L’incidente del Golfo del Tonchino

Il Vietnam fu la prima guerra persa davanti alle telecamere, la prima guerra contestata dall’interno, la prima guerra senza senso chiaro né vittoria possibile.
E segnò la fine dell’illusione americana di “portare la libertà al mondo”.

Alcuni giorni fa, mentre leggevo, mi è capitato di imbattermi in un fatto storico che avevo quasi dimenticato.

L’“incidente del Golfo del Tonchino” (Gulf of Tonkin Incident):  un caso rivelatore di manipolazione deliberata dell’informazione da parte del governo americano per giustificare l’escalation della guerra in Vietnam. Un esempio di come la menzogna di Stato possa cambiare la storia del mondo.

Sono andato a rivedere con più chiarezza che accadde veramente, cosa si seppe dopo, e perché resta un precedente tanto grave quanto istruttivo.

Il fatto ufficiale (agosto 1964)

Il 2 agosto 1964 il cacciatorpediniere americano USS Maddox, in missione nel Golfo del Tonchino (al largo del Vietnam del Nord), comunicò di essere stato attaccato da motovedette nordvietnamite. Due giorni dopo, il 4 agosto, giunse la notizia di un secondo attacco contro il Maddox e un’altra nave, la USS Turner Joy.

Il presidente Lyndon B. Johnson annunciò subito che gli Stati Uniti erano stati “aggrediti senza provocazione” e chiese al Congresso di reagire. Il Congresso approvò quasi all’unanimità la Risoluzione del Golfo del Tonchino, che autorizzava Johnson a usare “tutte le misure necessarie” in Indocina. In pratica, fu la dichiarazione implicita di guerra al Vietnam del Nord.

La verità emersa dopo

Negli anni successivi si scoprì — prima grazie ai Pentagon Papers (1971), poi con documenti della NSA declassificati nel 2005 — che:

  • Il primo attacco (2 agosto) era avvenuto, ma il Maddox aveva provocato la reazione nordvietnamita penetrando in acque contese e partecipando a missioni di intelligence coordinate con attacchi sudvietnamiti.   Quindi non era un’aggressione immotivata, ma una conseguenza prevedibile di un’operazione segreta americana.
  • Il secondo attacco (4 agosto) non era mai avvenuto.
    Gli operatori sonar e radar avevano interpretato onde e interferenze elettroniche come siluri e imbarcazioni nemiche. I rapporti d’intelligence furono però manipolati e semplificati per presentare l’episodio come una nuova aggressione certa.
  • Al momento della decisione, Johnson e il Segretario alla Difesa McNamara sapevano già che il secondo attacco era quantomeno dubbio.
    Ma decisero di non rettificare: serviva un pretesto per ottenere il via libera politico all’intervento armato.

 Le conseguenze

Da quella “bugia utile” scaturì una guerra devastante:

  • oltre 3 milioni di morti (tra vietnamiti e americani);
  • distruzione ambientale e umanitaria incalcolabile;
  • frattura morale e politica dentro gli USA.

Fu il prototipo di quella che oggi chiameremmo una “operazione di manipolazione narrativa”: un evento ambiguo trasformato in casus belli attraverso la gestione selettiva dell’informazione.

Il significato storico

L’incidente del Tonchino è diventato un simbolo di:

  • come la propaganda possa mascherarsi da trasparenza,
  •  di come la verità, anche se nota ai vertici, possa essere sacrificata in nome della “necessità politica”.

Da allora, ogni volta che si parla di false flag o di “armi di distruzione di massa” (Iraq 2003), il paragone con il Tonchino riaffiora: la storia insegna che una menzogna ben calibrata può legittimare una guerra vera.

La lezione da portare con sé

 “Un conto è saperlo, un conto è dirlo.”

Nel caso del Tonchino, l’apparato sapeva, ma non disse. Scelse di costruire una narrazione utile, non vera. È il paradigma del potere che manipola la realtà per “governare le emozioni collettive”: la paura, il patriottismo, la sete di vendetta.

