L’ostracismo

La paura della verità e del dissenso

La parola ostracismo viene dal greco ὀστρακισμός (ostrakismós), da óstrakon, cocci di terracotta” o “conchiglia”. Nell’Atene democratica del V secolo a.C., i cittadini potevano scrivere su un coccio il nome di una persona che ritenevano pericolosa per la città. Se quel nome veniva inciso da almeno seimila votanti, la persona non era uccisa né privata dei beni, ma esiliata per dieci anni: doveva lasciare Atene per il bene della polis. Era, formalmente, uno strumento di difesa della democrazia: serviva a prevenire la nascita di tiranni o di figure troppo potenti. Ma già allora, sotto la patina della giustizia civica, si nascondeva la paura del dissenso. Spesso l’ostracismo colpiva uomini scomodi, visionari, o semplicemente troppo liberi: Aristide “il Giusto”, per esempio, fu ostracizzato perché la sua virtù divenne insopportabile agli occhi degli invidiosi.

Avrei potuto usare altri vocaboli.

Censura: la parola più diretta, ma oggi assume forme nuove. Non sempre si manifesta con il divieto esplicito: spesso agisce a monte, nella selezione di ciò che “non è opportuno dire”, o “non è utile al pubblico”. Non ti impediscono di parlare, ma ti tolgono il microfono, lo spazio, il contesto.

Delegittimazione: è la tecnica raffinata del potere contemporaneo. Non si attacca l’idea, ma la credibilità di chi la pronuncia. Si insinua il sospetto, si riduce il dissidente a figura “emotiva”, “complottista”, “inaffidabile”. È la stessa logica del tribunale morale medievale: non servono prove, basta una parola infamante per cancellare una reputazione.

Demonizzazione: è la fase successiva. Quando la critica non può più essere ignorata, si trasforma il critico in “nemico pubblico”. Nel linguaggio mediatico attuale: “filo-putiniano”, “antisemita”, “negazionista”, “sovranista”, “no-vax”. Etichette costruite per fermare il pensiero senza discuterlo. È un meccanismo antropologico antico: il gruppo si purifica eliminando il portatore dell’impurità.

Damnatio memoriae: riprende il latino antico: “condanna della memoria”. Nell’Impero romano si cancellava il nome e il volto dei traditori dai monumenti. Oggi avviene nello spazio digitale: spariscono articoli, interviste, archivi, account. È la cancellazione dolce e definitiva, che colpisce la memoria più che il corpo.

Silenziamento: termine contemporaneo, legato all’infosfera: to silence. È la strategia più perfida: non si vieta la parola, ma la si annega nel rumore, la si disconnette dagli algoritmi, la si seppellisce sotto mille altre voci. È l’equivalente moderno della solitudine forzata: sei tecnicamente libero, ma nessuno ti sente.

Intimidazione: quando la censura simbolica non basta, subentra la pressione diretta. Cause giudiziarie, ritorsioni economiche, licenziamenti, insulti, minacce. È la violenza fredda del potere, che non usa le armi ma le norme, le leggi, i codici disciplinari.

Inquisizione mediatica: espressione forte ma calzante. Indica il tribunale dell’opinione pubblica, in cui la colpa non è un atto, ma un’idea. È un teatro morale dove si cercano confessioni, scuse, abiure. Funziona come l’inquisizione: non per scoprire la verità, ma per consolidare il dogma.

Cancel culture: la forma più recente e globale. È l’ostracismo travestito da giustizia morale. Spesso nasce da buone intenzioni (sensibilità, inclusione), ma degenera quando trasforma la colpa in identità, e cancella invece di correggere. È la moralità algoritmica, dove la rete sostituisce il tribunale.

Cooptazione: infine, la tecnica più subdola. Anziché reprimere il dissenso, lo si ingloba, lo si addomestica. Si offre al critico un piccolo potere, un riconoscimento, un ruolo di “voce libera controllata”. È la versione moderna del proverbio latino: Divide et impera.”Molti spiriti liberi sono stati neutralizzati con gli onori pelosi.

