Cultura della difesa o cultura della paura?

Sul quotidiano Il Sole 24 Ore del 4 aprile 2026, a pagina 11, ho trovato un articolo, definito lectio magistralis, del Ministro della Difesa Guido Crosetto. Ne consiglio una lettura, attenta e integrale. Il titolo si presenta in forma rassicurante: “Cultura della difesa non è cultura della guerra”. È una formula accattivante che promette equilibrio, prudenza, senso delle proporzioni. Tuttavia, leggendo attentamente il testo, emerge una costruzione concettuale assai diversa dalla premessa: una visione che tende ad ampliare progressivamente il campo della difesa fino a farlo coincidere con l’intera vita della società, con ogni sua fibra — economica, culturale, cognitiva, simbolica. Per questo ho sentito il bisogno di scrivere queste pagine. È una prima riflessione non esaustiva.

Prima di procedere con l’analisi critica, va riconosciuto ciò che nella lectio è fondato. Crosetto osserva che le minacce contemporanee non si manifestano più soltanto in forma militare convenzionale: i conflitti ibridi, la guerra cibernetica, la disinformazione sistematica, la dipendenza da filiere tecnologiche straniere sono fenomeni reali, documentati, che pongono interrogativi seri alle democrazie europee. Ha motivi validi anche quando ricorda che la sicurezza energetica e la sovranità tecnologica sono diventate variabili geopolitiche decisive. Queste premesse hanno una base empirica sufficientemente solida. Il problema, purtroppo, non è la diagnosi: è la cura proposta, o piuttosto la cornice ideologica dentro cui la diagnosi viene inscritta. È un allargamento progressivo e totalizzante a lasciarmi perplesso.

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Il primo elemento che colpisce è l’uso insistito, quasi ipnotico, della parola protezione. La difesa viene definita protezione del territorio, delle istituzioni, dell’economia, dell’industria, della tecnologia, della cultura, dello spazio cognitivo, della memoria storica, dell’identità nazionale, dei cittadini, della libertà collettiva. La ripetizione non è casuale né innocente: è una strategia retorica precisa. La difesa diventa progressivamente tutto. E quando una categoria diventa tutto, perde precisione e si trasforma in ideologia. Non si tratta più di delimitare una funzione dello Stato — quella coercitiva e militare — ma di costruire una visione complessiva in cui ogni dimensione della vita nazionale ricade sotto il paradigma della sicurezza.

Questo slittamento semantico è il primo, e forse più grave, punto debole della lectio. La difesa non viene descritta per ciò che è — l’organizzazione armata dello Stato, legittima e necessaria — ma viene dilatata fino a coincidere con la protezione integrale della società. In questo modo, il Ministero della Difesa non appare più come un’istituzione tra le altre, inserita in un sistema di pesi e contrappesi, ma come il centro ordinatore dell’intero sistema nazionale. È un passaggio concettuale rilevante e non innocuo: la difesa non come funzione, ma come principio generale; non più un settore, ma un orizzonte culturale complessivo.

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C’è però un’omissione ancora più rivelatrice di qualsiasi eccesso retorico, e riguarda una parola che nel testo di Crosetto non compare mai: nemico. Né, a ben guardare, compaiono i suoi sinonimi: avversario, aggressore, attore ostile. La lectio parla incessantemente di difesa, protezione, minaccia, vulnerabilità, resilienza — ma non dice mai da chi ci si deve difendere, da cosa concretamente proteggersi, chi ci stia minacciando e in quale forma reale e verificabile.

È la prima domanda che un lettore onesto dovrebbe porsi: devo difendermi da chi? Chi mi sta minacciando? Dove si vede la minaccia, in cosa consiste? Che esistano altre nazioni, altri sistemi politici, altri interessi diversi dai nostri è un dato ovvio della realtà internazionale. Ma che queste alterità siano automaticamente una minaccia, che la loro esistenza implichi necessariamente la nostra vulnerabilità, che dobbiamo temere per definizione — questo non è scritto da nessuna parte. Eppure è il presupposto implicito su cui l’intero edificio argomentativo della lectio si regge.

Su questo punto devo soffermarmi. L’assenza del nemico non è dunque una lacuna, ma una scelta. Una scelta retorica e politica precisa, che merita di essere analizzata in tutte le sue implicazioni. Si possono individuare almeno quattro ragioni — non necessariamente esclusive l’una dell’altra — che spiegano perché un ministro della Difesa costruisca un discorso sulla difesa senza mai nominare colui dal quale ci si dovrebbe difendere.

La prima è la prudenza diplomatica. Nominare il nemico — siano Russia, Cina, o altri attori anche non statali — ha conseguenze politiche immediate e misurabili. Un ministro in carica non può permettersi di chiudere canali diplomatici con una lectio accademica. L’astensione dal nome è, in questo senso, cautela istituzionale comprensibile. Ma questa spiegazione, da sola, è insufficiente: la prudenza diplomatica giustifica la vaghezza su casi specifici, non la costruzione di un intero sistema concettuale in cui la minaccia diventa categoria generale e permanente senza mai essere identificata.

