Ho trovato un articolo/servizio di KAN (emittente pubblica israeliana) del 23 ottobre 25 che riporta i passaggi salienti, con citazioni testuali, di una riunione di gabinetto del Governo. Riferisco ciò che KAN rende pubblico sulla vicenda e che ho potuto leggere.
Nel corso di una riunione sulla applicazione del yellow line nella Striscia di Gaza, il vice Capo di Stato Maggiore ha spiegato: «Le forze aprono il fuoco su sospetti adulti che si avvicinano alla linea, ma non su “un bambino con un asino”»; il ministro della Sicurezza nazionale ha domandato: «Perché no?», e il ministro Dudi Amsalem si è chiesto: «Su chi sparare per primo?».
Mi spiego meglio, rileggo anch’io. Sono ancora incredulo.
Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha chiesto durante la riunione sul yellow line nella Striscia, oggi (giovedì): «Perché non sparare a un bambino con un asino?», in risposta alla dichiarazione del vice Capo di Stato Maggiore riguardo all’applicazione della linea: «Su un sospetto adulto noi spariamo; un bambino con un asino lo fermiamo».
Il ministro Dudi Amsalem (ministro per i Rapporti tra governo e Knesset) si è chiesto: «Su chi sparare per primo, sul bambino o sull’asino?». Il ministro della Difesa Israel Katz ha riassunto così: «Chi si avvicina alla recinzione deve sapere che potrebbe essere colpito».
L’articolo spiega cos’è il “yellow line” (linea a cui le forze israeliane sono arretrate nella fase iniziale dell’accordo con Hamas per consentire il rilascio degli ostaggi) e riassume la situazione militare/territoriale in varie aree della Striscia. (Descrizione sintetica di KAN nel pezzo).
Esprimo le mie considerazioni. Sono ammutolito.
Queste frasi, così come riportate da KAN, non sono solo un segno d’imbarbarimento del linguaggio politico: sono il riflesso di un processo più profondo e inquietante — la normalizzazione morale della disumanità. Quando un ministro dello Stato, durante una riunione di governo, pronuncia una battuta come «perché non sparare a un bambino con un asino?», e un collega rincara ironizzando «su chi sparare per primo?», non siamo più nel campo delle “espressioni infelici”: siamo davanti a un crollo di civiltà interiore, di quella barriera invisibile che separa l’uomo dalla belva feroce.
Parlare così di un bambino, non è solo un’offesa alla pietà, ma una violazione del principio di realtà. È il linguaggio che annulla la persona, riducendo l’essere umano a bersaglio, o addirittura a variabile semantica in un discorso sulla sicurezza.
Il bambino diventa un oggetto di scenario — come l’asino, come la recinzione — e l’atto di colpire diventa una questione tecnica. È l’astrazione del male, l’amministrazione dell’omicidio attraverso il linguaggio.
In termini storici, simili cadute linguistiche si sono sempre verificate nei momenti in cui il potere si disumanizza. Si comincia con le parole, e si finisce con i fatti: ogni genocidio è stato preceduto e accompagnato da una banalizzazione verbale del male.
Quando il linguaggio perde il suo limite morale, l’azione segue inevitabilmente.
Sul piano politico, la gravità non sta solo nella frase, ma nel silenzio istituzionale che l’ha seguita. Il ministro della Difesa si limita a dire: “Chi si avvicina alla recinzione deve sapere che potrebbe essere colpito”. Nessuno interrompe, nessuno si alza, nessuno si ribella. Il silenzio, in questo contesto, è consenso.
Sul piano simbolico, la scena è terribile: un bambino e un asino, due esseri innocenti, due vite umili, messe sullo stesso piano, diventano test di crudeltà. È l’antitesi esatta del “cuore che ascolta” di Salomone, della coscienza di Antigone, dell’umanesimo che dovrebbe essere fondamento di ogni Stato di diritto.
In questa frase — “Perché non sparare a un bambino con un asino?” — c’è la negazione stessa dell’idea di umano: è la parola che precede il colpo, l’omicidio.
Per questo l’articolo di KAN, nel suo linguaggio asciutto e giornalisticamente neutro, è in realtà una cronaca dell’abisso: un documento che andrebbe letto nelle scuole di etica politica come esempio di come la civiltà muore — non con un urlo, ma con una risata cinica in una stanza di governo.
Se la guerra spoglia gli uomini di ogni morale, è il linguaggio a dare il primo colpo di forbice. Qui, quel colpo è già avvenuto. E non si tratta solo di Israele o dei loro governanti: ogni volta che una democrazia tollera che il proprio linguaggio di potere diventi ironia sulla morte, la democrazia stessa è già in decomposizione.
E i cittadini, che avranno visto e sentito in televisione quelle immagini, hanno reagito, hanno taciuto? Perché?
Nessuna maestra, in una scuola dell’infanzia, all’asilo, ha insegnato, quando erano ancora bambini, ai generali e ministri, che non si uccidono ragazzini ed asini per gioco?
Avviso finale
Smentite/correzioni ufficiali: ad oggi (martedì 28 ottobre 2025), non ho trovato comunicazioni ufficiali di smentita o rettifica da parte dei ministri citati né rettifiche da parte di KAN; l’articolo rimane pubblicato e viene ripreso da più testate che attribuiscono la notizia a KAN/IPBC. (Esempi di riprese: The New Arab, Quds News Network, Palestine Chronicle). Naturalmente, se emergessero note formali dei diretti interessati, sarà corretto integrarle; al momento, però, la versione di KAN è confermata dalla persistenza della pubblicazione e dall’eco mediatica.
