(liberamente ispirato al saggio di Jeffrey Sachs)
C’è un silenzio che pesa più del rumore delle armi: è il silenzio dell’Europa.
Un continente che nacque dal sogno della pace, dalla cenere delle guerre mondiali, e che oggi sembra aver smarrito la propria voce, la propria coscienza, la propria anima.
Jeffrey Sachs, economista americano di fama mondiale, ha detto ciò che in troppi fingono di non vedere: l’Europa vive sotto tutela. Non politica, ma mentale. Non occupata da eserciti, ma da un’idea: quella secondo cui senza gli Stati Uniti saremmo perduti.
Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, nel 1991, l’Occidente ha creduto di poter plasmare il mondo a sua immagine, in una sorta di ebbrezza imperiale. Gli Stati Uniti, e dietro di loro la NATO, hanno spinto sempre più a Est, avvicinando missili, basi e alleanze fino ai confini russi. Hanno ignorato trattati, promesse, equilibri.
Da Clinton in poi, ogni presidente ha aggiunto un anello alla catena dell’espansione. L’Europa, che avrebbe potuto fare da ponte tra Oriente e Occidente, ha scelto di essere corda.
Oggi, dopo trent’anni di arroganza strategica, raccogliamo i frutti amari: una guerra sul suolo europeo, economie dissanguate, industrie ferme, popoli impoveriti.
Abbiamo rotto il legame con la Russia, che era la nostra naturale alleata energetica e industriale. Abbiamo rinunciato al gas russo per comprare a caro prezzo quello americano. Abbiamo sacrificato il futuro verde sull’altare del riarmo e del debito.
E mentre l’Europa si indebolisce, gli Stati Uniti rafforzano il proprio predominio vendendo armi, gas e paure.
Sachs non è un ideologo, ma un realista morale.
Dice che la guerra in Ucraina non è un incidente, ma l’effetto di una provocazione continua. La NATO, espandendosi fino ai confini russi, ha violato ogni principio di prudenza diplomatica. Washington ha finanziato rivoluzioni “colorate”, influenzato governi, alimentato una spirale di ostilità da cui non sa più uscire.
Mosca — piaccia o no — ha reagito non da invasore cieco, ma da potenza che si sente accerchiata.
La verità, scrive Sachs, è che l’Europa non è minacciata dalla Russia, ma dalla propria cecità.
La storia, come sempre, punisce chi dimentica.
L’Europa, da De Gaulle a Brandt, da Spinelli a Palme, era stata capace di visioni autonome, di ponti e non di muri. Oggi balbetta le parole d’ordine altrui: “deterrenza”, “difesa comune”, “spese militari al 5% del PIL”.
Come se la pace fosse un difetto da curare, e la guerra una prova di virilità geopolitica.
Ma c’è un’altra via, dice Sachs, e non è utopia: è diplomazia.
L’Europa deve tornare a parlare con Mosca, non contro di essa.
Deve smettere di farsi trascinare in crociate atlantiche contro la Cina, che non minaccia nessuno ma produce pannelli solari e ferrovie.
Deve riscoprire il proprio destino naturale: essere il cuore del continente eurasiatico, ponte tra culture, commercio, ecologia e pace.
I dieci passi che Sachs propone — dialogo con la Russia, neutralità dell’Ucraina, collaborazione con la Cina, riforma della diplomazia europea, cooperazione con Africa e BRICS — non sono un sogno, ma un ritorno al buon senso.
Sono il contrario della resa: sono la difesa della civiltà.
L’Europa che sogna Sachs non è quella dei generali e dei commissari, ma quella dei popoli che si parlano.
Non quella che teme il mondo, ma quella che lo abbraccia.
Un’Europa che guida la transizione verde, che riscopre la diplomazia come arte della convivenza e non della minaccia, che rifiuta l’egemonia e costruisce un nuovo ordine multipolare fondato sulla Carta dell’ONU, sul diritto, sulla dignità e non sulla forza.
Non è più tempo di alleanze cieche.
È tempo di tornare liberi, responsabili, sovrani.
Perché — come ricordava Eschilo — “solo chi sa guardare in faccia la verità può essere davvero giusto”.
Oggi quella verità dice che l’Europa non è povera, ma impoverita; non è debole, ma umiliata; non è condannata, ma distratta.
Ritrovare la sua voce significa ricordare chi siamo:
il continente della ragione, dell’arte, della pietà e della misura.
E forse un giorno, quando l’eco delle guerre si sarà spento,
si potrà dire che da questo silenzio — dal silenzio dell’Europa — è rinato il suono più antico e più giusto: la parola della pace.