«Come gregge condotto alla macellazione, non c’è chi li difenda» — (Salmo 44,23)
Oggi prendo spunto da un articolo letto sul Sole 24 Ore del 21 ottobre 25 scritto da Roberto Bongiorni. Vi consiglio di leggerlo. Racconta la guerra degli ulivi in Cisgiordania. La chiama così perché davvero di guerra si tratta: non fra eserciti, ma contro la vita, la natura, per distruggere un’economia. È una guerra senza bombe, agricola, quotidiana. I coloni estremisti israeliani, sempre armati, protetti e ignorati dall’esercito, devastano le piantagioni dei contadini palestinesi, tagliano alberi secolari, rubano raccolti, incendiano la terra. Non so come chiamare questo comportamento, uso la parola malvagità: i coloni di notte avvelenano le radici delle piante, segano i rami, sradicano con bulldozer. Non si fermano nemmeno davanti a giovani attivisti, volontari, accorsi per difendere le piante, offrendosi come scudi umani. E l’esercito guarda o li arresta e poi vengono espulsi . A volte interviene, ma mai per difendere chi subisce. Il risultato è sempre lo stesso: l’olivo distrutto, l’uomo umiliato, la speranza cancellata, il poco guadagno di un’annata cancellato.
Che cosa può spingere un essere umano a tagliare un albero che non gli appartiene, a bruciare le piante di un campo che dà pane a un altro uomo, a colpire un contadino disarmato? Da quale sorgente oscura nasce questa ferocia che non ha più scopo se non quello di negare l’esistenza dell’altro, di impedirgli di vivere? Non è guerra, non è difesa, non è fede. È un vuoto che divora la coscienza.
Governanti, politici, generali, rabbini, professori, giudici, intellettuali, tutti lasciano fare, non intervengono, si girano dall’altra parte, o forse, peggio, appoggiano, incitano, spingono. Cosa vi hanno fatto di male le povere famiglie di Palestinesi che chiedono solo di poter raccogliere le poche olive rimaste e vivere nella propria casa, sulla propria terra?
Dite di agire per difendervi, per paura, perché è vostro diritto. Nessuna pietà e misericordia nel vostro cuore? Nessun ricordo di quello che è capitato anche a voi, ai vostri genitori e nonni? Solo l’odio è diventato il vostro principio guida?
Si può uccidere un albero, ma non la sua memoria, la sua storia secolare. L’olivo reciso ricresce, come la dignità di chi non si piega. Ogni ramo che germoglia è una domanda che nessuna propaganda potrà mai cancellare: che diritto ha un popolo di soffocare un altro in nome della propria sicurezza, per accaparrarsi un altro pezzo di terra, per costringerlo ad abbandonare la sua terra e la sua casa?
Il male non esplode, sempre e subito, in un atto di violenza. Spesso cammina in silenzio, protetto da divise, giustificato da leggi, benedetto da chi dovrebbe condannarlo. Nasce quando si smette di vedere l’altro come un essere umano. Quando si crede che la propria vita valga più della vita altrui.
In Cisgiordania oggi si uccidono alberi, ma si sta uccidendo qualcosa di più grande: la possibilità stessa della convivenza. E allora bisogna domandarsi: fino a che punto un popolo può sopravvivere al dolore di essere cancellato? E fino a che punto un altro popolo può sopravvivere alla colpa di averlo cancellato?
Ogni ulivo tagliato è una preghiera spezzata. Ogni silenzio complice è un seme di futuro malato. E forse, un giorno, quando non ci sarà più nessuno da odiare, resteranno solo i tronchi anneriti a ricordarci che anche la civiltà, come un albero, può morire d’arroganza.
Oggi i Palestinesi hanno ancora la forza di osservare una regola non scritta: convivere con i soprusi, ma resistere. Come da secoli fanno.

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