Il meccanismo correntizio
All’inizio pensavo di cavarmela con meno. Un articolo doveva bastare. Poi, durante la strada, le domande, le riflessioni, il voler capire hanno preso la mano e così sono arrivato a quattro articoli. Durante il percorso ho anche capito che la “questione correntizia” era una di quelle più esposte, un nervo scoperto. Mi ci sono buttato dentro. Non sono un giurista, sono un manovale. Raccolgo, esamino, soppeso, cerco il prodotto migliore da proporvi. Se vi potrà essere d’aiuto ne sarò contento.
Le correnti della Magistratura: origine, evoluzione, crisi, possibili rimedi
Come e perché nascono
Le correnti non nascono come gruppi di potere, ma come movimenti culturali interni alla Magistratura, negli anni Cinquanta e Sessanta. Fino ad allora, i magistrati erano un corpo omogeneo, chiuso e conservatore, in gran parte legato alla cultura burocratica dello Stato monarchico e poi fascista. Dopo la Costituzione del 1948, si aprì una nuova stagione: serviva una Magistratura più consapevole del suo ruolo democratico. Le correnti nacquero dunque come laboratori di idee, non come fazioni.
Tre erano le principali origini:
• Magistratura Indipendente (MI): la più antica, nata nel 1945, di orientamento moderato e istituzionale.
• Magistratura Democratica (MD): nata nel 1964, di ispirazione progressista, vicina ai valori della sinistra costituzionale e dei diritti civili.
• Unità per la Costituzione (Unicost): sorta negli anni ’70 come area centrista, di equilibrio tra le due precedenti.
All’inizio, le correnti si confrontavano su temi nobili: il rapporto tra diritto e società, la rieducazione della pena, la tutela dei diritti, l’autonomia della giurisdizione.
In sostanza, erano correnti di pensiero, come esistono nei partiti o nelle università.
Quando e perché degenerano e vengono strumentalizzate
Il momento di svolta è negli anni Ottanta-Novanta, con due fattori decisivi che trasformano le correnti da luoghi di confronto culturale in spazi attraversati da dinamiche più complesse.
a) L’espansione del potere del CSM. Il Consiglio Superiore della Magistratura, istituito nel 1958, assume progressivamente un ruolo sempre più centrale nelle nomine, nei trasferimenti, nelle promozioni e nei procedimenti disciplinari.
Questa crescita di competenze, unita alla inevitabile scarsità di incarichi direttivi, rende più intensa la competizione interna tra le diverse sensibilità associative.
Le correnti, nate per elaborare idee e visioni della giustizia, iniziano così a misurarsi anche sul terreno del potere ordinamentale.
b) L’impatto politico di Mani Pulite. Le inchieste di Tangentopoli (1992-1994) proiettano la magistratura al centro della scena pubblica come mai prima.
La loro forte incidenza sulla vita politica del Paese modifica profondamente la percezione delle correnti, che da gruppi di pensiero diventano, agli occhi di molti, “partiti delle toghe”, con presunte affinità o ostilità verso campi politici precisi.
Questa percezione non nacque soltanto da dinamiche interne alla magistratura: fu alimentata, negli anni successivi, anche da settori della politica, dell’informazione e della società civile che guardavano con crescente diffidenza e preoccupazione all’impatto delle indagini sulla sfera pubblica.
Espressioni come “toghe rosse”, “giustizia politicizzata”, “magistratura militante” entrarono nel linguaggio pubblico con l’obiettivo, esplicito o implicito, di indebolire la credibilità di chi indagava sui poteri forti. Il risultato è una doppia erosione: da un lato la fisiologica competizione interna alle correnti si inasprisce per effetto del potere crescente del CSM; dall’altro, l’immagine della magistratura viene deformata e semplificata dall’esterno, trasformandola in bersaglio politico. Così, una struttura nata per rappresentare pluralismo culturale e sensibilità giuridiche diverse diventa progressivamente una categoria sospettata, accusata, semplificata, ostaggio di narrazioni che spesso rispondono più a logiche di scontro politico che a una lettura fedele della realtà.
Come funzionano oggi
Oggi le correnti continuano a esistere come associazioni di magistrati, con congressi, mozioni, programmi e propri rappresentanti eletti al CSM. Formalmente, non sono vietate: la libertà di associazione è garantita a ogni cittadino, anche ai magistrati.
