Dalla fine della Guerra fredda alla crisi della rappresentanza: come la trasformazione della sinistra ha cambiato gli equilibri politici italiani
Prendo l’abbrivio dopo aver conosciuto l’interessante libro, da poco pubblicato, La sventura, scritto da Fabio Balocco e Romano Lupi. La tesi centrale del libro è che la sinistra italiana, attraverso le proprie scelte politiche negli ultimi decenni, avrebbe contribuito a creare le condizioni per l’affermazione della destra.
Vediamo come argomentano gli Autori. Secondo la loro tesi, l’attuale predominio della destra in Italia non è soltanto il risultato delle proprie capacità, ma il frutto di errori e trasformazioni della sinistra negli ultimi quarant’anni. La crisi della sinistra avrebbe avuto inizio alla fine degli anni Ottanta, quando crolla il sistema sovietico e con esso l’idea di un’alternativa al capitalismo. In quel momento la sinistra europea e italiana accetta il paradigma dell’economia di mercato neoliberale. I partiti di sinistra cercano una “terza via”, ma finiscono spesso per adottare politiche simili a quelle della destra.
Il libro elenca alcune scelte simboliche di questo percorso:
le grandi privatizzazioni degli anni Novanta;
la gestione politica dell’epoca di Massimo D’Alema;
la Bicamerale con Silvio Berlusconi;
le liberalizzazioni e le riforme economiche sostenute anche da esponenti come Pier Luigi Bersani;
la stagione più recente guidata da Matteo Renzi.
Gli autori citano anche episodi concreti per mostrare la trasformazione culturale della sinistra di governo:
il rapporto con gli interessi immobiliari nella trasformazione urbana;
il caso del Monte dei Paschi di Siena;
il consumo di suolo giustificato come “rigenerazione urbana”.
Secondo questa interpretazione, mentre la sinistra cambiava pelle, finiva per assomigliare sempre più agli avversari che diceva di combattere. Opportunamente è stata citata una battuta presa da un film di Ettore Scola: “Credevamo tanto di cambiare il mondo, e invece il mondo ha cambiato noi”.
L’argomento del libro è ben sviluppato, molto interessante, tocca una questione centrale della politica europea e italiana contemporanea: la crisi storica della sinistra tradizionale.
Parto da qui per questo mio articolo, non so dove approderò.
Tre osservazioni iniziali.
1. Una diagnosi diffusa
L’idea che la sinistra abbia perso la propria identità adottando politiche neoliberali non è nuova. È stata avanzata da molti studiosi e osservatori politici, soprattutto dopo gli anni Novanta. Secondo questa lettura, quando i partiti progressisti accettano le stesse regole economiche delle forze conservatrici, diventa difficile per gli elettori percepire una vera alternativa.
2. Il rischio di una spiegazione unilaterale
Attribuire il successo della destra solo agli errori della sinistra può però essere una semplificazione. Ci sono anche altri fattori storici importanti da prendere in considerazione: la globalizzazione economica, le trasformazioni sociali e culturali, la crisi della rappresentanza politica, i mutamenti dei sistemi mediatici. Tutti questi elementi hanno contribuito alla ridefinizione degli equilibri politici.
3. Il vero nodo: la rappresentanza sociale
Il punto forse più interessante è un altro: chi rappresenta oggi i ceti popolari e il lavoro? Per gran parte del Novecento questo ruolo era svolto dai partiti socialisti e comunisti.
Negli ultimi decenni, in molti paesi occidentali, questa rappresentanza si è indebolita o frammentata. Da qui nasce parte dello spostamento politico che osserviamo oggi.
Una riflessione sempre attuale
In realtà la questione implicita che suscita la tesi del libro è più profonda della polemica politica: quando un movimento cambia troppo per adattarsi al mondo, rischia di perdere la ragione stessa della propria esistenza. È un problema antico nella storia politica e culturale: la tensione tra adattarsi alla realtà e trasformarla. Ed è probabilmente proprio su questo crinale che si gioca ancora oggi il destino delle culture politiche europee.