Queste parole raccontano il ciclo completo del potere nei confronti del dissenso: prima ti ignorano, poi ti ridicolizzano, ti cancellano, ti inglobano. Il linguaggio contemporaneo ha perso le sfumature, ma conserva ancora i sintomi. Ogni volta che un pensatore, un giornalista o un artista viene isolato, umiliato o ridotto a caricatura, una di queste parole è all’opera.

Lo strumento del coccio era nato come idea raffinata per dare corso alla genuina volontà popolare, una linea diretta dal popolo all’azione penale, senza intermediazioni come indagini, prove, processi, tribunali e giudici. Oggi, che il vento è girato, la volontà popolare è quella del potente di turno che comanda uno Stato. Il trucco sta nel convincere una maggioranza (ben costruita) che è protetta, dalla parte giusta perché appoggia, si fida, crede nelle parole del Potente. Io sono Voi, Voi siete me. E voilà, les jeux sont faits.

Nel suo percorso semantico, ostracismo ha smesso di indicare l’esilio fisico ed è diventato metafora dell’esclusione morale o sociale. Significa mettere al bando, ridurre al silenzio, espellere dal discorso e dal diritto pubblico chi disturba l’ordine costituito.
L’ostracismo è la vendetta dello status quo contro la libertà. È la sanzione miracolosa che nelle società disturbate viene applicata contro chi esercita il diritto di dire una verità altra da contrapporre a quella ufficiale.

Gli esempi contemporanei

In Italia e nel mondo, l’ostracismo oggi colpisce chi mette in discussione il potere mediatico o geopolitico dominante.

In Italia i più recenti ed eclatanti:

  • Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano, è costantemente attaccato perché non accetta la narrazione bellica e non si piega al conformismo dei giornali “di sistema”.
  • Francesca Albanese, relatrice ONU per i diritti umani nei Territori Palestinesi, è oggetto di campagne diffamatorie e tentativi di delegittimazione perché denuncia le violazioni di Israele e difende il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.
  • Sigfrido Ranucci, con Report, subisce attacchi politici, economici e giudiziari per aver portato alla luce le contraddizioni del potere, economico e militare, italiano.
  • Gabriele Del Grande, Stefania Maurizi, Giulietto Chiesa, Fulvio Grimaldi, Alessandro Di Battista – voci diverse ma accomunate dal coraggio di infrangere i recinti narrativi, pagandone le conseguenze.

 I testimoni del giornalismo libero

  • Julian Assange – simbolo universale del giornalismo perseguitato. Con WikiLeaks ha rivelato crimini di guerra e pratiche illegali di governi occidentali. Vissuto oltre dieci anni in prigionia o in isolamento. Oggi libero ma con parecchi problemi. Non ultimo la salute compromessa. È l’Aristide del nostro tempo: punito non per aver mentito, ma per aver detto la verità sui potenti.
  • Edward Snowden – rifugiato in Russia dal 2013 dopo aver denunciato il sistema di sorveglianza globale della NSA. Ha mostrato che l’Occidente “libero” spia i suoi cittadini come facevano le dittature.
  • Chelsea Manning – soldatessa e informatrice, condannata per aver consegnato a WikiLeaks i documenti sulle guerre in Iraq e Afghanistan. Ha pagato con la prigione e la tortura psicologica.
  • Anna Politkovskaja – giornalista russa assassinata nel 2006 per aver denunciato la guerra in Cecenia e la corruzione del potere. È una martire della parola.
  • Shireen Abu Akleh – giornalista palestinese di Al Jazeera, uccisa da un cecchino israeliano nel 2022 mentre documentava un’operazione militare. La sua morte è stata insabbiata: l’ostracismo supremo è la cancellazione della verità dopo la morte.
  • Glenn Greenwald – giornalista statunitense che ha pubblicato i documenti di Snowden. Ha lasciato il suo stesso giornale, The Intercept, per pressioni politiche e censure.
  • Chris Hedges – giornalista e saggista statunitense, ex corrispondente del New York Times, licenziato per la sua opposizione alla guerra in Iraq. Oggi scrive su ScheerPost e Consortium News: una delle voci morali più alte del giornalismo contemporaneo.
  • John Pilger – australiano, scomparso nel 2024, per decenni voce scomoda contro l’imperialismo e la propaganda di guerra. Difese Assange fino all’ultimo respiro.

