Il processo di Norimberga 

Sono fresco di visione del film “Norimberga”, del 2025, regia di James Vanderbilt. C’è un tema che mi appassiona da tempo, “l’obbedienza”, e la visione mi ha dato stimoli e nuove conoscenze. In precedenza, ho guardato “Nuremberg, del 2000, regia di Yves Simoneau, l’ho trovato molto interessante e utile per la mia ricerca. Sono partito proprio dal processo di Norimberga, dove ho pensato di trovare parecchio materiale per riflettere sull’obbedienza. Come sempre, sto guardando a ieri ma pensando all’oggi. 

Incipit 

La parola obbedienza attraversa tutta la storia umana. È una delle parole più antiche e ambivalenti del nostro linguaggio morale. Per capirla bisogna partire dalla sua origine, perché lì si nasconde già un indizio importante. La parola deriva dal latino oboedientia, che a sua volta nasce dal verbo oboedire. Questo verbo è composto da ob- (“verso”) e audire (“ascoltare”). Letteralmente dunque obbedire significa “ascoltare qualcuno”. Questo dettaglio è fondamentale. Nell’origine la parola non indica la sottomissione, spesso cieca, ma l’atto di prestare ascolto. Obbedire, nel senso originario, è riconoscere una voce e darle spazio dentro di sé. Col passare dei secoli però il significato si è trasformato. L’ascolto si è spesso convertito in una sottomissione all’autorità. Ed è qui che nasce un grande problema morale che ci riguarda tutti. 

Antefatti 

Proseguendo toccheremo, volutamente, uno dei nodi più profondi della giustizia moderna. Parto da qui perchè potremo osservare, come in un microscopio, l’applicazione pratica e le conseguenze dell’obbedienza. Il processo di Norimberga non fu solo un processo penale: fu anche un tentativo di capire come giudicare il male organizzato da uno Stato. Affronteremo questioni — responsabilità individuale, sistema politico, catena di comando — che i giuristi e i filosofi si trovarono davanti nel processo del 1945.  

Perché la difesa “abbiamo obbedito” non regge 

Molti imputati nazisti sostennero che non avevano fatto altro che eseguire ordini superiori. In tedesco venne chiamata Befehl ist Befehl: l’ordine è ordine. Il tribunale respinse questa difesa per una ragione fondamentale. Se bastasse dire “ho obbedito”, allora nessun crimine di Stato sarebbe mai punibile. Ogni sistema criminale potrebbe funzionare così: qualcuno dà l’ordine, altri lo eseguono, nessuno è responsabile. Il diritto avrebbe quindi un vuoto enorme: il potere assoluto diventerebbe automaticamente impunito. Per questo il tribunale stabilì un principio decisivo: l’obbedienza non cancella la responsabilità morale e giuridica. Può eventualmente attenuarla, ma non eliminarla. 

L’accusa vera di Norimberga 

L’accusa non era “aver obbedito”, non solamente. Le imputazioni principali furono tre: crimini contro la pace (cioè aver pianificato e scatenato guerre di aggressione). Crimini di guerra (cioè violazioni sistematiche delle leggi di guerra). Crimini contro l’umanità (una categoria giuridica nuova: sterminio, deportazione, persecuzione su base razziale o politica). Quest’ultima categoria fu una svolta enorme. Significava affermare che esistono crimini talmente gravi da offendere l’intera umanità, anche se sono commessi da uno Stato contro i propri cittadini. 

Il problema della catena di responsabilità 

Un sistema come quello nazista funzionava come una catena enorme. C’erano i dirigenti politici, i comandanti militari, i funzionari amministrativi, gli ingegneri, i medici, le guardie, i burocrati. Se la responsabilità è diffusa, dove la si ferma? Norimberga scelse una soluzione pragmatica: processare i principali responsabili, cioè coloro che avevano progettato e diretto il sistema. Il tribunale li chiamò major war criminals. Non perché fossero gli unici colpevoli, ma perché erano quelli che avevano il potere decisionale

Processo a persone o a un sistema? 