Il problema è che, nella pratica, condizionano nomine e avanzamenti, perché le decisioni del CSM avvengono spesso lungo linee di appartenenza correntizia.
Negli ultimi anni, questa degenerazione è esplosa in situazioni molto pesanti:
- il “caso Palamara” (2019), emerso da intercettazioni disposte nell’ambito di un procedimento giudiziario, che hanno fatto conoscere tentativi di condizionamento delle nomine e dinamiche di scambio tra gruppi, così come ricostruite negli atti giudiziari e negli accertamenti disciplinari;
- Vi sono state dimissioni – e autosospensioni – di consiglieri del CSM coinvolti in vicende trasversali che hanno visto incontri tra togati, esponenti politici e magistrati in relazione alle nomine direttive. Le inchieste e le deliberazioni dell’ANM documentano queste dinamiche e indicano un problema di trasparenza nella gestione degli incarichi direttivi del CSM.
Sono fatti pubblici, verificati attraverso atti giudiziari, provvedimenti disciplinari, deliberazioni del CSM e ampiamente documentati dalla stampa nazionale.
È un problema insormontabile?
No, non lo è. Ma è serio e strutturale. Il rischio maggiore non è solo la spartizione dei posti, ma la perdita di fiducia del cittadino in un ordine giudiziario che dovrebbe apparire neutro. Molti magistrati, anche interni al sistema, ammettono che serve una profonda rigenerazione etica. Abolire le correnti non è possibile, perché significherebbe limitare la libertà associativa dei magistrati, tutelata come per ogni cittadino. La via non è “vietarle”, ma renderle trasparenti, controllabili e non determinanti.
Cosa dicono i sostenitori della riforma
Tra le ragioni addotte a sostegno della riforma, il tema delle correnti viene frequentemente richiamato: l’idea è che due CSM distinti possano ridurre il terreno di scambio e influenza nelle nomine. In realtà, non è detto che accada: la logica correntizia può riprodursi anche in organismi più piccoli. Ma il messaggio politico è forte: “dobbiamo disintossicare il sistema”, pare essere il concetto che si intende trasmettere.
Come affrontare il tema delle correnti in modo corretto
Per affrontare in forma metodologica corretta il tema delle correnti, a mio parere, è necessario separare ciò che è fisiologico da ciò che è patologico, distinguere i principi dai loro abusi e guardare alla Costituzione come bussola.
Due piani distinti
a) Il piano ideale.
Le correnti nascono come espressione di pluralismo culturale: interpretazioni diverse della giurisdizione, sensibilità costituzionali differenti, visioni del rapporto tra diritto e società. Questo pluralismo — sancito implicitamente dallo spazio di libertà associativa garantito a ogni cittadino — è legittimo e anche utile: fornisce al sistema giuridico un’ampiezza di prospettive simile a quella che esiste nei mondi accademici, nelle professioni e nella stessa vita democratica. In origine, infatti, le correnti erano luoghi di studio, riflessione e proposta, non comitati per le carriere.
b) Il piano degenerativo.
La degenerazione nasce quando il pluralismo culturale si trasforma in “potere correntizio”, cioè quando l’obiettivo non è più dibattere idee, ma intermediare nomine, promozioni e incarichi direttivi. A quel punto le correnti smettono di essere un valore e diventano un rischio: violano lo spirito dell’art. 104 della Costituzione, che vuole una magistratura autonoma e indipendente da ogni potere, compresi i poteri interni.
L’indipendenza, infatti, non è solo esterna (dalla politica), ma anche interna: dai condizionamenti, dalle pressioni, dalle cordate.
Non serve distruggerle: serve ripulire la funzione del CSM Abolire le correnti, lo abbiamo detto, è impossibile e contrario alla libertà associativa. Il punto non è eliminarle, ma evitare che controllino il cuore del sistema, ossia il CSM. Il Consiglio Superiore della Magistratura deve tornare alla sua missione originaria: essere garante imparziale dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati, non intermediario di appartenenze, né mercato di scambi tra gruppi. Oggi questa funzione è indebolita da criteri troppo discrezionali nelle nomine, logiche di scambio tra correnti, mancanza di trasparenza nelle motivazioni, potere eccessivo concentrato in poche mani, mandato lungo per alcuni incarichi direttivi che genera cordate. Ripristinare il ruolo originario del CSM significa colpire il problema alla radice, non intervenire sulla superficie.