Gli intellettuali sotto silenzio

  • Noam Chomsky – oggi quasi centenario, ma da decenni emarginato dai grandi media americani. Ha denunciato il complesso militare-industriale, la manipolazione del linguaggio e la colonizzazione morale dell’Occidente.
  • Seymour Hersh – premio Pulitzer, autore delle inchieste sul massacro di My Lai e sulle torture di Abu Ghraib. È stato ostracizzato dai grandi giornali dopo aver rivelato le menzogne sul sabotaggio del Nord Stream e sulle guerre americane.
  • Norman Finkelstein – studioso ebreo figlio di sopravvissuti alla Shoah, ostracizzato dalle università americane per le sue critiche al sionismo politico e alla strumentalizzazione dell’Olocausto.
  • Ilan Pappé – storico israeliano, costretto a lasciare il suo Paese per aver denunciato la pulizia etnica del 1948. Vive in esilio accademico in Inghilterra.
  • Roger Waters – musicista dei Pink Floyd, criminalizzato per le sue posizioni contro la guerra e per la difesa della Palestina. Gli è stato negato il palco in molte città europee.
  • Tariq Ali – scrittore, storico e intellettuale britannico, voce critica dell’imperialismo. Spesso escluso dai circuiti mainstream per la sua indipendenza.

E molti molti altri. Tutti,  in forme diverse, incarnano il nuovo Aristide, il cittadino giusto diventato inviso perché “dice la verità troppo chiaramente”.

Ostracismo come termometro della libertà

La frequenza, assiduità, con cui in uno Stato si ricorre all’ostracismo misura il grado di paura che il potere ha della verità. E la sua debolezza. Dove la libertà è autentica, il dissenso viene ascoltato o accettato. Dove il potere teme la parola, costruisce cocci digitali per incidere nuovi nomi. Oggi quei nomi non sono più incisi sul fango, ma su Internet, nei talk show, nelle redazioni, nei social, nei tribunali mediatici. E chi li scrive non è il popolo sovrano, ma le oligarchie che controllano il discorso pubblico. L’ostracismo, che nacque come strumento per proteggere la democrazia, è divenuto il suo contrario: un’arma per soffocarla.
Per questo la parola va recuperata, spiegata, riscritta nella lingua del presente: “Non si mandano più gli uomini giusti in esilio: li si lascia vivere, ma si fa in modo che non possano più parlare, nuocere, che non vengano più ascoltati.”

È la nuova forma del silenzio imposto e improprio. Una volta con il manganello e olio di ricino. Dare spazio a chi resiste a questo silenzio — tutti i nomi ricordati e molti altri— significa fare storia della coscienza, non solo del potere.

Apro una parentesi. Il caso recente di Sigfrido Ranucci mi spinge a soffermarmi su un tema difficile. Per obiettività lo affronto: il valore del diritto e come applicarlo.

Occorre vigilare ed essere cauti sulla distinzione tra uso improprio del potere e legittima difesa della legalità. Non ogni sanzione o processo è persecuzione; non ogni limitazione è abuso. Ogni situazione deve essere valutata attentamente. Ci sono casi in cui la legge interviene giustamente. Il rischio, per chi osserva dall’esterno, è di leggere ogni atto punitivo come persecuzione. Ma la storia recente mostra che, nella grande maggioranza dei casi celebri — Assange, Ranucci, Francesca Albanese, Chiesa, Travaglio, Snowden — la sproporzione delle reazioni dimostra che i dubbi sono fondati.