In realtà Norimberga fu entrambe le cose. Formalmente era un processo a individui: Göring, Ribbentrop, Keitel, Jodl, ecc. Ma sostanzialmente era anche un processo al sistema nazista. Per la prima volta nella storia vennero dichiarate organizzazioni criminali intere strutture dello Stato: le SS, la Gestapo, il corpo dirigente del partito nazista. Questo era un modo per riconoscere che il male non era solo opera di singoli individui, ma di una macchina organizzata

La domanda morale più difficile 

Ora dobbiamo porci la domanda non rinviabile: se il sistema è criminale, quanto è responsabile la società che lo sostiene? È la domanda più dolorosa del dopoguerra tedesco. 

Il filosofo Karl Jaspers parlò di quattro tipi di colpa: colpa criminale (chi ha commesso direttamente i crimini). Colpa politica (di uno Stato che ha prodotto quelle politiche). Colpa morale (di chi ha collaborato o non ha resistito). Colpa metafisica (la responsabilità dell’umanità di fronte al male). Questa distinzione tentava di rispondere proprio al problema che abbiamo davanti: la responsabilità non è identica per tutti, ma non è nemmeno zero per chi ha visto e non ha fatto nulla

Norimberga e gli altri Stati 

Una delle critiche più frequenti è che Norimberga fu la giustizia dei vincitori. Gli Alleati giudicarono i crimini nazisti, ma non processarono i bombardamenti su Dresda, Hiroshima e Nagasaki, i gulag sovietici. Questo problema è reale. Il diritto internazionale è nato in modo imperfetto e spesso selettivo. Ma Norimberga ha comunque introdotto principi destinati a valere per tutti: nessuno Stato è al di sopra del diritto internazionale. Nemmeno i Capi di Stato sono immuni dai crimini contro l’umanità. 

La lezione per il presente 

Il vero significato di Norimberga non riguarda solo il nazismo. Riguarda una domanda permanente: quando un individuo deve disobbedire allo Stato? Il processo afferma un principio radicale: quando lo Stato ordina crimini contro l’umanità, la responsabilità ultima ricade sulla coscienza dell’individuo. Non è una soluzione semplice. Perché nessuna società può funzionare senza obbedienza. Ma Norimberga stabilì che esiste un limite morale invalicabile. Oltre quel limite, obbedire non è più una virtù. Diventa complicità. 

Come è possibile che milioni di persone abbiano partecipato a un sistema di sterminio? 

La risposta porta dentro la psicologia delle masse, la propaganda, la burocrazia moderna e la trasformazione del male in routine amministrativa. Ed è forse la lezione più inquietante del Novecento. Questa è la domanda che ha tormentato storici, filosofi, psicologi e teologi per tutto il dopoguerra. Non è una domanda sul nazismo soltanto. È una domanda sull’uomo. 

Quando nel 1945 furono liberati i campi di concentramento, molti osservatori si posero la stessa domanda: come è stato possibile? Non si trattava di pochi fanatici. Intorno al sistema dei campi di concentramento ruotavano milioni di persone: militari, funzionari, ferrovieri, medici, contabili, guardie, segretarie, tecnici. Il genocidio non fu solo un atto di odio. Fu anche una organizzazione amministrativa. Ed è proprio qui che comincia la parte più inquietante della risposta. 

La trasformazione del male in lavoro 

Uno dei primi a capirlo fu lo storico Raul Hilberg, che studiò minuziosamente l’apparato dello sterminio. Scoprì che la distruzione degli ebrei europei funzionava come una gigantesca procedura burocratica. Il sistema aveva tre fasi: identificazione, concentrazione, distruzione. Ogni fase coinvolgeva uffici diversi dello Stato. Chi lavorava in un ufficio spesso non vedeva il risultato finale. Un impiegato compilava moduli. Un ferroviere organizzava treni. Un medico firmava certificati. Ognuno svolgeva un piccolo compito tecnico. Il genocidio diventava così una catena di lavoro. Questo meccanismo produceva un effetto psicologico decisivo: la responsabilità si dissolveva

La banalità del male 

Ad un certo punto entra in scena Hannah Arendt, che seguì il processo a Adolf Eichmann a Gerusalemme nel 1961. Eichmann era uno degli organizzatori della deportazione degli ebrei. Molti si aspettavano di trovarsi davanti un mostro ideologico. Invece apparve un uomo mediocre, burocratico, quasi insignificante. Arendt coniò allora una formula che ha fatto discutere per decenni e oltre: la banalità del male. Non voleva dire che il male fosse banale. Voleva dire che chi lo compiva spesso non era demoniaco. Eichmann non appariva come un fanatico sanguinario. Appariva come un funzionario che si vantava di aver svolto bene il proprio lavoro. La sua tragedia morale era una sola: non pensava. Non rifletteva sulle conseguenze delle sue azioni. Applicava regole. 

