Il caso Ucraina
Ieri ho visto un filmato pubblicato dal sito del Vaticano. La scena è Castel Gandolfo, il Papa Leone, frettoloso, che si fa largo attorniato da giornalisti, si sentono domande secche e una risposta lapidaria: “la Nato non ha cominciato nessuna guerra”. Questo è. La dichiarazione è del 16 settembre.
Parole che subito richiamano alla mente quelle pronunciate da Papa Francesco che, parlando della Nato, diceva che aveva ”abbaiato alle porte della Russia”. (Le parole di Papa Francesco su “la NATO che abbaia alle porte della Russia” risalgono a un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 3 maggio 2022. In quell’intervista il Papa disse che “l’abbaiare della NATO alle porte della Russia” poteva aver facilitato (ma non necessariamente provocato) la reazione russa nell’invasione dell’Ucraina.)
Due sensibilità diverse, due pareri non proprio simili.
Tutto questo per fermarci a riflettere su un argomento complicato: quando nascono le guerre? E come?
Un argomento attuale, tanto che ne ha parlato pochi giorni fa lo storico Alessandro Barbero, dialogando con Marco Travaglio alla Festa del Fatto Quotidiano. Il filmato con la registrazione si trova su YouTube. Molto interessante a mio parere con tanto da imparare.
Sul caso Ucraina, chiamata guerra o “operazione militare speciale”, abbiamo fiumi di discorsi, libri, articoli che raccontano gli avvenimenti dal 24 febbraio 2022 o da molto prima. Due sono le possibilità infatti, o partire dal 22 o andare indietro e scoprire antefatti non sempre ampiamente conosciuti.
Io, con il dovuto rispetto per storici, studiosi, esperti in materia, penso che sia bene fare ricerca e individuare quale percorso hanno seguito gli avvenimenti fino ad arrivare al soldato o al colpo di cannone che sono arrivati al di la del confine ucraino.
Senza una tesi preconcetta da dimostrare, solo per una conoscenza più completa che permetta di arrivare a giudizi più consapevoli.
Quindi mi sono arrangiato iniziando a scavare con wikipedia e altre fonti disponibili, scegliendo siti ed autori ritenuti indipendenti, autorevoli, credibili.
Le guerre non cominciano da un giorno all’altro
C’è un equivoco diffuso quando si parla di guerre: l’idea che esse scoppino all’improvviso, come se balenasse un fulmine da un giorno all’altro. In realtà, la guerra è quasi sempre la conseguenza di una lunga gestazione, una spirale fatta di paure, incomprensioni, ingordigie, errori, provocazioni, mancate intese. È come un terreno che si inaridisce lentamente: si accumulano crepe, accumuli di foglie ed erba secca, e alla fine basta una scintilla per scatenare l’incendio. Capire il conflitto russo-ucraino significa allora ricostruire i molti passaggi storici che lo hanno preceduto, senza indulgere a versioni propagandistiche, ma seguendo pazienti il filo dei fatti.
Subito dopo la Seconda guerra mondiale, le grandi potenze si spartirono l’Europa in sfere di influenza. A Yalta, nel febbraio 1945, si parlò di “Europa liberata”, ma la realtà la decise la geografia delle armate: dove erano arrivati i sovietici sorsero regimi comunisti, dove c’erano gli angloamericani nacquero democrazie legate all’Occidente. Pochi mesi dopo Churchill denunciò la “cortina di ferro” e nel 1947 gli Stati Uniti lanciarono la Dottrina Truman, cioè il contenimento dell’Unione Sovietica. Da Alleati ci si trovò nemici. Nacquero così due blocchi contrapposti: la NATO (1949) e, in risposta, il Patto di Varsavia (1955). La cosiddetta Guerra fredda non fu solo uno scontro ideologico: fu soprattutto la divisione rigida del continente, con un sistema di alleanze militari che trasformava ogni crisi locale in una sfida globale.
Quando il muro di Berlino cadde nel 1989, sembrò che la contrapposizione si fosse dissolta. In realtà, proprio da lì iniziò una nuova fase. La Russia sostiene che, nel 1990, durante i negoziati sulla riunificazione tedesca, i leader occidentali promisero di non allargare la NATO “di un pollice verso est”. Alcuni documenti d’archivio mostrano che simili parole furono effettivamente pronunciate, ma non esiste alcun trattato scritto. Per Mosca, quelle frasi costituivano un impegno politico tradito; per l’Occidente erano legate solo al caso tedesco, non a un divieto permanente. Sta di fatto che dal 1999 in poi la NATO si è allargata fino a comprendere gli ex Paesi del Patto di Varsavia e perfino le repubbliche baltiche, ex sovietiche, arrivando ai confini della Russia. Per Washington e Bruxelles si trattava di paesi liberi che sceglievano liberamente la propria alleanza; per il Cremlino fu invece un lento ma inesorabile invasivo accerchiamento.
