“Una memoria che riconosce è l’unica che può trasformare il dolore in responsabilità e il Ricordo in pace.”
Il mio consiglio al lettore è di affrontare questo testo dopo aver letto il precedente mio articolo: il prima del Giorno del Ricordo, sempre su questo blog. Le mie riflessioni in fondo a questo articolo.
Quando nasce e perché
Il Giorno del Ricordo è stato istituito con la legge 30 marzo 2004, n. 92, e si celebra ogni anno il 10 febbraio. La legge indica come finalità la conservazione e il rinnovamento della memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle terre istriane, fiumane e dalmate nel secondo dopoguerra, e della più complessa vicenda del confine orientale. Sul piano politico-istituzionale, il provvedimento fu approvato con una maggioranza amplissima. Alla Camera, nella votazione finale dell’11 febbraio 2004, i voti favorevoli furono 502, i contrari 15, con 4 astenuti. La legge venne promulgata dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. L’istituzione della ricorrenza rispondeva anche a un’esigenza di riconoscimento pubblico: per decenni, nella memoria nazionale, la vicenda delle foibe e dell’esodo è rimasta più defilata rispetto ad altre pagine del Novecento. Le ragioni non sono riducibili a una sola causa: contano la complessità del dopoguerra, l’equilibrio della Guerra fredda, la delicatezza dei rapporti con la Jugoslavia e, in Italia, le fratture ideologiche con cui si è interpretato quel passaggio storico.
Che cosa ricorda, in concreto
La ricorrenza riguarda due nuclei storici principali, inseriti però dentro una cornice più ampia.
Il primo nucleo è la violenza del 1943 e del 1945 nelle aree del confine orientale, con uccisioni e scomparsa di persone, talvolta attraverso l’occultamento dei corpi nelle cavità carsiche chiamate “foibe”, oltre a morti avvenute tramite deportazione e detenzione. Il secondo nucleo è l’esodo giuliano-dalmata, cioè lo spostamento di massa di popolazione, in larghissima parte italiana, dalle zone passate alla Jugoslavia nel secondo dopoguerra. La legge richiama anche “la più complessa vicenda del confine orientale”, e questo è un punto decisivo: quelle tragedie non sono comprensibili se separate dalla storia dei nazionalismi, dal fascismo di confine e dalla guerra nei Balcani.
È una ricorrenza in competizione con il Giorno della Memoria?
Formalmente no: le due ricorrenze hanno oggetti storici distinti. Non dovrebbe esserlo. Il Giorno della Memoria (27 gennaio) riguarda la Shoah e le persecuzioni razziali; il Giorno del Ricordo (10 febbraio) riguarda foibe, esodo e vicende del confine orientale. Tuttavia, sul piano della “politica della memoria”, è vero che il Giorno del Ricordo è entrato in un terreno sensibile, dove identità, sofferenze e narrazioni pubbliche possono diventare oggetto di confronto polemico. Il rischio non è l’esistenza di memorie diverse; il rischio nasce quando la memoria diventa competizione o strumento di appartenenza.
Una premessa di metodo
Per parlare in modo obiettivo del Giorno del Ricordo occorre evitare due scorciatoie opposte: la rimozione del contesto e la giustificazione del dolore altrui. Il primo errore è isolare le violenze del 1943-45 da ciò che le precede; il secondo è ridurre quelle violenze a una reazione “comprensibile” e dunque, di fatto, moralmente attenuata. Il lavoro storico più affidabile invita a tenere insieme l’intera catena: conflitto nazionale, guerra totale, collasso degli Stati, regolamenti di conti, repressione politica e ridefinizione dei confini.
Prima del 1918: un territorio plurale
Fino alla Prima guerra mondiale, gran parte di queste terre appartenne all’Impero austro-ungarico. La popolazione era composita e intrecciata: aree urbane spesso con forte presenza italiana lungo la costa e in alcune città; entroterra in prevalenza sloveno o croato; rapporti economici e culturali continui. Non esisteva una linea etnica netta, e già prima del 1914 non mancavano tensioni nazionali.