Aggiungo un altro interrogativo, o dubbio. È troppo facile dire, col senno di poi, che “la sinistra ha tradito”. Più difficile, per come la vedo io, è chiedersi: che cosa avrebbe potuto fare davvero, in Italia, senza avere i numeri per una rottura rivoluzionaria, dentro i vincoli europei, con la fine del blocco sovietico, il debito pubblico, i mercati, la NATO, Maastricht e un capitalismo globale in avanzata?
La risposta onesta potrebbe essere questa: non poteva fare tutto ciò che prometteva certa retorica nostalgica, ma poteva fare più di quanto abbia fatto. Non era onnipotente. Però non era neppure condannata a somigliare così tanto al proprio avversario.
La sinistra di governo italiana, tra anni Novanta e Duemila, si trovò in una strettoia reale. Da un lato c’era il crollo del comunismo storico, che rendeva impraticabile il vecchio immaginario di alternativa sistemica. Dall’altro c’erano i vincoli della costruzione europea, l’obiettivo dell’euro, la disciplina di bilancio, la pressione dei mercati, le privatizzazioni presentate come modernizzazione inevitabile e una trasformazione del lavoro già in corso. In quel quadro, una parte della sinistra concluse che l’unica via fosse diventare forza affidabile per i poteri economici, per Bruxelles, per i ceti medi moderati, per il capitalismo globalizzato. Non fu solo opportunismo: fu anche una scelta di sopravvivenza politica. Ma proprio lì avvenne lo slittamento decisivo.
Quali strade alternative c’erano, allora, in concreto? Ho cercato di fare un lavoro di ricerca, ho posto interrogativi, ho esaminato il parere di autori e studiosi esperti. Ecco la mia sintesi.
La prima strada era una linea di riformismo sociale fermo, non massimalista ma nemmeno subalterno. In pratica: accettare l’economia di mercato senza accettare il dogma del mercato come criterio supremo. Si poteva dire: l’Italia sta in Europa, rispetta gli equilibri macroeconomici, ma non consegna tutto alla privatizzazione, alla finanziarizzazione e alla compressione del lavoro. Non significava uscire dal mondo; significava entrare nella modernità con una propria idea di giustizia sociale. Per esempio, le privatizzazioni potevano essere più selettive, più sorvegliate, meno ideologiche. Alcuni settori strategici potevano restare più protetti o regolati meglio. Non era necessario fare della cessione del patrimonio pubblico una prova di virtù morale.
La seconda strada era una difesa non corporativa del lavoro. Questo punto è decisivo. La sinistra avrebbe potuto capire prima che la flessibilità senza contropoteri avrebbe frantumato la sua base storica. Non era obbligata a bloccare ogni cambiamento, ma poteva legare ogni apertura del mercato del lavoro a robuste tutele universalistiche: salario minimo decente, ammortizzatori estesi, formazione reale, contrasto ai contratti fittizi, lotta seria alla precarietà cronica. Invece troppo spesso ha accettato il linguaggio della modernizzazione come se la stabilità fosse un residuo del passato. Qui non si trattava di rivoluzione, ma di equilibrio. E quell’equilibrio si poteva cercare meglio.
La terza strada era una politica industriale degna di questo nome. Anche dentro i vincoli europei, uno Stato può orientare, sostenere, negoziare, difendere filiere, innovazione, ricerca, infrastrutture, formazione tecnica, riconversione ecologica. La sinistra italiana, salvo eccezioni, ha spesso pensato più a gestire il presente che a costruire il futuro. In un paese come l’Italia, con forti differenze territoriali, un tessuto di piccole e medie imprese, un Mezzogiorno fragile e un’industria esposta, serviva una visione lunga. Non bastava dire “ce lo chiede il mercato”. Si poteva fare una politica industriale europea e nazionale insieme, provando a tenere insieme lavoro, innovazione e coesione sociale. Non era impossibile. Era difficile, sì. Ma era precisamente il compito della politica.
