Parlo di fatti che mi hanno colpito. Ho cercato di informarmi con fonti che ritengo autorevoli. Non emetto giudizi né sentenze. Ognuno dei lettori ricerchi più informazioni sui suoi canali preferiti e si formi una propria idea dell’accaduto e del significato degli accadimenti. Qui esprimerò il mio pensiero, con umiltà, con sofferenza morale.
Ci sono episodi che, anche se accadono in un cortile, parlano al cuore di un’intera nazione. Il 2 ottobre, nel liceo artistico Caravillani di Roma, alcuni studenti riuniti per un’assemblea avevano intonato lo slogan “Free Palestine”. Un gesto pacifico, nel pieno diritto di parola che ogni scuola dovrebbe custodire come un bene sacro. Ma quel giorno la libertà è stata interrotta con la forza.
Stando ai fatti come narrati nelle cronache, dalla sinagoga adiacente, il Tempio Beth Michael, un gruppo di adulti è uscito invadendo gli spazi scolastici. Le testimonianze, convergenti e numerose, parlano di aggressioni fisiche e verbali contro studenti e docenti, molti dei quali minorenni. Le ragazze insultate, i ragazzi strattonati, i professori presi a male parole e spintoni. È dovuta intervenire la polizia; alcune ambulanze hanno portato via i feriti. Un quadro che, se confermato nei suoi contorni, descrive non solo un reato ma una ferita morale profonda.
Fra i presenti è stato riconosciuto Riccardo Pacifici, ex presidente della Comunità Ebraica di Roma, che ha espresso “costernazione” per l’accaduto ma ha subito attribuito la responsabilità a “professori sobillatori” e alle “fake news su Gaza”. Parole che hanno pesato come pietre: invece di chiedere perdono senza riserve, si è cercato di spostare il baricentro della colpa su chi educa a pensare. A mio parere è il vecchio meccanismo del capro espiatorio: colpire chi invita alla coscienza critica per salvare le apparenze di una comunità.
La preside, Gioconda Martucci, ha confermato che la scuola ha consegnato i filmati alle autorità e che tutto è stato riferito alle forze dell’ordine. Nelle settimane successive, la vigilanza è stata rafforzata all’esterno del liceo e della vicina sinagoga; si è svolta una telefonata tra la dirigente e il presidente della Comunità Ebraica, Victor Fadlun, che ha espresso “rammarico” per quanto accaduto, definendo l’episodio “isolato”. Si parla di un incontro per “stemperare la tensione”. Tutti gesti apprezzabili, ma ancora insufficienti, a mio parere. La verità giudiziaria farà il suo corso, ma la verità morale non può attendere le carte bollate.
Il ministro Valditara, solitamente sollecito a intervenire quando si tratta di studenti “ribelli”, ha emesso una dichiarazione che io considero tardiva e anodina, invitando genericamente al “dialogo e rispetto reciproci”. Nessuna parola di ferma condanna, nessun segno di empatia verso i ragazzi feriti. Come se la gravità dell’accaduto cambiasse a seconda di chi colpisce e di chi viene colpito. È questo il segno più inquietante: la perdita della misura morale.
Oggi, a distanza di giorni, la stampa nazionale continua a trattare il fatto con timidezza. Qualche articolo, qualche trafiletto, nessuna apertura nei telegiornali. La sproporzione mediatica parla da sola. È lo stesso meccanismo che da anni avvelena la coscienza pubblica: la condanna morale diventa selettiva, la compassione intermittente, la libertà d’espressione condizionata dal contesto. Se l’aggressione fosse avvenuta in direzione opposta — studenti che escono da scuola e picchiano fedeli ebrei — la notizia avrebbe scosso il Paese. Ma quando accade il contrario, la macchina del silenzio si mette in moto.
Eppure, il punto non è schierarsi, ma riconoscere. La violenza deve essere sempre evitata, da chiunque provenga, e ancor più in un luogo educativo. Una scuola è un santuario laico, dove il pensiero si forma e la parola è l’unico strumento di confronto. Portare dentro quelle mura un gesto di violenza equivale a profanare la coscienza civile. Chiunque lo abbia compiuto deve chiedere perdono — non solo per le mani alzate, ma per l’esempio dato. Perché in una società che chiude gli occhi davanti allo squadrismo, perfino quello travestito da zelo religioso o ideologico, la prossima vittima sarà sempre la libertà.
Il caso del Caravillani non è un episodio isolato. È uno specchio in cui vediamo riflessa la nostra fatica a vivere la democrazia come coerenza, non come etichetta. È il segno di un mondo in cui le memorie del dolore diventano talvolta scudi d’impunità, e il diritto alla difesa di sé si confonde con il diritto di colpire l’altro.
Ma una società matura si giudica da come reagisce quando la violenza tocca i più giovani, e da quanto è capace di guardare in faccia la propria ipocrisia. La speranza è che questo episodio non venga archiviato in fretta. Che si indaghi, che si punisca, ma soprattutto che si impari. E che chi ha sbagliato, qualunque sia la sua appartenenza, trovi il coraggio di dire semplicemente: ho sbagliato, chiedo perdono.
Solo così potremo tornare a credere che una scuola non sia un campo di battaglia, ma un luogo dove le parole – non i pugni – costruiscono il mondo.
Sigillo DOVERCI
Denominazione di Origine della Verità Civile
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