Formalmente, gli strumenti che conosciamo dalle cronache— cause civili, querele, blocchi di conti, revoche di visti, interdizioni amministrative — appartengono alla sfera legittima dello Stato di diritto: ognuno di questi atti può essere legale.
Il problema non è lo strumento, ma l’uso selettivo e sproporzionato che se ne fa.
In teoria, le leggi servono a proteggere; in pratica, possono diventare armi asimmetriche, usate dai forti contro i deboli.

Quando un potere economico o politico dispone di risorse illimitate per avviare contenziosi, e il cittadino o il giornalista deve difendersi con mezzi modesti, la giustizia perde la sua equità. Si chiama lawfareuso della legge come arma di guerra politica. Non è un’invenzione complottista: giuristi internazionali la studiano da anni, documentando casi in cui processi o sanzioni servono non a ottenere verità, ma a dissuadere, intimidire, impoverire chi critica. Colpirne uno perché sia di monito per gli altri. Dunque: sul piano formale, lo strumento può essere legittimo; sul piano sostanziale, può diventare punizione senza colpa.

Proseguo con il mio ragionamento. La lezione dei “nuovi ostracizzati”

Questi nomi — vivi o morti, amati o odiati — hanno una cosa in comune: sono stati puniti non per i loro errori, ma per le loro verità. Oggi l’ostracismo non si esercita con la legge, ma con il silenzio, la denigrazione, la perdita di visibilità, l’isolamento economico, la querela e la richiesta di risarcimento danni pesantissima. Può essere una pena senza processo, una forma moderna di damnatio memoriae. Il loro destino ci ricorda che la libertà non è un diritto acquisito, ma un atto quotidiano di disobbedienza morale.

Accomuna questi nomi una riconosciuta capacità professionale. Sanno far bene il loro mestiere, sono preparati, instancabili, caparbi, coraggiosi, incorruttibili.

Tutte persone che danno tremendamente fastidio. Chi di loro fa giornalismo d’inchiesta entra presto nel mirino dei cecchini. Quali i motivi per cui vengono perseguitati? Raccontano storie, fatti, ricostruiscono avvenimenti basandosi su prove, testimonianze, documenti. Narrano quello che succede dietro, le trame nascoste, le finalità oscure, dimostrano perche il loro ragionamento regge. Danno risposte a interrogativi inquietanti. Sono quelli che toccano i simulacri del potere: li sfiorano e la menzogna trema. Svelano pratiche che appaiono fraudolente e, come segugi, seguono le piste, fino alle trame nascoste, ai ripostigli dove si accumulano ricchezze opache, ai meccanismi inventati per farla franca.

Altri hanno cercato di farci conoscere crimini e pratiche illegali, hanno aperto i nostri occhi nel mostrarci come siamo controllati, hanno denunciato corruzioni, hanno cercato di fare giornalismo vero documentando operazioni militari, si sono opposti alle guerre, si sono schierati contro l’imperialismo e la propaganda di guerra.

Altri hanno pagato per le proprie idee, per il fatto di essere indipendenti, per aver denunciato manipolazioni, menzogne, strumentalizzazioni. Per aver chiamato i fatti con il loro nome.

Quasi tutti hanno fatto o stanno facendo una vita difficile. Isolati, espulsi dai loro ambienti, impoveriti, minacciati, quasi mai processati o condannati per cavilli, limitati nei propri diritti e nella libertà personale senza nessuna colpa.

Per loro, tutti, scrivo queste righe. Voglio ricordare anche quelli che non ci sono più. In Sicilia ho visitato alcune loro tombe. Lo affermo con convinzione: non sono morti invano.

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