La quarta strada era una moralità pubblica più coerente. Qui il problema non è solo economico, ma simbolico. Una parte della sinistra ha perso credibilità non soltanto per le scelte compiute, ma perché ha finito per apparire integrata nei medesimi circuiti di potere che diceva di voler correggere: finanza, grandi interessi immobiliari, ceti professionali autoreferenziali, apparati. Avrebbe potuto mantenere maggiore distanza, maggiore sobrietà, maggiore conflittualità verso i poteri forti, anche senza fare gesti teatrali. In politica conta moltissimo anche il segnale morale. Quando il popolo percepisce che non sei più diverso, smette di credere che tu possa rappresentarlo.
La quinta strada era una difesa più intelligente del welfare universale. Non un assistenzialismo cieco, ma la scelta di tenere fermi alcuni pilastri: sanità pubblica, scuola pubblica, diritto alla casa, trasporti, servizi territoriali. La sinistra poteva accettare riforme, efficientamento, lotta agli sprechi, ma senza introiettare l’idea che il pubblico fosse quasi sempre sinonimo di arretratezza. Questa resa culturale è stata profonda. Eppure, proprio lì si decide il rapporto tra cittadino e democrazia. Se tutto diventa costo, l’uguaglianza si ritira dalla scena.
La sesta strada era una lettura meno ingenua della globalizzazione. Non occorreva essere protezionisti assoluti per capire che l’apertura dei mercati senza regole avrebbe prodotto vincitori e vinti, territori abbandonati, lavoro svalutato, senso di sradicamento. La sinistra avrebbe potuto parlare prima e meglio di comunità, sicurezza sociale, identità repubblicana, difesa del territorio, coesione nazionale, senza lasciare questi temi alla destra. Questo è un punto capitale. Per anni una parte della sinistra ha parlato come se bastasse evocare diritti civili, europeismo e innovazione. Ma chi perde lavoro, potere d’acquisto, continuità di vita domanda anche protezione. Se la sinistra non offre protezione giusta, arriva una destra che offre protezione subdola o aggressiva.
La settima strada era una politica delle alleanze meno elitaria. In Italia la sinistra post-comunista ha spesso cercato legittimazione più verso il centro moderato, i salotti, i giornali influenti, i mondi della competenza tecnocratica, che verso una ricostruzione paziente del legame popolare. Certo, servivano maggioranze larghe. Ma un conto è allargare, un conto è annacquare. Si poteva cercare il governo senza smarrire il radicamento. Si poteva negoziare senza assumere il punto di vista dei vincitori della globalizzazione come unico possibile.
Detto questo, bisogna anche riconoscere il limite opposto. Molte alternative che oggi vengono enunciate con apparente semplicità allora erano solo parzialmente praticabili. Un grande piano neokeynesiano nazionale, da solo, nell’Italia del debito alto e dell’integrazione europea, avrebbe incontrato ostacoli enormi. Una rottura frontale con Maastricht avrebbe probabilmente prodotto costi politici e finanziari molto alti. Una sinistra che avesse scelto una linea troppo radicale avrebbe forse perso ancora prima, consegnando il paese alla destra in tempi ancora più rapidi. Questo va detto con chiarezza. Non tutto era nelle sue mani.
Perciò il giudizio più serio, a mio avviso, è questo: la sinistra italiana non aveva la possibilità di rifondare il mondo, ma aveva la possibilità di opporre più resistenza, più selettività, più immaginazione sociale, più fedeltà al lavoro e ai ceti popolari. Non era obbligata a diventare neoliberale quasi per osmosi. Poteva essere europeista senza essere devota. Riformista senza diventare adattiva. Moderna senza vergognarsi della parola uguaglianza. Responsabile senza identificare la responsabilità con l’obbedienza ai mercati.
In fondo, l’errore più grande non è stato non fare la rivoluzione. Quello sarebbe un rimprovero poco realistico. L’errore più grande è stato convincersi che non ci fosse quasi più nulla da difendere, se non la propria governabilità. Quando una forza politica smette di rappresentare un conflitto reale e si limita ad amministrare l’esistente con volto umano, prima o poi lascia campo libero a chi promette rotture, anche non veritiere. Gobetti docet.
La domanda finale allora diventa: avrebbe potuto vincere di più scegliendo un’altra strada? Non è certo. Ma avrebbe quasi certamente perso con più dignità, e forse conservato più anima, più popolo e più futuro.
