La filoxenìa come politica: l’accoglienza diventa rinascita territoriale
Nel tratto ionico della Calabria meridionale, nell’area metropolitana di Reggio Calabria, Camini era uno dei tanti paesi dell’entroterra destinati allo svuotamento: case chiuse, servizi interrotti, giovani emigrati al Nord o all’estero. Una storia già vista in centinaia di borghi italiani.
Eppure, qui è accaduto qualcosa di diverso. Non un miracolo, non una narrazione consolatoria, ma un esperimento amministrativo e culturale che merita di essere compreso nel suo significato profondo.
La radice: filoxenìa
Camini affonda le proprie radici nella grecità della Locride. Il grecanico, ancora parlato in alcune aree, non è solo un residuo linguistico: è una memoria viva. Tra i concetti ereditati dalla cultura magnogreca vi è la filoxenìa — amore per lo straniero. Non è un dettaglio folkloristico. È una postura mentale. Significa riconoscere nello straniero non una minaccia ma una presenza con cui entrare in relazione. Quando il paese ha deciso di aderire ai programmi pubblici di accoglienza — prima Sprar, poi Sai — non ha semplicemente applicato un bando ministeriale. Ha tradotto un’eredità culturale in scelta politica.
Dal declino alla riattivazione
Attraverso la gestione dei progetti di accoglienza, Camini ha riaperto la scuola, la farmacia, l’ufficio postale, il supermercato.
Nell’ambito del lavoro artigianale e manifattura, sono stati riattivati mestieri tradizionali: laboratorio di ceramica, sartoria sociale, tessitura, piccola falegnameria, restauro di immobili.
Migranti e residenti lavorano insieme. Qui il valore economico non è enorme, ma crea micro-reddito locale e ridà funzione a case abbandonate.
La filiera agroalimentare è uno dei punti più rilevanti. Si sono sviluppati: laboratorio di trasformazione alimentare, produzione di conserve e prodotti tipici, caseificio artigianale in avvio, orti e piccole coltivazioni.
Qui si genera valore perché si produce, si vende, si crea occupazione stabile, c’è lavoro pulito. Questo è uno dei pilastri economici reali.
Turismo solidale. Camini è diventata meta di turismo responsabile, gruppi universitari, cicloturisti europei, visite studio. Parliamo di circa 4.000 presenze annue. Il turismo porta affitti, ristorazione, vendita di prodotti locali, indotto. Non è massa, ma è economia viva.
Il progetto Jungimundu (“unisci il mondo”), gestito dalla cooperativa Eurocoop Servizi, ha integrato nel tessuto locale persone provenienti da Siria, Eritrea, Gambia, Nigeria, Pakistan, Senegal e altri Paesi. Non si è trattato di collocare persone in alloggi temporanei, ma di costruire percorsi di inserimento lavorativo e sociale.
Il dato economico è significativo: il mercato immobiliare, un tempo inesistente, ha ricominciato a muoversi; alcune abitazioni sono state acquistate anche da ex beneficiari dei progetti, oggi residenti stabili con lavoro e famiglia.
L’eco di Riace e la differenza
A pochi chilometri si trova Riace, che sotto la guida di Mimmo Lucano divenne simbolo internazionale dell’accoglienza diffusa. Camini si è ispirata a quell’esperienza ma ha scelto una gestione più strettamente aderente ai numeri e ai vincoli amministrativi assegnati dal Ministero dell’Interno.
Questa differenza ha consentito una maggiore stabilità istituzionale, riducendo conflitti e contenziosi. È un punto rilevante: l’accoglienza può essere efficace solo se coniuga visione e rigore amministrativo.
Il valore politico dell’esperienza
L’esperienza di Camini va letta su tre piani.
Primo: demografico. In un’Italia che perde popolazione e in cui le aree interne si svuotano, l’integrazione può diventare strumento di ripopolamento.
Secondo: economico. L’accoglienza non è solo costo pubblico; se organizzata in modo strutturato, genera servizi, lavoro e microimprese.
Terzo: culturale. Camini dimostra che identità e apertura non sono in contraddizione. Una comunità può rafforzarsi proprio accogliendo.
Le condizioni di replicabilità
Non si tratta di un modello automatico esportabile ovunque. Servono coesione sociale locale, trasparenza nella gestione dei fondi, equilibrio tra numeri e capacità del territorio, continuità amministrativa. Buona capacità amministrativa, visione lunga, il buon carattere dei calabresi, spirito di accoglienza. Senza questi elementi, l’esperimento rischierebbe di diventare fragile o conflittuale.
Una lezione per le aree interne
L’Italia discute spesso di migrazioni in termini emergenziali o securitari. Camini propone un’altra prospettiva: l’accoglienza come politica territoriale. Non risolve tutti i problemi del Paese, ma offre una domanda seria: in territori spopolati, quale alternativa concreta esiste per riattivare servizi e comunità? Camini suggerisce che la risposta può nascere dall’intreccio tra memoria storica e progettazione moderna. Non è un’utopia né una retorica. È un’esperienza amministrativa concreta, sostenuta da fondi pubblici, verificabile nei numeri e nella vita quotidiana del borgo.
In un tempo segnato da paure e polarizzazioni, Camini invita a una riflessione più sobria: l’accoglienza non è solo un gesto morale, può essere una strategia di sviluppo locale. E forse, nel silenzio delle colline ioniche, questa piccola comunità ricorda che le aree interne non chiedono solo sussidi, ma visione e coraggio.
Dedico questo articolo al mio amico Francesco, Calabrese vero, amante della sua terra e pieno di speranza.