Le soluzioni concrete esistono già. Ed è giusto dirlo apertamente: il mondo giuridico ha elaborato da anni riforme precise e attuabili.
Proposte sono pervenute da:
• Costituzionalisti (Zagrebelsky, Ainis, Cassese, Rescigno, Carlassare, Onida);
• ex membri del CSM (Davigo, Violante, Benedetti, Spataro, Cascini);
• l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) in più documenti ufficiali;
• Commissioni parlamentari bicamerali (in particolare la Commissione Luciani e la Commissione Scotti);
• la riforma Cartabia, che ha già introdotto alcuni correttivi, ma in misura insufficiente.
Esistono, quindi, diverse soluzioni interessanti e condivise da una parte significativa del mondo giuridico. Sono un terreno utile di discussione, a cui si affiancano nuove proposte che continuano a emergere.
Le correnti e la separazione delle carriere: quale legame?
La prima domanda da porsi è se quel legame sia reale o costruito. Che vi siano criticità è riconosciuto da tutti. Resta da capire se la separazione delle carriere possa davvero rappresentare una soluzione. Esaminiamo la questione.
L’argomento dei riformatori: “due CSM, meno potere”
Chi sostiene la riforma dice: se oggi le correnti dominano il CSM unico, basterà dividerlo in due — uno per i giudici, uno per i PM — per ridurre il terreno di scambio e di compromesso. Due organismi più piccoli, più specializzati, con meno possibilità di accordi trasversali. Inoltre, secondo i riformatori, il doppio CSM renderebbe più chiara la responsabilità: ciascun organo risponde della propria area, senza interferenze. In teoria, quindi, meno intrecci, più ordine. Questo è il punto su cui insistono Governo, Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, insieme a una parte dell’avvocatura (AIGA, Unione Camere Penali). È un messaggio semplice e forte: “separiamo per disintossicare”.
Ma la realtà è più complessa
Molti giuristi, anche non ostili alla riforma, osservano che l’equazione semplicistica (“Due CSM = meno potere delle correnti = giustizia più imparziale” ) è illusoria.
E spiegano perché:
a) Le correnti non scompaiono con la divisione. Anzi, possono duplicarsi: nasceranno correnti dei giudici e correnti dei PM, più piccole ma altrettanto agguerrite, perché gli interessi di potere rimarranno.
b) Il vero terreno fertile è il sistema delle nomine. Finché gli incarichi direttivi restano oggetto di scelta discrezionale, anche un CSM separato sarà esposto a pressioni, cordate e scambi. Il nodo non è la “unità” o “separazione”, ma il modo in cui si decide chi dirige gli uffici.
c) La magistratura vista come “corporazione difensiva”. Un aspetto importantissimo. È vero che la magistratura, negli ultimi decenni, ha sviluppato tratti che potrebbero sembrare corporativi. Ma è altrettanto vero che questi tratti sono nati anche per ragioni storiche e istituzionali:
- Abbiamo vissuto in Italia una fase politica caratterizzata da instabilità, trasformazioni rapide e una crescente crisi di fiducia nei partiti. Dagli anni ’90 in poi, i partiti si sono indeboliti, molti sono scomparsi, altri sono mutati rapidamente. In questo contesto instabile, la magistratura è diventata uno dei pochi corpi dello Stato dotati di continuità, memoria istituzionale e senso del dovere verso la legalità. Quando la politica perde autorevolezza, chi resta istituzionalmente solido tende — per forza di cose — a irrigidirsi.
- Il PM come “custode” della legalità in un Paese fragile. In Italia, più che altrove, il pubblico ministero è stato spesso costretto a intervenire dove lo Stato era o sembrava assente: lotta alla mafia, lotta alla corruzione, tutela dell’ambiente, sanità, appalti, sicurezza sul lavoro. Questa funzione di supplenza — fisiologica in un Paese che attraversava crisi profonde — ha prodotto due effetti: autorevolezza verso i cittadini e ostilità da parte di chi era oggetto delle indagini.