La distanza morale 

Un altro elemento fondamentale è ciò che alcuni studiosi chiamano distanza morale. Per compiere atrocità su larga scala è necessario creare distanza tra l’azione e la vittima. Questa distanza può essere di varie tipologie. Linguistica (gli ebrei venivano chiamati “pezzi”, “carico”, “materiale”). Amministrativa (le persone diventavano numeri o pratiche). Fisica (chi organizzava i trasporti non vedeva i campi). Tecnologica (la morte veniva automatizzata). Quando la vittima scompare come volto umano, il crimine diventa più facile. 

L’obbedienza all’autorità 

Tocchiamo il cuore del nostro discorso. Negli anni Sessanta lo psicologo Stanley Milgram condusse un esperimento famoso. Chiese a persone comuni di infliggere scosse elettriche a un individuo (in realtà un attore) quando un’autorità lo ordinava. Il risultato fu sconvolgente: una percentuale altissima dei partecipanti arrivò fino a livelli potenzialmente letali. Milgram concluse che molti individui entrano in ciò che chiamò stato agente. In questo stato la persona non si percepisce più come responsabile delle proprie azioni. Si vede come strumento di un’autorità superiore

L’ideologia 

Tutto questo però non basta a spiegare il nazismo. O l’oggi. Il sistema era alimentato anche da una ideologia potentissima. Per anni la propaganda aveva costruito un’immagine degli ebrei come nemici assoluti, parassiti, minaccia biologica. Quando una società accetta una simile visione, la violenza può essere percepita come difesa o purificazione. L’ideologia, quindi, non elimina la responsabilità individuale, ma prepara il terreno

Il conformismo sociale 

Esiste poi un altro fattore: il conformismo. Le persone tendono a adattarsi al comportamento dominante del gruppo. Quando l’intero ambiente sociale — scuola, stampa, partito, esercito — ripete la stessa narrazione, la pressione a conformarsi diventa enorme. Chi si oppone rischia isolamento, persecuzione, talvolta la morte. Molti scelgono allora la strada più facile: adeguarsi

La frammentazione della responsabilità 

Il genocidio nazista fu possibile anche perché la responsabilità era spezzettata. Nessuno, tranne pochi dirigenti, controllava tutto il processo. Chi partecipava vedeva solo un frammento. Questo produceva una forma di autoassoluzione: “io non ho ucciso nessuno”. In realtà il sistema funzionava proprio grazie alla collaborazione di migliaia di persone che compivano azioni apparentemente minori

La conclusione più inquietante 

Dopo decenni di studi, molti storici arrivano a una conclusione disturbante. Il nazismo non fu opera di mostri completamente diversi da noi. Fu possibile perché alcune caratteristiche normali dell’essere umano furono sfruttate e deformate: obbedienza all’autorità, conformismo sociale, paura, abitudine alla burocrazia, capacità di distaccarsi dalla sofferenza altrui. Questo significa che la questione non riguarda solo il passato. Riguarda l’oggi, l’ora. 

La lezione 

La lezione più importante non è che i nazisti erano mostri. È che una società può scivolare gradualmente verso il male organizzato se vengono meno alcune difese morali. Tra queste difese ci sono la coscienza individuale, la libertà di pensiero, la pluralità delle opinioni, il coraggio civile. Quando queste difese si indeboliscono, la macchina può ripartire. Non necessariamente con le stesse forme, ma con la stessa logica. Ed è qui che nasce una delle domande più radicali della filosofia politica contemporanea. Se il male può essere compiuto da persone ordinarie, come si costruisce una coscienza capace di resistere? Perché la storia dimostra che alcuni individui resistono sempre. Pensiamo a chi nascose gli ebrei, ai resistenti, ai giusti tra le nazioni. La domanda allora diventa ancora più interessante: che cosa distingue chi obbedisce da chi rifiuta di obbedire? 

Quando si arriva a questa domanda si entra in una zona molto profonda della natura umana. Non esiste una sola risposta. Gli studiosi che hanno indagato il nazismo, i genocidi e le dittature del Novecento hanno cercato di capire proprio questo: perché alcuni partecipano al male mentre altri, spesso pochissimi, si oppongono. 