Dal 1918 al 1941: annessione all’Italia e fascismo di confine
Dopo il 1918, una parte consistente dei territori adriatici nord-orientali passò all’Italia attraverso una sequenza di accordi internazionali, tra cui il trattato di Rapallo del 1920 e quello di Roma del 1924 per Fiume. In questo quadro, l’Italia acquisì Trieste, Gorizia, l’Istria e Zara, mentre il resto della Dalmazia non divenne italiano.
Con il fascismo si avvia una politica di italianizzazione forzata nelle zone con popolazione slovena e croata: compressione dell’associazionismo culturale, riduzione degli spazi pubblici per le lingue slave, italianizzazione di cognomi e toponimi, repressione di attivisti. In quel contesto nasce anche una resistenza clandestina, tra cui il TIGR.
Questi elementi sono parte della cornice storica: non per trasformare la storia in un “processo a popoli”, ma per nominare le responsabilità istituzionali e politiche del regime.
Dal 1941 al 1943: la guerra d’aggressione e l’occupazione italiana
Nel 1941 l’Italia fascista partecipa con la Germania all’invasione della Jugoslavia. Nelle aree sotto controllo italiano vi furono misure repressive e internamenti di civili, con campi, tra cui Arbe/Rab e Gonars. Su Gonars, ad esempio, le fonti locali e la memorialistica istituzionale documentano l’esistenza del campo di concentramento e la presenza di internati sloveni e croati. La guerra nei Balcani fu complessivamente brutale e plurale negli attori e nelle responsabilità; ciò non cancella la responsabilità italiana nelle zone occupate, e anzi rende più necessario uno sguardo documentato e non selettivo.
Per comprendere fino in fondo la spirale che conduce al 1943–1945 occorre ampliare ancora lo sguardo. Il regime fascista non fu soltanto protagonista del conflitto sul confine orientale. Fu attore di una politica di aggressione e conquista che coinvolse altri popoli e altri territori. L’invasione dell’Etiopia nel 1935–36 comportò l’uso documentato di gas chimici e una repressione dura della popolazione civile. In Libia, negli anni precedenti, la cosiddetta “riconquista” coloniale aveva prodotto deportazioni di massa e alta mortalità tra i civili. L’attacco alla Grecia nel 1940, l’occupazione dell’Albania dal 1939, la partecipazione alla guerra contro l’Unione Sovietica e l’invasione della Jugoslavia nel 1941 inserirono l’Italia fascista dentro un ciclo di guerre di aggressione che provocarono sofferenze diffuse. Non si tratta di stabilire graduatorie del dolore, né di trasformare la storia in una contabilità morale. Si tratta di riconoscere un dato strutturale: le guerre di aggressione, le occupazioni e le repressioni producono memorie ferite. Le memorie ferite generano, nei passaggi di potere, desideri di rivalsa, regolamenti di conti, epurazioni. La violenza non nasce nel vuoto; si alimenta di precedenti. Ricordare le vittime italiane del confine orientale non richiede di rimuovere le vittime causate dal regime fascista in altri contesti. Al contrario, una memoria adulta tiene insieme entrambe le dimensioni: le sofferenze subite e quelle inflitte. Solo dentro questa consapevolezza il Giorno del Ricordo può sottrarsi alla tentazione della selezione e diventare davvero esercizio di verità.
Dal 1943 al 1945: i due cicli di violenza
Dopo l’8 settembre 1943, con il collasso dello Stato italiano, in Istria e in altre aree si verificano uccisioni e scomparsa di persone, in parte dentro la dinamica di vendetta contro esponenti del regime e in parte dentro regolamenti di conti locali e conflitti politici. Parte delle vittime furono gettate nelle cavità carsiche. Nel 1945, con l’avanzata jugoslava e l’instaurazione del nuovo potere, si registrano arresti, deportazioni, uccisioni e nuove forme di violenza. La storiografia più accreditata descrive questi eventi come fenomeno composito: vendetta di guerra, epurazione politica, conflitto nazionale e consolidamento del potere nel passaggio di sovranità.