Ecco perché episodi come questo vanno ricordati:

  • non per giudicare solo un’epoca, ma per vaccinarsi contro le versioni ufficiali troppo perfette,
  • e per ricordare che la menzogna di Stato è sempre più pericolosa della verità scomoda.

Dopo questa lezioncina mi è venuta la sete di sapere di più. Quali i motivi veri che spinsero gli USA ad attaccare il Vietnam?

L’“attacco al Vietnam” non fu un gesto improvviso, ma l’esito di una lunga costruzione politica, ideologica e strategica, maturata per oltre vent’anni.
Per capire davvero il perché, bisogna unire tre livelli: storico, geopolitico e psicologico del potere americano nel dopoguerra.

Il contesto storico: la fine del colonialismo francese

Dopo la Seconda guerra mondiale, il Vietnam (allora Indocina francese) insorge contro la dominazione coloniale.

  • Il leader comunista Ho Chi Minh, forte del sostegno contadino, proclama l’indipendenza nel 1945.
  • La Francia tenta di riprendere il controllo ma viene sconfitta nel 1954 a Dien Bien Phu.
  • Gli Accordi di Ginevra (1954) dividono temporaneamente il Paese:
    Nord comunista (Ho Chi Minh) – Sud filoccidentale (Ngo Dinh Diem).
    Si prevedevano elezioni per la riunificazione, ma gli USA le impedirono, temendo la vittoria comunista.

Prima lezione: la guerra del Vietnam nasce come guerra d’indipendenza anticoloniale, che gli USA trasformarono in guerra ideologica.

La logica della Guerra Fredda

Nel 1954, appena conclusa la guerra di Corea, gli Stati Uniti ragionano dentro la dottrina del “containment”: contenere a ogni costo l’espansione del comunismo.

  • Il presidente Eisenhower parla della “teoria del domino”: se un Paese del Sud-Est asiatico cade nel comunismo, tutti gli altri seguiranno (Cambogia, Laos, Thailandia, Malesia, Indonesia).
  • Perciò Washington decide che il Vietnam del Sud deve restare “libero”, anche se il regime non è democratico.

 Interpretazione: per gli USA non si trattava del Vietnam in sé, ma di un tassello nella scacchiera globale contro l’URSS e la Cina.

 Dalla consulenza militare all’intervento diretto. E’ guerra.

Negli anni ’50 gli USA sostengono il presidente Diem con fondi, armi e “consiglieri militari”. Nel 1963 Diem viene rovesciato e ucciso in un colpo di Stato (tollerato dagli americani). Il Sud precipita nel caos, e il movimento di guerriglia comunista, il Viet Cong, cresce ovunque.

Nel 1964 scoppia l’“incidente del Golfo del Tonchino”, che — come abbiamo visto — fornisce il pretesto per il passaggio da guerra segreta a guerra aperta. Nel 1965 Johnson ordina i primi bombardamenti massicci (Operazione Rolling Thunder) e l’invio di truppe di terra. Nel 1968 gli americani in Vietnam sono più di mezzo milione.

 Dietro il pretesto: il timore di perdere “credibilità” come potenza globale. Per Washington, non vincere significava apparire debole davanti a Mosca e Pechino.

Altre e vere motivazioni di fondo

Oltre all’ideologia anticomunista, ci furono ragioni più profonde e meno dichiarate:

  1. Egemonia geopolitica: il Sud-est asiatico era considerato cruciale per le rotte marittime, le materie prime (stagno, caucciù, petrolio) e l’influenza sulla regione del Pacifico.
  2. Interessi industriali e militari: la guerra rappresentò un’enorme spinta per il complesso militare-industriale, che prosperava su forniture, ricerca bellica e commesse.
  3. Motivi interni: l’amministrazione Johnson aveva bisogno di mostrare fermezza per non essere accusata di “debolezza democratica” dopo Kennedy.
  4. Psicologia imperiale: la convinzione profonda che gli Stati Uniti avessero una missione morale nel “salvare” i popoli dal comunismo.
    (un’eco quasi religiosa del “destino manifesto”).

Risultato: il conflitto vietnamita fu una guerra “preventiva” contro un’idea, non contro un esercito. Una guerra metafisica e ideologica, impossibile da vincere.