- Attacchi politici ricorrenti. Fin dagli anni ’90, una parte della politica — in forme diverse nel corso dei decenni — ha criticato duramente la magistratura, contribuendo a polarizzare il dibattito pubblico, con espressioni come “toghe rosse”, “golpe giudiziario”, “giustizia a orologeria”, “magistrati politicizzati”. Questa delegittimazione costante ha spinto il corpo giudiziario a sviluppare meccanismi difensivi e di coesione interna, come qualunque istituzione sotto assedio. E la chiusura, a sua volta, ha favorito la nascita di dinamiche simil corporative.
- Il bisogno di autodifesa dell’indipendenza. I magistrati, a differenza dei politici, non possono parlare liberamente. Non possono replicare a ogni attacco mediatico. Non possono salire sui palchi. L’unico strumento di autodifesa era — e in parte resta — l’autogoverno attraverso il CSM e le correnti.
È un meccanismo imperfetto, ma comprensibile: quando un potere è minacciato, tende a unirsi per difendere principi e autonomia.
Il punto decisivo su cui riflettere
Ciò che alcuni chiamano la corporazione è nata anche come barriera di protezione dello Stato, non solo di sé stessa. La magistratura italiana ha avuto un ruolo decisivo nella lotta alla mafia quando lo Stato arretrava, nella lotta alla corruzione quando la politica crollava, nella tutela della legalità quando le istituzioni erano in crisi.
In questo senso, chi la attacca come corporazione spesso dimentica (o finge di dimenticare) che molte volte è stata l’ultima trincea della Repubblica.
La magistratura è diventata in parte un corpo autonomo e fortemente coeso, è vero; ma lo è diventata anche per difendere lo Stato quando lo Stato era debole, e per difendere sé stessa quando veniva attaccata.
Non basta dividerla in due per risolvere il problema: anzi, si rischia di indebolire proprio quel presidio che, per decenni, ha garantito la legalità dove la politica non riusciva a farlo.
Ma allora la separazione delle carriere aiuta o indebolisce?
Ecco il nodo a mio parere: una magistratura divisa è una magistratura più fragile, più esposta alle pressioni politiche, meno capace di difendere l’autonomia del pubblico ministero, meno solidale al suo interno. I problemi si superano rendendo il sistema più trasparente, più responsabile, più equilibrato. La separazione rischia di ottenere l’effetto opposto: due “micro-corporazioni” invece di una — e più deboli.
Il discorso mi porta naturalmente a ritornare lì, da dove tutto nasce.
La logica Costituzionale.
La giurisdizione come funzione unitaria: perché la Costituzione non prevede due ordini separati.
Nella tradizione scolastica parliamo spesso di “tre poteri”, ma la Costituzione italiana adotta un’impostazione più attenta e più sobria. Non definisce la magistratura come un potere politico, alla pari del legislativo e dell’esecutivo; la chiama invece “ordine autonomo”, titolare della “funzione giurisdizionale”. Questa scelta non è casuale. I Padri Costituenti vollero evitare che amministrare la giustizia fosse percepito come un potere che compete o contratta con gli altri, e lo collocarono in una posizione diversa: autonoma, indipendente, non sottoposta ad alcuna influenza esterna. Da qui l’idea fondamentale che la giurisdizione sia una funzione unica, esercitata attraverso ruoli diversi — giudicanti e requirenti — ma appartenente allo stesso corpo istituzionale.
L’unità dell’ordine giudiziario risponde a tre esigenze. La prima è la protezione dall’ingerenza dei poteri politici: un corpo unico, compatto, con una cultura comune, è meno vulnerabile a pressioni esterne e più capace di difendere la propria indipendenza. La seconda è la condivisione della stessa etica professionale: giudice e pubblico ministero, pur svolgendo funzioni diverse, sono formati insieme, sottoposti alle stesse regole, responsabili dello stesso dovere di legalità. La terza è la coesione della giurisdizione: un servizio rivolto al cittadino, non un’arena fra poteri separati.
Per questi motivi la Costituzione consente, ma non promuove, la separazione delle carriere. La Corte costituzionale ha chiarito che una riforma in tal senso è possibile; non ha mai affermato che sia necessaria o opportuna. E infatti separare le carriere significherebbe modificare l’impianto originario: non più un ordine unico che esercita la funzione giurisdizionale, ma due ordini distinti, ciascuno con una propria cultura, una propria organizzazione e, inevitabilmente, una propria vulnerabilità.