Adesso cosa resta, solo macerie? Calma e gesso. Serve tanta lucidità, pazienza, sguardo lungo e, come si diceva ai miei tempi, “gambe in spalla e pedalare”.
Iniziamo dal nome. Sintetizzo.
Che cosa significava “sinistra” in origine?
La parola sinistra nasce durante la Rivoluzione francese. Nell’assemblea rivoluzionaria chi voleva più uguaglianza, più sovranità popolare e meno privilegi aristocratici sedeva alla sinistra del presidente dell’aula. Nel corso dell’Ottocento e del Novecento la parola si arricchisce e prende tre grandi significati storici:
Uguaglianza sociale: ridurre le disuguaglianze economiche.
Difesa del lavoro: dare potere e dignità a chi vive del proprio lavoro.
Diritti civili e politici: allargare libertà, partecipazione, istruzione, welfare.
Per più di un secolo questa idea si è incarnata in grandi tradizioni politiche: il socialismo, il movimento operaio, la socialdemocrazia, il comunismo, una parte del cattolicesimo sociale. In Italia queste culture hanno trovato espressione in partiti come il Partito Comunista Italiano e il Partito Socialista Italiano, ma anche in correnti sociali della Democrazia Cristiana.
Il terremoto degli anni 1989-1991
Tutto cambia con il crollo del Muro e la fine della guerra fredda, culminata nella dissoluzione dell’Unione Sovietica. Per la sinistra occidentale fu uno shock storico enorme. Il comunismo reale crollava. Il capitalismo sembrava vincere definitivamente. Molti leader della sinistra europea arrivarono alla stessa conclusione: non esiste più un sistema alternativo al capitalismo globale. Da lì nasce la trasformazione della sinistra occidentale negli anni ’90. In Gran Bretagna con Tony Blair, in Germania con Gerhard Schröder, negli Stati Uniti con Bill Clinton, in Italia con le evoluzioni che portano dal PCI al Partito Democratico. Nasce quella che fu chiamata “Terza Via”.
Il risultato: la sinistra cambia natura
Qui sta un punto centrale che già abbiamo toccato. Molti partiti che si definiscono di sinistra non cercano più di trasformare il sistema economico, ma di gestirlo con maggiore equità. Non vogliono più cambiare il capitalismo. Vogliono renderlo più civile. Questo produce un effetto storico molto importante: le differenze tra centro-sinistra e centro-destra si riducono molto sul piano economico. Le differenze rimangono soprattutto su altri terreni: diritti civili, immigrazione, ambiente, politiche culturali, Europa. Ma sul terreno economico le distanze spesso si accorciano. Ed è qui che nasce un po’ di confusione.
Oggi esistono almeno tre “sinistre”, ognuna delle quali indica realtà molto diverse.
La sinistra social-liberale è quella che governa o ha governato molti paesi europei.
Accetta il mercato globale e cerca di correggerne gli effetti sociali. In Italia questa area è rappresentata soprattutto dal Partito Democratico.
La sinistra sociale o radicale vuole ancora cambiare più profondamente il modello economico. Critica la globalizzazione neoliberale, chiede più intervento pubblico, più redistribuzione. In Italia è rappresentata da partiti minori o movimenti e sindacati.
La sinistra culturale o liberal-progressista si concentra molto su diritti civili, minoranze, libertà individuali, ambiente. È molto presente nelle università, nei media, nei mondi culturali.
Queste tre anime non sempre coincidono. A volte convivono nello stesso partito, ma spesso non parlano lo stesso linguaggio.
Poi ci sono partiti che non si definiscono di sinistra. Un altro nodo importante da non sottovalutare. Fanno politiche sociali o statali ma non vogliono essere chiamati sinistra. Questo accade perché la parola “sinistra” in molti paesi ha perso prestigio elettorale. Per esempio, movimenti populisti, partiti nazional-sociali, movimenti civici. Spesso prendono alcune idee sociali della sinistra, ma le combinano con altre identità politiche.