In questo quadro si inserisce anche l’erosione dei grandi trattati che regolavano l’equilibrio nucleare. Il Trattato ABM (Anti-Ballistic Missile), firmato nel 1972, limitava i sistemi di difesa antimissile per mantenere la logica della deterrenza; gli Stati Uniti vi si ritirarono nel 2002, sostenendo di dover fronteggiare minacce da “stati canaglia”. Il Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces), del 1987, aveva eliminato i missili nucleari a raggio intermedio dall’Europa: nel 2019 venne abbandonato dopo reciproche accuse di violazioni tra Washington e Mosca. Infine, il Trattato CFE (Conventional Armed Forces in Europe), firmato nel 1990 per limitare carri armati, artiglieria e forze convenzionali sul continente, fu prima sospeso dalla Russia nel 2007 e poi definitivamente abbandonato. L’effetto di questi strappi fu la perdita graduale di meccanismi di fiducia reciproca: un sistema che, seppur imperfetto, aveva tenuto sotto controllo l’escalation per decenni.
A questa cornice di diffidenza strategica si aggiunsero i drammi interni all’Ucraina. Nel 2014, dopo le proteste di piazza Maidan e la fuga del presidente Yanukovyč, il parlamento tentò di cancellare la legge che riconosceva il russo come lingua regionale: la mossa fu poi bloccata, ma innescò un forte risentimento nelle regioni orientali. Nello stesso anno la Russia occupò la Crimea e organizzò un referendum non riconosciuto dalla comunità internazionale, che l’ONU giudicò illegittimo. Nacque così il conflitto nel Donbas, con gruppi separatisti sostenuti da Mosca e un esercito ucraino determinato a riprendere il controllo: dal 2014 al 2021 si contarono migliaia di morti e violazioni dei diritti da entrambe le parti, registrate da OSCE e Nazioni Unite.
Il 2 maggio 2014 un episodio terribile segnò profondamente la memoria russa e filorussa: l’incendio della Casa dei Sindacati a Odessa, durante scontri di piazza, provocò 48 vittime. Il Consiglio d’Europa denunciò l’inadeguatezza delle indagini ucraine, alimentando la percezione di impunità. Fu uno dei momenti più sanguinosi e divisivi della crisi.
Per fermare l’escalation si tentarono gli accordi di Minsk (2014 e 2015), che prevedevano cessate-il-fuoco, riforme costituzionali e uno status speciale per il Donbas. Mi soffermo a parlarne.
Minsk: la pace mancata
Ci sono pagine della storia recente che oggi sembrano lontane, quasi dimenticate, ma che spiegano molto di ciò che stiamo vivendo. Gli accordi di Minsk, firmati nel 2014 e nel 2015, furono questo: un tentativo, imperfetto e fragile, di fermare la guerra nel Donbass, quando ancora la guerra su vasta scala del 2022 non era nemmeno immaginabile.
Il primo accordo, chiamato Minsk I, nacque dopo le sanguinose battaglie dell’estate 2014. L’Ucraina stava perdendo terreno, la Russia sosteneva i separatisti armati nell’est e l’Europa, con Francia e Germania, cercava disperatamente di mediare. Quel testo conteneva dodici punti: cessate il fuoco, scambio di prigionieri, un “status speciale” per le zone ribelli, e la presenza di osservatori OSCE per verificare. Firmarono rappresentanti di Kiev, Mosca, delle repubbliche separatiste e dell’OSCE.
Ma Minsk I durò poco: già a settembre lo scontro riprese, e a inizio 2015 si combatteva ancora duramente. Così, sotto la pressione della battaglia di Debaltseve, si arrivò a Minsk II. Questa volta i leader di Russia, Ucraina, Francia e Germania restarono chiusi in una stanza per tutta la notte: alla fine uscirono con un “pacchetto di misure” più dettagliato. I punti principali erano: ritiro delle armi pesanti, elezioni locali sotto legge ucraina e standard OSCE, amnistia per i combattenti, ritiro delle truppe straniere, e soprattutto la promessa che l’Ucraina avrebbe ripreso il controllo del confine con la Russia, ma solo dopo quelle elezioni.
Sulla carta sembrava un percorso. In realtà, era una tela fragile, tessuta con ambiguità. Per Kiev la priorità era la sicurezza prima di tutto: smettere di sparare, togliere le armi e i soldati stranieri, e solo dopo discutere di politica. Per Mosca era l’opposto: prima la politica, cioè riconoscere un’autonomia al Donbass e accettare le elezioni, e solo dopo restituire il confine. Questa contrapposizione — sicurezza o politica prima? — fu il nodo mai sciolto.
Gli osservatori dell’OSCE, incaricati di controllare sul campo, denunciarono per anni violazioni da entrambe le parti: armi che restavano al fronte, droni disturbati, accessi negati ai villaggi. Kiev non accettava di votare in territori ancora occupati da milizie armate. Mosca non ritirava davvero uomini e mezzi, nonostante lo avesse firmato. Così ogni parte accusava l’altra di non rispettare i patti.
