Tutto brucia!

Il solitario Kierkegaard ci aveva avvisato.

 Il filosofo danese Kierkegaard, che più di ogni altro ha indagato l’angoscia e la fede, immagina un episodio paradossale e tragico. Troviamo il riferimento in Aut-Aut (1843).

Proviamo ad immaginare la scena anche noi. In un teatro, durante la rappresentazione,  scoppia un incendio. Un buffone, un comico, si precipita in scena per avvertire il pubblico del pericolo. Ma gli spettatori credono che la sua sia una parte dello spettacolo: ridono, applaudono, pensano che stia recitando. Finché le fiamme li avvolgono davvero.

Kierkegaard commenta amaramente: “Così, penso, perirà il mondo: in mezzo alle risate e agli applausi degli spettatori.”

Il buffone è l’immagine dell’intellettuale, del  profeta, che, vedendo il pericolo, tenta di svegliare le coscienze. Ma il mondo, abituato all’intrattenimento e alla superficialità, scambia la verità per spettacolo, la serietà per ironia, la profezia per clownesca messinscena.

L’incendio rappresenta la catastrofe morale imminente, quella che nasce dall’indifferenza, dal conformismo e dal rifiuto della realtà. Il pubblico rappresenta la società compiaciuta, distratta, anestetizzata, che applaude anche la propria rovina perché non sa più distinguere il vero dal falso, il tragico dal comico.

Per Kierkegaard, è il destino delle epoche senza fede  autentica e senza interiorità: il tragico diventa un genere teatrale, non più una verità vissuta. La sua parabola denuncia il dominio dell’esteriorità e della follia collettiva che scambia la verità per uno spettacolo di cui ridere.

La figura del buffone, anche oggi, diventa così una metafora del giornalista, lo scrittore, lo studioso: vede l’incendio, parla, scrive, ma non viene creduto. Diventa il simbolo di chi dice la verità quando il mondo non vuole più sentirla.

Se invoca prudenza, dialogo, pietà, viene tacciato di “pacifismo ingenuo”, “filoputinismo”, “tradimento”. Si perpetua la dinamica del teatro di Kierkegaard: gli spettatori ridono finché le fiamme non li risvegliano. Forse troppo tardi.

È la profezia di una fine morale prima ancora che politica.

“Non per mancanza di conoscenza, ma per eccesso di compiacimento — così perirà l’Europa, ridendo delle proprie ceneri.”

Kierkegaard, il solitario dell’interiorità

Søren Aabye Kierkegaard (1813-1855) nacque e morì a Copenaghen.
Fu filosofo, teologo, poeta e pensatore esistenzialista ante litteram.
Visse una vita segnata dalla solitudine, da una religiosità profonda e tormentata, e da un’inquietudine che egli stesso definiva “la malattia mortale”: la disperazione dell’uomo che non riesce a essere se stesso davanti a Dio.

Tra le sue opere più importanti ricordiamo Aut-Aut (1843), Timore e tremore (1843), Il concetto dell’angoscia (1844), La malattia mortale (1849) e Postilla conclusiva non scientifica (1846). In esse Kierkegaard pone al centro l’individuo: la verità non è un sistema, ma una scelta vissuta. Non si trova nei dogmi né nelle masse, ma nella coscienza personale che decide tra fede e disperazione, autenticità e conformismo.

Per questo Kierkegaard è ancora terribilmente moderno: anticipa la critica alla società di massa, denuncia la malattia dell’opinione pubblica distratta e la riduzione della verità a spettacolo. Nella sua voce risuona un avvertimento sempre attuale:
quando il pensiero si fa rumore e la fede diventa scena, l’uomo smarrisce la propria interiorità.

Oggi, come nel teatro del suo racconto, i “buffoni” che avvertono del pericolo dell’incendio non mancano: sono gli spiriti liberi, gli intellettuali onesti, i resistenti morali che ancora parlano — e che pochi vogliono ascoltare.

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