Un interrogativo da porre: forse la sinistra storica è finita o è finito il nome? Forse ciò che chiamiamo sinistra oggi non è più la stessa cosa che era nel Novecento. La grande sinistra del secolo scorso nasceva da una realtà sociale precisa: la classe operaia industriale. Quel mondo oggi è molto cambiato: lavoro frammentato, precarietà, servizi, economia digitale, globalizzazione. La base sociale che aveva creato la sinistra non esiste più nella stessa forma. Per questo molti studiosi parlano di fine delle vecchie famiglie politiche del Novecento.
Allora di cosa dobbiamo parlare oggi? Può essere che, più che di “sinistra” o “destra”, dobbiamo parlare di valori e orientamenti. Una politica può essere definita progressista se difende l’uguaglianza sociale, riduce le disuguaglianze, protegge il lavoro, rafforza la democrazia, difende i beni pubblici e ovviamente molto altro. Una politica può essere definita conservatrice se difende gerarchie sociali, privilegia mercato e proprietà, valorizza a suo modo tradizione e identità. Non innovare, ma piuttosto ritornare al passato. Queste due visioni continueranno probabilmente ad esistere, anche se le etichette cambieranno.
E con la parola “sinistra” come la mettiamo? Può ancora attrarre milioni di persone oppure è diventata un guscio svuotato dalla storia? La risposta onesta è: dipende meno dalla parola e più da ciò che quella parola riesce a incarnare, a evocare. Ma per capirlo bisogna guardare alla storia recente. Le parole politiche non muoiono facilmente. Le grandi parole politiche hanno una vita lunga. “Sinistra”, come “libertà”, “democrazia”, “popolo”, è una parola carica di memoria storica. Nella sua storia sono associati i diritti dei lavoratori, la scuola pubblica, il suffragio universale, lo Stato sociale, le battaglie antifasciste. Per questo la parola non è neutra: evoca una storia morale. Molte persone, anche se non votano più partiti di sinistra, continuano a riconoscersi in quei valori. Ma oggi la parola è indebolita. Negli ultimi trent’anni, però, qualcosa si è incrinato. Molti cittadini hanno la sensazione che i partiti che si definiscono di sinistra non rappresentino più chiaramente il mondo del lavoro o le classi popolari. Questo ha prodotto tre effetti: disillusione, astensione e spostamento verso altri movimenti politici. Non è un fenomeno solo italiano. È accaduto in quasi tutta Europa. Quanti oggi si riconoscono davvero nella sinistra? Se guardiamo ai sondaggi europei emerge un dato interessante. Una quota significativa della popolazione continua a dichiararsi favorevole a valori tipicamente “di sinistra”: riduzione delle disuguaglianze, protezione del lavoro, servizi pubblici forti, sanità universale, istruzione accessibile. In molti paesi questa sensibilità riguarda una parte molto ampia della società, spesso anche oltre il 40-50%. Ma non tutte queste persone si riconoscono nei partiti che portano il nome di sinistra. Qui sta il nodo.
Il problema non è tanto la parola, ma la credibilità. La parola difficilmente morirà. Una parola politica resta viva se rappresenta una realtà sociale. Quando questa connessione si indebolisce, la parola perde forza. Molti elettori oggi percepiscono che alcuni partiti progressisti parlano più ai ceti urbani istruiti, sono più presenti nei mondi culturali e mediatici, hanno meno radicamento nei luoghi del lavoro e nei territori popolari. Questo produce una frattura. Non sempre reale, ma spesso percepita.
La parola “sinistra” può tornare viva e attrattiva? Sì, ma solo a una condizione. Se torna a significare qualcosa di concreto nella vita quotidiana delle persone. Storicamente la sinistra diventava attrattiva quando migliorava salari e condizioni di lavoro, allargava l’istruzione, garantiva sanità e sicurezza sociale, difendeva i diritti civili. Quando la politica appare capace di incidere su questi aspetti, la parola che la rappresenta riacquista forza simbolica. Se invece resta solo una definizione identitaria o culturale, l’attrattiva diminuisce. Forse la questione è più profonda. Potrebbe anche accadere che la parola “sinistra” non torni più centrale come nel Novecento. La storia politica evolve. Altre parole si affacciano e chiedono spazio. Alcuni nuovi movimenti preferiscono parlare di giustizia sociale, democrazia economica, diritti universali, transizione ecologica, uguaglianza sostanziale. Sono concetti molto vicini alla tradizione della sinistra, ma senza usare necessariamente quel nome.
