per Plotino, egli rappresentava la forza che anima il cosmo, l’anima del mondo in cui ogni cosa è connessa. Ma questa visione cosmica, armoniosa e pagana, fu spazzata via dall’avvento del pensiero monoteista. Con l’arrivo del cristianesimo, Pan divenne il nemico, il demonio: le sue corna e la sua barba, simboli di vita e fecondità, furono trasformati in emblemi del male. Ciò che prima era la voce della natura divenne un sussurro infernale.
In quel rovesciamento c’è una delle grandi tragedie spirituali dell’Occidente. La condanna di Pan coincide con l’inizio della separazione fra l’uomo e la natura, fra lo spirito e il corpo, fra la ragione e l’istinto. Da quel momento, il mondo smise di essere un organismo vivente e divenne una macchina da dominare. Il “rumore di Pan” — quel fremito di sacro terrore che un tempo insegnava rispetto per la foresta e il mare — fu messo a tacere.
Plutarco racconta un episodio enigmatico. Durante il regno di Tiberio, una voce misteriosa risuonò per mare: «Il grande Pan è morto!». I marinai impietriti ascoltarono quel grido che sembrava annunciare la fine di un’epoca. Da allora, l’eco di quella morte si è estesa per secoli. Pan, il dio della totalità, è morto, e con lui la consapevolezza che l’uomo fa parte del Tutto. Ma forse quel grido non era una morte, bensì un sonno: la lunga dormienza della parte selvaggia e viva che abbiamo in noi, soffocata dal controllo, dal calcolo, dal profitto.
Il volto di Pan, oggi, ci osserva dalle teche dei musei come una reliquia di ciò che abbiamo perduto. Ma la sua voce ritorna ogni volta che la natura si ribella: nei fiumi che straripano, nelle foreste in fiamme, negli animali che scompaiono, nei nostri stessi corpi stanchi e alienati. L’ansia moderna, il “panico” che dilaga nelle città, non è altro che il ritorno di Pan: la vendetta del dio bandito. La paura senza oggetto è la forma in cui la natura ci ricorda di esistere ancora, di respirare, di chiedere ascolto.
Pan è il contrario dell’ordine cieco e della sicurezza. È la vitalità che sfugge ai confini. Non conosce regole né mappe. Eppure, in questa sua anarchia, custodisce una sapienza profonda: quella del ritmo, dell’equilibrio naturale, del limite che l’uomo moderno ha dimenticato. La sua immagine metà umana e metà animale ci parla della necessità di conciliare le due nature che ci abitano. L’umanità che vuole sopravvivere deve riconciliarsi con il suo Pan interiore, con quella parte di sé che è terra, istinto, pulsione e meraviglia.
In un tempo come il nostro, dominato dalla tecnica e dall’astrazione, il volto di Pan appare come un ammonimento: se uccidiamo la natura, uccidiamo anche la nostra anima. Se soffochiamo l’istinto e la libertà, spegniamo la musica della vita. Pan non è un demone, ma un maestro dimenticato. Ci insegna che la saggezza non sta nel dominare, ma nel sentire; non nel possedere, ma nel partecipare; non nel calcolare, ma nel danzare con il mondo.
E forse, un giorno, quando torneremo a rispettare la terra come un corpo vivo, quando accetteremo di non essere padroni ma parte del tutto, potremo dire che Pan non è morto. Dormiva nei secoli, aspettando che qualcuno lo chiamasse per nome.