La prima cosa che emerge è un fatto sorprendente: le persone che resistono non sono necessariamente eroi straordinari. Molte ricerche su coloro che salvarono ebrei durante la persecuzione nazista — quelli che poi furono chiamati “Giusti tra le Nazioni” — mostrano che spesso erano individui comuni: contadini, insegnanti, religiosi, operai, famiglie qualunque. Non avevano potere. Non avevano protezioni. Eppure, disobbedirono. 

Gli storici hanno cercato di capire cosa li distinguesse dagli altri. 

Una delle caratteristiche che emerge più spesso è la capacità di vedere l’altro come persona. Dove l’ideologia vedeva una categoria — “ebreo”, “nemico”, “parassita”, “traditore” — queste persone continuavano a vedere un volto umano. Questo dettaglio sembra piccolo, ma è decisivo. Il genocidio diventa possibile solo quando la vittima viene disumanizzata. Chi rifiuta questa disumanizzazione rompe il meccanismo. 

Un secondo elemento è ciò che alcuni studiosi chiamano autonomia morale. Alcune persone possiedono una forte tendenza a giudicare da sé ciò che è giusto o sbagliato, invece di affidarsi completamente all’autorità. Non significa che siano ribelli per natura. Significa che, quando l’autorità entra in conflitto con la coscienza, la coscienza resta il criterio ultimo. 

Il filosofo Immanuel Kant aveva formulato un principio che torna spesso in queste riflessioni: agire in modo da trattare l’umanità, in sé e negli altri, sempre come fine e mai soltanto come mezzo. Chi interiorizza davvero un principio simile trova molto più difficile collaborare con sistemi che trasformano gli esseri umani in strumenti. 

C’è poi un terzo fattore: l’esperienza personale del limite del potere. Molti resistenti provenivano da ambienti dove avevano imparato a diffidare dell’autorità assoluta: minoranze religiose, tradizioni politiche dissidenti, famiglie abituate a discutere. Non erano abituati a considerare il potere come sacro. 

Altri avevano vissuto esperienze di ingiustizia che li avevano resi sensibili alla sofferenza degli altri. 

Esiste infine un fattore molto semplice ma spesso trascurato: l’empatia. La capacità di immaginare la sofferenza altrui come propria. Non è un sentimento astratto. È qualcosa di immediato. Molti testimoni raccontano che la decisione di aiutare qualcuno nacque in un momento preciso: vedere un bambino, ascoltare una richiesta d’aiuto, incontrare uno sguardo. In quel momento la logica del sistema si spezza.  

Tutto questo però non elimina la difficoltà della domanda: se la responsabilità è diffusa, dove finisce la colpa? 

Qui entra in gioco una distinzione che molti filosofi fanno dopo il Novecento: la differenza tra colpa e responsabilità. La colpa penale riguarda chi compie direttamente il crimine o lo ordina. La responsabilità morale può essere molto più ampia: riguarda anche il clima culturale, la propaganda accettata, il silenzio di chi vede e non reagisce. Questo non significa che tutti siano ugualmente colpevoli. Significa che una società può creare condizioni che rendono possibile il male organizzato. 

Ed è qui che Norimberga, pur con tutti i suoi limiti, ha lasciato un’eredità fondamentale. Ha stabilito che l’individuo non può nascondersi completamente dietro lo Stato. Ma ha anche mostrato quanto sia difficile giudicare sistemi che coinvolgono intere popolazioni.  

La domanda che resta aperta riguarda sempre il presente. Le società moderne sono ancora più organizzate, più tecnologiche, più burocratiche di quelle del passato. Le decisioni vengono spesso prese dentro strutture complesse dove ogni individuo vede solo una piccola parte del processo.  

Questo rende ancora più attuale il problema che ci siamo posti all’inizio: obbedire a chi, e fino a che punto? 

Molti pensatori arrivano alla stessa conclusione: la civiltà non si fonda solo sull’obbedienza, ma su una tensione permanente tra autorità e coscienza. Senza autorità le società si disgregano. Senza coscienza diventano macchine. Per questo la domanda decisiva non è soltanto perché alcuni obbediscono. È anche come una cultura educa gli individui a pensare, a dubitare, a riconoscere i limiti del potere

Ed è forse qui che ritorna il punto più semplice e più difficile: la libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel non rinunciare mai al proprio giudizio morale

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