L’esito e la lezione storica

Il punto di svolta: la disfatta psicologica (1968)

Nel gennaio 1968, durante il Capodanno lunare vietnamita (Tết), il Viet Cong e l’esercito del Nord scatenarono la “Offensiva del Têt”: una serie di attacchi simultanei in tutto il Vietnam del Sud, persino contro l’ambasciata americana a Saigon. Militarmente fu una sconfitta per i vietnamiti, che subirono perdite enormi.
Ma politicamente fu una vittoria devastante: l’opinione pubblica americana, fino ad allora convinta che la guerra fosse “quasi vinta”, vide in diretta TV che l’esercito più potente del mondo non controllava nulla.

Walter Cronkite, il giornalista più autorevole d’America, concluse il suo servizio con parole profetiche: “Questa guerra è in un pantano, e non può essere vinta.”

Da quel momento, gli Stati Uniti iniziarono a cercare una via d’uscita.

L’“americanizzazione” che fallisce (1969-1973)

Il presidente Richard Nixon, eletto nel 1968, promette una “pace con onore”. Ma in realtà continua la guerra su larga scala, spostandola su nuovi terreni:

  • Bombardamenti massicci sulla Cambogia e sul Laos, per colpire le basi logistiche del Nord.
  • “Vietnamizzazione del conflitto”: addestrare e armare l’esercito sudvietnamita (ARVN) perché sostituisca gradualmente le truppe USA.
  • Ritiro progressivo dei soldati americani, ma mantenimento di un’enorme potenza aerea.

Parallelamente iniziano i negoziati di pace a Parigi tra USA, Vietnam del Nord e Viet Cong. Nel 1972 Nixon compie la sua “grande mossa diplomatica”: apre il dialogo con Cina e URSS, cercando di isolare Hanoi.

Gli Accordi di Parigi (gennaio 1973)

Dopo anni di trattative (e di bombardamenti), si arriva a un accordo:

  • cessate il fuoco,
  • ritiro totale delle truppe americane,
  • liberazione dei prigionieri,
  • riconoscimento dell’esistenza di due governi in Vietnam (Nord e Sud).

Gli Stati Uniti si ritirano completamente entro marzo 1973. Per Nixon, la guerra è “finita”. Ma in realtà il conflitto continua — solo senza americani.

Il crollo finale (1975)

Il Sud Vietnam, privo dell’appoggio americano diretto, si sfalda rapidamente. Nel marzo 1975 l’esercito del Nord lancia una grande offensiva; in poche settimane, le difese del Sud collassano.

Il 30 aprile 1975, i carri armati nordvietnamiti entrano a Saigon. Il presidente sudvietnamita fugge, e le immagini di elicotteri che evacuano i diplomatici  americani dal tetto dell’ambasciata fanno il giro del mondo.
È la fine ufficiale della guerra del Vietnam.

Il bilancio umano e morale

  • 58.220 soldati americani morti, oltre 300.000 feriti.
  • Circa 3 milioni di vietnamiti (in gran parte civili) uccisi.
  • Milioni di profughi e distruzione ambientale immane (deforestazione, Napalm, Agent Orange).

Negli Stati Uniti, la guerra lasciò una ferita morale e politica profonda:

  • sfiducia verso il governo (“sindrome del Vietnam”);
  • crisi d’identità nazionale;
  • proteste studentesche e pacifiste che cambiarono il costume e la cultura.

Il Sud cadde, e il Vietnam si riunificò sotto il regime comunista. Gli Stati Uniti, pur militarmente invincibili, furono moralmente sconfitti: la menzogna, i massacri, la distanza tra propaganda e realtà segnarono uno sconvolgimento profondo.

Lezione universale:quando una potenza entra in guerra per difendere un principio  astratto — la “credibilità”, l’“ordine”, la “libertà” — finisce quasi sempre per perdere se stessa.

Per anni, l’America evitò qualunque intervento militare diretto di grande scala — una vera e propria “dottrina del trauma”.