Quanto alle cifre, la prudenza metodologica è indispensabile: non esiste un numero definitivo e incontestabile. Tuttavia, per l’ordine di grandezza complessivo delle vittime tra 1943 e 1945 (inclusi infoibati e morti in deportazione), una stima spesso ritenuta attendibile dalla storiografia colloca il totale nell’area di alcune migliaia, con un ordine di grandezza intorno a 4.000–5.000. La voce Treccani riassume questa valutazione come “ordine di grandezza” plausibile e invita a diffidare delle cifre molto superiori quando ottenute includendo categorie non omogenee.
Dal 1945 agli anni Cinquanta: l’esodo
Tra il 1945 e i primi anni Cinquanta si registra l’esodo giuliano-dalmata. Le stime più recenti riportate anche nella Relazione della Commissione mista italo-slovena indicano, come ordine di grandezza, un intervallo fra 200.000 e 300.000 esuli, in larghissima maggioranza italiani, provenienti soprattutto da Istria e Dalmazia oggi croata. Le cause non sono riducibili a una formula unica. Nei lavori storici ricorrono insieme: il cambio di sovranità, la trasformazione del sistema politico ed economico, le nazionalizzazioni, il clima di paura e incertezza, episodi di pressione e repressione, e anche la scelta di vivere nello Stato italiano. Dire “tutto volontario” sarebbe storicamente inadeguato; dire “tutto espulsione pianificata” richiederebbe un livello di prova documentaria generale che, allo stato delle ricerche, non risulta condiviso come dato certo.
Memoria pubblica e ricerca storica: perché il tema resta difficile
Nel dopoguerra, la questione del confine orientale è stata a lungo condizionata dai vincoli geopolitici e dalle fratture ideologiche interne italiane. Per questo, nel dibattito pubblico hanno preso piede narrazioni parziali: da un lato, l’enfasi esclusiva sul martirio nazionale; dall’altro, la riduzione delle violenze a sole epurazioni antifasciste, con il rischio di rendere invisibile il dolore di civili e famiglie. Negli ultimi decenni sono cresciuti tentativi di ricostruzione condivisa. Un riferimento importante è la Commissione mista storico-culturale italo-slovena, attiva fra il 1993 e il 2000, che ha prodotto una relazione finale proponendo un quadro periodizzato e contestualizzato delle vicende del confine. Anche sul piano simbolico, nel luglio 2020 si è svolta a Trieste una visita congiunta del Presidente italiano Sergio Mattarella e del Presidente sloveno Borut Pahor, con gesti pubblici di riconoscimento reciproco.
Le memorie oltre il confine
Per comprendere fino in fondo la difficoltà di una memoria condivisa occorre chiedersi come gli stessi eventi siano stati vissuti e narrati oltre il confine. In Slovenia e in Croazia la memoria pubblica del Novecento si struttura attorno alla resistenza contro nazismo e fascismo, alla repressione subita negli anni dell’italianizzazione forzata e all’occupazione del 1941. Le chiusure delle scuole slovene e croate, le restrizioni linguistiche, gli internamenti nei campi italiani sono elementi centrali della loro narrazione storica. In questo quadro, le violenze del 1943 e del 1945 vengono spesso collocate dentro una sequenza più ampia: guerra, liberazione, resa dei conti, instaurazione del nuovo potere. Non vi è, nella storiografia accademica prevalente di quei Paesi, una negazione delle uccisioni di italiani; vi è però una diversa collocazione del punto di inizio della tragedia. Là dove una parte della memoria italiana tende a partire dal 1943, la memoria slovena e croata tende a partire dal 1920 o dal 1941. Questo scarto cronologico produce uno scarto emotivo. Non si tratta di sovrapporre le responsabilità, né di attenuare il dolore delle vittime italiane. Si tratta di riconoscere che le memorie collettive nascono da esperienze diverse e che ogni popolo tende a collocare l’inizio della propria sofferenza nel momento in cui l’ha subita. Una memoria matura non chiede all’altro di dimenticare ciò che considera fondativo del proprio trauma. Chiede invece di mettere in dialogo le memorie, senza competizione e senza rimozione.