Una sintesi che forse aiuta a chiarire i dubbi
La vera domanda non è tanto: “la parola sinistra sopravviverà?” ma piuttosto: “esisterà ancora una politica capace di difendere l’uguaglianza sociale?” Se quella politica esisterà, qualcuno continuerà a chiamarla sinistra. Se non esisterà, la parola resterà ma sarà solo un ricordo storico.
Verso una possibile ricostruzione
Quindi, è ancora possibile costruire una forza politica o una coalizione capace di raccogliere le diverse sensibilità e trasformarle in una proposta di governo? Oppure la frammentazione è ormai irreversibile? La storia politica europea suggerisce che nessuna grande trasformazione avviene attraverso identità pure e isolate. I momenti di progresso sono quasi sempre nati dall’incontro tra culture diverse: socialisti, cattolici sociali, liberali democratici, movimenti civici, sindacati, intellettuali, associazioni. Non da una sola tradizione, ma da una coalizione morale e sociale capace di riconoscersi in alcuni principi comuni. Se una nuova stagione politica dovesse nascere, probabilmente non partirebbe da un’identità chiusa, ma da un patto minimo condiviso. Quale potrebbe essere questo terreno comune?
Anzitutto la difesa dell’uguaglianza sostanziale. Non come parola retorica, ma come impegno concreto contro le disuguaglianze crescenti che attraversano le nostre società: nel lavoro, nei redditi, nei territori, nell’accesso ai servizi fondamentali.
Poi la dignità del lavoro. In un’epoca segnata da precarietà, automazione e frammentazione delle professioni, il lavoro torna a essere il luogo dove si misura la giustizia di una società.
Un altro punto decisivo è la difesa dei beni pubblici: sanità, istruzione, ambiente, infrastrutture sociali. Non come residui del passato, ma come condizioni indispensabili per una democrazia reale.
Accanto a questo, la qualità della democrazia. Una politica capace di contrastare la concentrazione del potere economico e mediatico, di rafforzare la partecipazione dei cittadini e di ricostruire un rapporto di fiducia tra istituzioni e società.
Infine, una visione dello sviluppo che non riduca tutto alla crescita economica immediata, ma tenga insieme innovazione, sostenibilità ambientale, coesione sociale e sicurezza delle comunità.
Non si tratta di un programma completo, ma di un possibile manifesto minimo, un terreno su cui culture diverse possano riconoscersi senza rinunciare alla propria identità. Se un progetto politico riuscisse a incarnare con credibilità questi principi, la parola “sinistra” potrebbe forse tornare ad avere un peso reale. Non per nostalgia del passato, ma perché capace di dare risposte concrete ai problemi del presente. In fondo, la politica non vive di etichette, ma di fiducia. Le parole tornano a contare quando tornano a rappresentare qualcosa di vero nella vita delle persone.
Per questo la domanda decisiva non è se la sinistra tornerà. La domanda è più semplice e più esigente: saprà nascere una nuova alleanza sociale capace di ridurre le disuguaglianze e di difendere la dignità delle persone? Se quella alleanza saprà prendere forma, qualcuno continuerà a chiamarla sinistra. Se non accadrà, la parola resterà nei libri di storia. Ma la ricerca di giustizia, di libertà e di uguaglianza continuerà comunque a bussare alla porta della politica. E forse, come si diceva un tempo, non resta che una cosa da fare: mettersi di nuovo in cammino.
Non ho volutamente parlato di Leader o di leadership. Chissà, in un altro articolo…
Tempora bona venient.
Consiglio la lettura del libro La sventura, scritto da Fabio Balocco e Romano Lupi.
“Ho scritto questo articolo con il massimo impegno nel rispetto dei fatti e delle interpretazioni qui richiamate. Le considerazioni espresse sono frutto della mia riflessione personale e invitano il lettore ad approfondire.”