La lezione storica

Il Vietnam fu la prima guerra persa davanti alle telecamere, la prima guerra contestata dall’interno, la prima guerra senza senso chiaro né vittoria possibile.
E segnò la fine dell’illusione americana di “portare la libertà al mondo”.

Lo storico Stanley Karnow scrisse: “In Vietnam, l’America non fu sconfitta sul campo, ma nell’anima.”

E un ufficiale americano, anni dopo, confessò: “Abbiamo distrutto un villaggio per salvarlo. E alla fine, abbiamo distrutto anche noi stessi.”

Sintesi finale

I motivi dell’attacco USA al Vietnam si riassumono in tre cerchi concentrici:

  1. Ideologico: fermare il comunismo.
  2. Geopolitico: mantenere l’egemonia americana in Asia.
  3. Psicologico e interno: non apparire deboli, non perdere “onore”.

In realtà, come scrisse lo storico George Herring, “l’America non entrò in Vietnam per difendere la libertà, ma per difendere la propria immagine di potenza infallibile.”

Il Vietnam oggi

Il Vietnam oggi è un Paese unificato, e lo è dal 2 luglio 1976, quando dopo la caduta di Saigon (30 aprile 1975) il Vietnam del Nord e il Vietnam del Sud furono ufficialmente riuniti sotto un unico governo e un unico nome: Repubblica Socialista del Vietnam (Cộng hòa Xã hội chủ nghĩa Việt Nam).


La riunificazione

Dopo la vittoria militare del Nord, guidato dal Partito Comunista di Ho Chi Minh, Saigon fu ribattezzata Ho Chi Minh City in suo onore. La capitale politica rimase Hanoi, al Nord, mentre la città di Ho Chi Minh (l’ex Saigon) divenne il centro economico e commerciale del Sud.

Per i primi anni dopo il 1975, il Paese visse un periodo durissimo:

  • riforme agrarie forzate,
  • collettivizzazione delle imprese,
  • fuga di centinaia di migliaia di persone (i “boat people”).

La guerra aveva devastato il territorio, e la ricostruzione fu lenta e faticosa.

Dalla guerra alla riforma: la svolta del “Đổi Mới”

Nel 1986 il Partito Comunista introdusse il programma Đổi Mới (“rinnovamento”):
una serie di riforme economiche pragmatiche che aprirono gradualmente il Paese al mercato, pur mantenendo il controllo politico del partito unico.

In pratica, una via vietnamita al socialismo di mercato, simile a quella cinese:

  • agricoltura liberalizzata,
  • apertura agli investimenti stranieri,
  • nascita di un tessuto imprenditoriale privato,
  • riduzione della povertà e boom delle esportazioni.

Risultato: negli ultimi trent’anni il Vietnam è passato da Paese poverissimo a potenza manifatturiera regionale, tra i principali esportatori mondiali di riso, caffè, abbigliamento e componenti elettroniche.

La fotografia del Vietnam

  • Popolazione: circa 100 milioni di abitanti.
  • Sistema politico: monopartitico, guidato dal Partito Comunista del Vietnam (PCV).
    Non esistono partiti d’opposizione legali, ma la società è relativamente stabile.
  • Economia: in rapida crescita (PIL +5% medio annuo negli ultimi vent’anni).
    Molte multinazionali (Samsung, Intel, Apple) producono qui, delocalizzando dalla Cina.
  • Politica estera: equilibrio pragmatico tra USA, Cina e ASEAN. Ex nemico degli Stati Uniti, oggi è partner economico e strategico di Washington contro l’espansione cinese nel Mar Cinese Meridionale.

Il Vietnam è dunque politicamente unito, economicamente dinamico, ma ideologicamente controllato: una “unità sorvegliata”, diremmo, dove libertà politica e pluralismo restano limitati, ma la crescita economica e il miglioramento del tenore di vita hanno garantito consenso diffuso.

Il suo messaggio implicito è simile a quello della Cina: “Ti diamo stabilità, sviluppo e un futuro per i tuoi figli — in cambio della tua obbedienza politica.”

Il Vietnam ha vinto la guerra, ma ora combatte la sfida più sottile: vincere la pace, mantenendo equilibrio tra crescita e libertà, tra identità e apertura.

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