La domanda vera, dunque, non è se si possa dividere, ma se sia prudente farlo. La giurisdizione, nella visione costituzionale, è una sola; la sua forza sta nell’unità, nella condivisione delle garanzie e nella capacità di parlare con una voce sola quando si tratta di difendere l’indipendenza della legge. In questo senso, più che separare ciò che è stato pensato come un unico corpo, occorre valorizzare ciò che rende la magistratura una funzione al servizio dei diritti, non un potere da contrapporre o da dividere.
Il sospetto, il dubbio di strumentalizzazione
A questo punto emerge un’altra dimensione della vicenda, quella della rappresentazione pubblica. Su alcuni fronti istituzionali e mediatici si è costruita un’immagine “moralizzatrice” delle correnti, in cui la riforma viene proposta come lo strumento per correggere un potere ritenuto auto-referenziale e talvolta degenerato. È una narrazione efficace, perché intercetta il sentimento di sfiducia diffuso nell’opinione pubblica. Molti analisti osservano, tuttavia, che il bersaglio non sono solo le correnti, ma l’equilibrio complessivo dei poteri. Dopo Tangentopoli e le grandi inchieste degli anni ’90 e 2000, una parte della magistratura è stata percepita come soggetto capace di incidere sugli assetti istituzionali. In questa prospettiva, la separazione delle carriere può essere letta come un tentativo di ridurre la compattezza interna delle toghe, indebolirne il peso collettivo, ricondurre l’ordine giudiziario entro una logica più gerarchica e meno autonoma. Ciò che viene presentato come scelta di “neutralità” istituzionale è visto da altri come un possibile ridimensionamento dell’indipendenza del pubblico ministero e, con essa, della funzione giurisdizionale nel suo insieme.
La lettura storica: quando la politica teme la magistratura
Negli anni Settanta e Ottanta le correnti avevano orientamenti culturali e politici riconoscibili, ma non erano percepite come minacciose. Il cambiamento avviene con le grandi inchieste sugli apparati di potere: mafia, terrorismo, corruzione, fino a Tangentopoli. Da allora, una magistratura unita — pur con divisioni interne — finisce per incidere, anche senza una volontà espressa, sugli equilibri pubblici.
È in quel momento che nasce un sospetto, un timore: per alcuni comprensibile, per altri sovradimensionato. L’idea che le correnti non rappresentino più un semplice pluralismo interno, ma una forma di intervento indiretto sulla vita politica, ha alimentato negli anni una percezione ambivalente e spesso semplificata. Una percezione che non è sorta spontaneamente: è stata favorita da narrazioni e letture interessate, che hanno contribuito a costruire un’opinione pubblica incline a vedere nelle toghe un potere esterno ai suoi confini costituzionali.
Su questa percezione — più che su dati strutturali — si è costruito gran parte del consenso per la separazione delle carriere. Ma una percezione, da sola, può davvero giustificare una riforma costituzionale che ridefinisce gli equilibri fra i poteri dello Stato?
Stiamo cambiando la Costituzione sulla base di una percezione costruita?
Cosa dicono i magistrati stessi
Dentro la magistratura il dibattito è vivace. Molti giovani magistrati — anche non legati a correnti — ammettono che qualcosa va cambiato, ma non condividono la logica punitiva. Molti dicono: “Non serve dividerci in due carriere, serve liberarci dal potere delle correnti.” Proposte interne più equilibrate includono: introdurre criteri di merito e rotazione per gli incarichi direttivi; rendere pubbliche e motivate tutte le decisioni del CSM; creare codici etici vincolanti e un sistema disciplinare davvero trasparente; abolire le liste correntizie nelle elezioni interne, lasciando spazio a candidature individuali. In altre parole, riformare dall’interno, non scardinare dall’alto.
Conclusione: punti importanti su cui riflettere.
Non serve smembrare la magistratura per risolvere il problema delle correnti.
Serve ripulire il CSM e rafforzare gli anticorpi del sistema. Le correnti non sono il “male assoluto” in sè, ma il sintomo di un sistema che ha perso trasparenza e rigore. Separare le carriere non risolve automaticamente il problema; può semmai spostarlo in due tronconi diversi. La vera cura passa da tre parole: merito, trasparenza, etica pubblica. Solo se questi tre pilastri vengono ricostruiti, le correnti torneranno a essere ciò che dovevano essere all’inizio: idee, non cordate.
