…sumūd è diventata una poesia collettiva, un modo di stare al mondo…
La parola sumūd appartiene a quelle che non si traducono, si respirano. In arabo significa restare fermi, ritti, saldi, quando il vento spinge alla fuga. È una parola che affonda nella radice ṣ-m-d, la stessa che nei poemi classici descriveva la montagna che resiste alle tempeste. Ma per i palestinesi, da più di settant’anni, sumūd non è solo una qualità del carattere o del paesaggio: è diventata una condizione ontologica, un modo d’essere. È la resistenza senza armi, il coraggio silenzioso di chi continua a vivere su una terra che altri vogliono cancellare.
Il termine ha avuto la sua rinascita dopo il 1948, la Nakba, la “catastrofe” che trasformò un popolo in diaspora. In quel momento sumūd cominciò a significare non arrendersi alla cancellazione. Era il contadino che tornava al proprio uliveto dopo che il confine lo aveva reciso, la madre che ricostruiva la casa demolita, lo studente che varcava ogni giorno i posti di blocco per arrivare a scuola. Restare, semplicemente, divenne un atto politico. Durante gli anni dell’occupazione israeliana, specialmente dopo il 1967, la parola divenne una bandiera silenziosa. Le autorità coloniali potevano confiscare la terra, ma non la capacità di restare. Sumūd era la forma quotidiana del diritto all’esistenza.
C’è una semantica profonda in questa parola: non è sinonimo di pazienza, che in arabo si dice ṣabr. Ṣabr è sopportare, aspettare; sumūd è scegliere di non piegarsi. È la forza di chi decide che la propria identità non è negoziabile, che la vita è testimonianza. Nella lingua di Darwish, di Fadwa Tuqan, di Samih al-Qasim, sumūd diventa un canto. Darwish scrive: “Sul suolo della mia patria pianto la mia tenda e attendo. Non perché spero, ma perché so che l’attesa è la mia forma di vittoria.” In un altro verso, quasi una preghiera laica, dice: “Noi non abbiamo miracoli, abbiamo solo la volontà di restare.” È la stessa idea che ritorna nelle canzoni popolari di Intifada, nei cori delle donne che ripetono come un mantra: “Restiamo, anche se il vento ci brucia il volto.”
L’esperienza coloniale ha trasformato sumūd in un linguaggio del corpo. Il colonialismo, che mira a sostituire la memoria del dominato con la narrazione del dominatore, trova in questa parola la sua sconfitta. Quando il potere impone l’esilio, sumūd è il ritorno. Quando demolisce una casa, sumūd è la ricostruzione. Quando cambia i nomi dei villaggi, sumūd è ricordarli e pronunciarli. È la forma palestinese di quella “resistenza dell’essere” che Fanon intuiva: restare se stessi quando tutto ti vuole altro. Nelle voci dei poeti palestinesi, sumūd diventa un ritmo, una cadenza di terra. Fadwa Tuqan scrive: “Rimango. Come la pietra rimane sul cuore della montagna.”
Sul piano filosofico sumūd è una delle più alte espressioni della libertà umana: non reagisce per distruggere, ma per conservare la propria umanità. È una libertà che non si afferma nel potere, ma nella fedeltà. L’occidente la chiamerebbe resilienza, ma sarebbe un impoverimento. La resilienza rimbalza, sumūd radica. È la virtù della radice, non del ritorno elastico. L’uomo del sumūd non sfugge al dolore, lo attraversa e lo fa diventare sostanza della memoria. Nella poesia di Samih al-Qasim, la radice è anche arma: “Mi hanno chiesto di arrendermi. Ho detto: mi arrendo alla mia radice.”
Nella cultura palestinese contemporanea, sumūd evoca la figura del contadino che rimane nella propria terra come in una liturgia. Evoca le madri di Gaza che mettono al mondo figli come atto di speranza, i pastori che pascolano tra i resti dei muri, i bambini che giocano a pallone accanto alle rovine. È una parola che trasforma il quotidiano in sacramento. La filosofia del sumūd è che l’esistenza, in certe condizioni, è già una forma di vittoria morale.
Nel mondo coloniale, dove il dominio cerca di definire chi sei, sumūd restituisce la voce. È la lingua del silenzio che non si lascia tradurre dal potere. Per questo i palestinesi la pronunciano come si pronuncia un nome sacro: piano, con la consapevolezza che contiene la propria storia. Quando la pronunciano, sentono la terra sotto i piedi. E la terra, in quella parola, risponde.
Così sumūd è diventata una poesia collettiva, un modo di stare al mondo. Non è un grido, è un respiro lungo. È la decisione di non scomparire, di mantenere la memoria e la dignità nel tempo della cancellazione. È l’eco di un popolo che non dice “vinceremo”, ma “saremo ancora qui domani”. In questo c’è una forza che nessuna arma può spezzare: la forza di chi ha fatto della vita stessa una forma di resistenza.