Riflessioni in chiusura
Una memoria civile matura non chiede alle vittime di “spiegare” il proprio dolore, né utilizza quel dolore per costruire identità contrapposte. Chiede alla storia di essere completa e alla coscienza di non selezionare. Il Giorno del Ricordo, se rispettato nella sua intenzione più alta, non è un tribunale politico e non è un bilanciamento tra tragedie. Non è una gara tra sofferenze. Non è una sfida di buoni contro cattivi. È un invito a sottrarre i morti alla propaganda e a restituire alle vicende del confine orientale la loro interezza storica: le responsabilità del fascismo, le violenze del 1943 e del 1945, il trauma dell’esodo, le fratture del dopoguerra, le memorie divergenti che ancora attraversano quelle terre.
Ricordare non significa pareggiare conti. Significa non falsificare la storia, non piegarla ad una versione precostituita, continuare a fare ricerca.
Una memoria onesta riconosce che il Novecento europeo è stato un intreccio di aggressioni, occupazioni, vendette, rivoluzioni, paure collettive. Le guerre di conquista, le politiche di repressione e le ideologie totalitarie hanno generato ferite profonde non solo nei confini geografici ma nelle coscienze. Le ferite, quando non sono comprese, diventano rancore. Il rancore, quando viene ereditato senza essere elaborato, prepara nuove divisioni.
Anche quest’anno, in occasione della Giornata del Ricordo, ho letto parole cariche di risentimento e ancora accuse ripetute da anni. È comprensibile che il dolore generi emozione. Ma la responsabilità civile consiste nel non trasformare l’emozione in ostilità permanente. Un atteggiamento equilibrato non relativizza le tragedie, le colloca. Non attenua il dolore, lo riconosce anche quando appartiene all’altro. Il percorso necessario è esigente: ricerca rigorosa dei fatti, distinzione tra documentazione e interpretazione, riconoscimento del contesto storico, ascolto delle memorie che si sono formate su entrambe le sponde di quel confine. Solo così si può comprendere che, accanto alle vittime italiane, vi sono state vittime slovene, croate, greche, africane, civili e militari travolti da decisioni politiche e guerre di aggressione. Non per confondere le responsabilità, ma per evitare che la memoria diventi selettiva.
Vi sono state vittime innocenti su tutti i fronti e in territori diversi, segnati da decisioni politiche e militari che hanno travolto civili e combattenti. Vi sono state responsabilità individuali che hanno ecceduto ordini ricevuti e responsabilità politiche che hanno orientato quelle scelte. Riconoscerle non significa distribuirle in modo indistinto, ma collocarle con precisione storica.
Comprendere non equivale a giustificare. Comprendere significa impedire che il dolore venga manipolato.
Forse il senso più profondo del ricordare non è riaprire il passato, ma sottrarlo alla ripetizione. Se il Ricordo si limita a consolidare identità ferite, resta incompiuto. Se invece diventa occasione di riconoscimento reciproco, può trasformarsi in fondamento di pace. Dopo anni di guerre e violenze, la costruzione di un buon vicinato, della conoscenza dell’altro, è un atto più qualificante e più coraggioso della vendetta. Parlare un linguaggio comune non cancella le differenze, ma riconosce che il dolore, quando è autentico, non ha nazionalità. Ricordare, qui, è un atto di misura. Non equivale a competere; equivale a comprendere. E comprendere, in questo caso, significa difendere la verità dai suoi abusi e preparare le condizioni perché tragedie simili non si ripetano.
Ricordare davvero significa avere il coraggio di guardare tutta la storia, perché solo una memoria che non seleziona può impedire che il dolore diventi nuovamente arma. La memoria che divide prepara nuove ferite; la memoria che comprende costruisce pace. La dignità del Ricordo non sta nel rivendicare, ma nel riconoscere. Chi ricorda solo il proprio dolore prepara il futuro alla diffidenza; chi riconosce anche quello dell’altro prepara il futuro alla convivenza.
“Una memoria che riconosce è l’unica che può trasformare il dolore in responsabilità e il Ricordo in pace.”