A livello legale, però, c’è un punto fermo: la comunità internazionale, con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU, aveva approvato Minsk II riconoscendo la sovranità e l’integrità dell’Ucraina. E in quel testo c’era scritto chiaramente che le forze straniere dovevano andarsene e che il confine doveva tornare a Kiev.
Per anni si cercò di rianimare quell’accordo: con nuovi incontri, nuove formule (come la “Formula Steinmeier”), qualche tregua più rispettata, qualche barlume di speranza. Ma tutto rimase sospeso. Fino al 21 febbraio 2022, quando la Russia riconobbe ufficialmente le repubbliche separatiste, e tre giorni dopo lanciò l’invasione. Con quel gesto, gli accordi di Minsk furono stracciati per sempre.
Chi ha avuto ragione? Nessuno, se guardiamo al compromesso che non ha mai funzionato. Entrambi hanno mentito, entrambi hanno violato. Sta di fatto che la Russia ha scelto la via della forza, in violazione della Carta dell’ONU.
Minsk resta oggi come un avvertimento: senza chiarezza, senza fiducia reciproca, e con ambiguità volute per guadagnare tempo, nessun accordo di pace regge. È stato il copione di una tregua fragile, consumata mentre la guerra covava sotto la cenere.
E alla fine, il vero nodo fu proprio questo: le due parti non si fidavano l’una dell’altra. Kiev temeva che concedere autonomia significasse perdere per sempre il Donbass; Mosca non credeva che l’Ucraina avrebbe mai rispettato lo “status speciale” senza prima essere costretta con le armi. Nessuna delle due volle davvero riconoscere le preoccupazioni primarie dell’altra.
Ma senza fiducia reciproca non esistono accordi che possano durare. Minsk non è fallito solo per le violazioni o per la violenza del campo di battaglia: è fallito perché, più a fondo, mancava il cemento invisibile che tiene in piedi ogni patto di pace — la convinzione che anche l’altro, in fondo, voglia davvero la pace.
Alla vigilia della guerra aperta, la Russia presentò agli Stati Uniti e alla NATO due bozze di trattati (dicembre 2021): chiedeva garanzie scritte che l’Alleanza non si sarebbe allargata ulteriormente, in particolare all’Ucraina; domandava anche il ritiro di infrastrutture militari dai paesi entrati dopo il 1997 e limiti alle esercitazioni vicino ai propri confini. Washington e Bruxelles rifiutarono l’idea di un veto russo sulle alleanze, ma si dissero pronte a discutere misure di trasparenza e controllo delle armi. Pochi mesi dopo, a fine marzo 2022, grazie alla mediazione turca, a Istanbul sembrò aprirsi uno spiraglio: i negoziatori discussero un’Ucraina neutrale (niente NATO, niente basi straniere), con garanzie di sicurezza internazionali e uno status da definire per la Crimea dopo dieci o quindici anni. Ma l’orrore di Bucha e la radicalizzazione delle posizioni fecero crollare il tavolo. Da quel momento la guerra divenne sempre più totale.
Resta la domanda di fondo: cosa chiedeva davvero la Russia? Al di là della retorica, insisteva su un principio che chiama “indivisibilità della sicurezza”: nessuno dovrebbe rafforzare la propria sicurezza a spese di altri. Tradotto in pratica, questo significava per il Cremlino che l’Ucraina non dovesse mai diventare parte della NATO e che i confini russi non fossero circondati da basi occidentali. Dall’altra parte, l’Ucraina rivendicava la propria sovranità e il diritto a scegliere liberamente le proprie alleanze, soprattutto dopo l’esperienza della Crimea e del Donbas. E per molti governi europei e statunitensi, l’Ucraina è diventata il simbolo di una regola fondamentale: i confini non si cambiano con la forza.
Alla luce di tutto questo, si vede che la guerra non è stata un fulmine a ciel sereno, ma il prodotto di una lunga catena di eventi. Dire che non esiste un “interruttore” significa proprio questo: nessuno schiaccia un bottone all’improvviso, ma una serie di fili si intreccia fino a produrre la scintilla. C’è un punto su cui serve massima chiarezza e pragmatismo: ogni conflitto è l’esito di mediazioni mancate, di tavoli diplomatici saltati, di trattati traditi, di paure reciproche mai risolte, di piccoli passi che accumulano tensione invece di scioglierla. Anche gli aspetti caratteriali dei leader delle nazioni hanno il loro peso, e aggiungi i vantaggi politici interni che si ottengono nel convincere le masse che c’è un nemico, il collante propagandistico della necessità di entrare in guerra. La storia ci insegna che, se manca la ragionevolezza di fermarsi a discutere con spirito di pace, si entra in un vortice da cui diventa sempre più difficile uscire. E allora la domanda che resta aperta non è soltanto chi ha cominciato, ma come mai — davanti a tanti segnali — nessuno ha trovato la forza di fermarsi prima.
Scritto del 19set25