Ciascuno di noi dovrà prendere una posizione, giustificata, documentata, razionale, etica. Spero di avere aiutato qualcuno a riflettere, ad avere qualche elemento in più per decidere.
Mi rimane dentro un pensiero che devo esternare prima di chiudere. È un ricordo storico che torna alla mente e mi fa pensare a come la storia faccia strani giri, lasciandomi perplesso.
Vi ricordate Licio Gelli e la P2?
La “separazione delle carriere” entra per la prima volta in scena in Italia dentro il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli, (redatto nel 1976 e scoperto nel 1981 insieme agli elenchi della P2), come parte di un disegno eversivo: non per rendere più efficiente la giustizia, ma per ridurre l’autonomia del pubblico ministero, ridisegnare il CSM e riportare la magistratura – unico potere davvero indipendente – sotto un controllo politico e para-politico. In quella fase la separazione è uno strumento per costruire una “democrazia governata”: esecutivo forte, magistratura più controllabile, informazione più centralizzata, partiti e opposizioni più deboli.
Negli anni successivi, dopo lo scandalo P2, l’idea resta a lungo un tabù, perché “contaminata” dalla sua origine. Dagli anni ’90 in poi, però, una parte del mondo politico, dottrinario e accademico la recupera in chiave diversa: non più come leva di un potere occulto, ma come possibile riforma dell’ordinamento, ispirata a modelli accusatori di altri Paesi. Studiosi, ministri, costituzionalisti e penalisti la discutono, la raffinano, la “bonificano”: oggi la separazione delle carriere è entrata a pieno titolo nel dibattito istituzionale, sostenuta da alcune forze politiche e criticata da altre, riconosciuta comunque come tema ammissibile ma delicato.
La lezione che dobbiamo trarre non è che “ogni separazione delle carriere è P2”, né il contrario – “il passato non conta più”. La lezione è più sottile: un’idea nata in un contesto eversivo può essere riformulata in modo democratico, ma non perde la sua genealogia di rischio. Per questo, ogni riforma che tocchi PM, CSM e struttura della magistratura va giudicata non solo per le intenzioni dichiarate (efficienza, terzietà, modernizzazione), ma per i suoi effetti reali su tre punti: indipendenza del pubblico ministero, equilibrio tra i poteri, capacità della giurisdizione di resistere a pressioni esterne.
In altre parole: non è vietato discutere di separazione delle carriere; è vietato farlo senza memoria storica. La vicenda P2 ci ricorda che le democrazie non vengono svuotate da un solo atto clamoroso, ma da una serie di piccoli spostamenti che indeboliscono i contrappesi. Il compito del cittadino oggi non è gridare al complotto, ma esercitare una vigilanza lucida: riconoscere i fili rossi di tendenza, pretendere garanzie forti e non accettare che riforme strutturali della giustizia passino come semplici operazioni tecniche. Questa è, in fondo, la vera eredità della Commissione Anselmi e della memoria della P2.
Se avrete tempo e voglia, approfondite anche Voi questo tema.
Un ultimo pensiero per meditare.
“La giustizia non deve solo essere fatta: deve essere vista.”
(Piero Calamandrei)
Abbiamo parlato di problemi legati alla Giustizia e non solo. Ci riguardano tutti, oggi, subito. Non basta cambiare organigrammi, sigle, assetti. Serve restituire alla giustizia la sua credibilità morale, la sua trasparenza, la sua distanza dai poteri, la sua vicinanza ai cittadini. Il lavoro fatto in questi quattro articoli nasce da uno spirito semplice e caparbio: capire prima di giudicare, ascoltare tutte le voci, riconoscere i problemi veri, distinguere ciò che serve al Paese da ciò che serve alla “politica”. Avere la memoria vigile. La Repubblica non si difende dividendo, ma rafforzando ciò che la protegge: il rispetto della legge, la dignità delle istituzioni, la fiducia dei cittadini. E questa fiducia non si conquista con una riforma, ma con un’etica. Con un servizio. Con una giustizia che, come voleva Calamandrei, sia davvero “visibile” nella sua correttezza, nella sua equità, nella sua onestà. Un Paese che ha istituzioni forti non ha bisogno di semplificazioni. Ha bisogno di verità. E la verità — la nostra Costituzione ce lo insegna — non è proprietà di nessuno: è un cammino comune.