Il messaggio del Cardinale Pizzaballa

Considero il Cardinale Pizzaballa il più autorevole e lucido interprete della tragedia che si sta svolgendo in Palestina e Cisgiordania. Le sue parole sono sempre testi da meditare, anche per noi Laici, e riflessioni profetiche. In un mondo ove colpiscono i silenzi e le assenze di personalità influenti, il suo carisma sorregge le nostre speranze e illumina la nostra strada. Ho cercato di fare un sunto tratto dal suo ultimo messaggio. Invito tutti a leggere il testo nella forma integrale.

Il messaggio del cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, rappresenta una delle più lucide e profonde parole di speranza pronunciate negli ultimi tempi da una voce cristiana immersa nel cuore della tragedia mediorientale. Non è un testo politico, ma un discorso umano e spirituale che attraversa la cronaca per toccare la coscienza. Dopo due anni di guerra, devastazione e massacri, dopo il sangue versato a Gaza e la disperazione che avvolge la Cisgiordania, il Patriarca osa parlare di una “possibile nuova pagina”. Lo fa con la sobrietà di chi conosce la sofferenza da vicino e con la fermezza di chi sa che la speranza, se non è ancorata al reale, rischia di essere solo una forma più sottile di illusione.

Nel suo messaggio, Pizzaballa riconosce con chiarezza che il conflitto non è finito, che i problemi restano immensi, che “molto resta da definire per dare a Gaza un futuro sereno”. Tuttavia, il semplice fatto che si possa tornare a pronunciare la parola pace rappresenta già un atto di fede nel possibile. Per la prima volta, scrive, all’orizzonte si intravede qualcosa di nuovo e di positivo: la liberazione di ostaggi e prigionieri, la cessazione dei bombardamenti, la fine — anche se solo provvisoria — delle ostilità. È un barlume, una fenditura nella notte. Ma basta un varco, per chi crede nella dignità dell’uomo, per intravedere un inizio.

Il Patriarca non si limita a guardare a Gaza. Estende lo sguardo alla Cisgiordania, dove la violenza dei coloni e l’inerzia delle autorità israeliane stanno soffocando intere comunità palestinesi. È un passaggio di grande valore morale, che non si nasconde dietro il linguaggio neutro della diplomazia, ma nomina apertamente le ferite e le ingiustizie. Non per accusare, ma per dire la verità, senza la quale nessuna pace è possibile. “I problemi — scrive — sono ancora tanti, e il conflitto continuerà ad accompagnarci a lungo”. Tuttavia, anche in questo scenario cupo, la Chiesa è chiamata a essere segno di speranza, a tenere accesa la lampada quando tutto sembra spento.

Pizzaballa invita la sua comunità — e, in fondo, l’intera umanità — a non cedere alla disperazione e a non avvelenarsi di odio. “Come Chiesa siamo chiamati a dire una parola di speranza, ad avere il coraggio di una narrativa che apra orizzonti”. È un invito alla lucidità e alla resistenza morale. Le guerre, dice, non devastano soltanto i corpi, ma anche l’animo umano. L’odio, il rancore, la rabbia si insinuano nei discorsi e nei cuori, deformano il pensiero, rendono normale la crudeltà. Ecco perché la speranza, in questo contesto, non è un sentimento debole, ma un atto politico nel senso più profondo del termine: è la volontà di non consegnare l’anima al male.

Il cardinale denuncia poi la logica della forza, che domina non solo la guerra ma anche la cultura del nostro tempo. “Potenza, forza, violenza — scrive — sono diventati il criterio principale su cui si fondano i modelli politici, culturali ed economici.” È una frase che potrebbe valere per l’intero Occidente, non soltanto per la Terra Santa. Egli ammonisce che la pace non può essere imposta, che l’uso della violenza per costruire la pace è un inganno antico. La storia, afferma, ha già mostrato cosa produce la logica del dominio. E tuttavia, aggiunge, la società civile — in Israele, in Palestina, nel mondo — ha cominciato a ribellarsi a questa arrogante retorica del potere, mostrando che l’indignazione può essere il primo passo della rinascita morale.

Nella parte più intensa del messaggio, Pizzaballa richiama i fedeli a “tenere fisso lo sguardo su Gesù”. È una frase semplice, ma racchiude un’intera visione del mondo. Solo nella prospettiva del Cristo crocifisso e risorto, dice, si può resistere al mistero del male. Senza questo sguardo, il dolore rischia di trasformarsi in disperazione o in odio. Con esso, invece, può diventare seme di rinascita. Il Patriarca non invita a fuggire dal mondo, ma a restarvi con occhi diversi, con una fede che non nega il dramma ma lo attraversa.

“Come Chiesa — aggiunge — la resa dei conti non ci appartiene.” Qui sta forse il cuore del suo messaggio: la fede non è mai vendetta. Gesù, scrive, ha fatto dell’amore che si fa dono e perdono la sua scelta di vita. Le ferite del Cristo non gridano vendetta ma compassione. Nella logica del Vangelo, il dolore non giustifica la violenza, e la giustizia non può nascere dal sangue. Il compito dei cristiani, secondo Pizzaballa, è “restare quando tutto chiede di partire”, non per sfida, ma per amore. È un appello alla resistenza della bontà, una delle più rare forme di coraggio.

Infine, il Patriarca guarda al futuro con un realismo che non esclude la speranza. “La fine della guerra non segna necessariamente l’inizio della pace”, scrive, ma può essere il primo passo per costruirla. Ci attende, dice, un lungo processo di ricostruzione e di disintossicazione dall’odio. Le ferite morali e spirituali dureranno più delle macerie. Tuttavia, anche in questa prova, la fede può trasformarsi in energia creativa. La “tomba vuota di Cristo”, simbolo del paradosso della speranza, diventa per lui la garanzia che il dolore non sarà per sempre, che l’attesa non sarà vana, che il deserto potrà rifiorire. Come Maria di Magdala, anche noi, “a tentoni”, dobbiamo continuare a cercare, a insistere nel bene, a non stancarci di costruire pace.

Il messaggio di Pizzaballa, dunque, non è un semplice comunicato ecclesiastico, ma un testo che potremmo definire profetico. Dietro le parole misurate del prelato si intravede una visione della storia: la Terra Santa non è solo un luogo geografico, è il simbolo di una condizione universale. In ogni epoca, l’uomo deve scegliere tra la forza e la misericordia, tra la resa dei conti e il perdono, tra la chiusura e la speranza. “La nostra decisione di restare — scrive — non è una sfida, ma un rimanere nell’amore.” È forse la frase più bella e più vera.

Nel suo linguaggio, pacato e radicale insieme, Pizzaballa ci ricorda che la prudenza non è codardia, ma lucidità del cuore. La speranza non è un miraggio, ma un dovere. E la fede, quando si traduce in compassione, diventa la forma più alta di intelligenza del mondo. Gaza e la Terra Santa, viste con i suoi occhi, non sono soltanto teatri di guerra: sono lo specchio dell’anima collettiva dell’umanità. E forse proprio lì, tra le macerie, potrà rinascere — se sapremo ascoltare — il primo vero passo verso la pace.

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