La seconda ragione è la strategia dell’indeterminatezza. Un nemico nominato è un nemico delimitato. Se si dice “la Russia minaccia l’Europa”, l’affermazione può essere discussa, verificata, contestata, smentita alla luce dei fatti. Se invece si dice che esistono “minacce ibride, cognitive, energetiche, tecnologiche”, nessuno può falsificare l’affermazione, perché è strutturalmente inattaccabile. La minaccia indefinita è retoricamente invulnerabile proprio perché è vaga. L’assenza del nemico non è qui un limite del discorso: è la sua risorsa più potente.

La terza ragione è la più rilevante sul piano logico: l’assenza del nemico è la condizione necessaria per l’espansione illimitata del paradigma della sicurezza. Se si nomina il nemico, la difesa riguarda quel nemico specifico, in quel contesto specifico, con strumenti specifici. Se invece il nemico non ha nome — se la minaccia è potenzialmente ovunque — allora la difesa può legittimamente espandersi ovunque: nell’economia, nella cultura, nella scuola, nell’informazione, nello spazio cognitivo. L’indeterminatezza del pericolo è ciò che autorizza la totalizzazione della risposta. È una mossa logica prima ancora che retorica, ed è la più potente dell’intero discorso.

La quarta ragione è psicologica, e forse la più insidiosa. La psicologia sociale ha mostrato con sufficiente chiarezza che la paura senza oggetto preciso è più paralizzante e più duratura della paura con un oggetto identificato. La paura di qualcosa di preciso mobilita una risposta mirata e tende a esaurirsi con la risposta stessa. La paura di qualcosa di indefinito — che potrebbe manifestarsi in qualsiasi momento, in qualsiasi forma, attraverso qualsiasi canale — produce invece una disposizione permanente all’allerta. È la struttura emotiva di ogni discorso securitario che ambisca non a risolvere un problema, ma a organizzare stabilmente la società attorno alla percezione del pericolo. Quando la minaccia non ha nome, non può essere sconfitta: può solo essere gestita, indefinitamente, da chi ne detiene la definizione.

Queste quattro ragioni, considerate insieme, descrivono non un’ingenuità ma un meccanismo retorico consapevole. Il vuoto al centro del discorso — l’assenza del nemico — non è un difetto dell’argomentazione: è il suo dispositivo più efficace. Perché è proprio quel vuoto che consente alla difesa di diventare tutto, e a tutto di essere letto in chiave di difesa.

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Proseguo seguendo il filo logico iniziale. Un terzo elemento riguarda la costruzione sistematica della percezione della minaccia. Il mondo viene descritto come uno spazio instabile, competitivo, attraversato da vulnerabilità diffuse e crescenti. Le minacce non sono solo militari, ma economiche, tecnologiche, informative, cognitive. La vulnerabilità diventa ubiqua: ogni settore della vita nazionale può essere minacciato, penetrato, compromesso. Questa rappresentazione produce un effetto preciso: normalizza l’idea di una mobilitazione permanente. Se tutto è vulnerabile, tutto deve essere difeso. Se tutto deve essere difeso, la difesa diventa il perno della politica.

È qui che il discorso, a mio parere, mostra una ulteriore fragilità concettuale profonda. Non perché le minacce non esistano — esistono, e sarebbe irresponsabile ignorarle — ma perché vengono presentate senza alcun bilanciamento. Non vi è nessuna riflessione sulla cooperazione internazionale, sulla diplomazia come strumento primario di sicurezza, sul diritto internazionale come architettura di pace, sul ruolo degli organismi multilaterali — ONU, OSCE, Unione Europea — nel prevenire e contenere i conflitti. Il mondo è rappresentato esclusivamente come arena di competizione tra potenze. La politica come gestione del conflitto. La sicurezza come valore primario e assorbente. È una visione parziale, che omette deliberatamente una tradizione altrettanto importante: quella della costruzione della pace attraverso il diritto, il dialogo e l’interdipendenza cooperativa.

Si tratta di un’omissione tanto più significativa se si considera che l’Europa ha vissuto, tra il 1945 e il 1989, il periodo di pace più lungo della sua storia moderna — non per effetto della sola deterrenza militare, ma grazie alla costruzione progressiva di istituzioni comuni, di mercati integrati, di accordi vincolanti, di una cultura della mediazione. Jean Monnet e Konrad Adenauer sapevano che la pace si costruisce rendendo la guerra economicamente e politicamente insostenibile, non solo militarmente rischiosa. Di questa tradizione, nella lectio di Crosetto, non vi è traccia.

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Un quarto elemento riguarda la povertà filosofica del discorso. Una lectio magistralis sulla cultura della difesa, tenuta davanti a un pubblico che include vertici accademici, avrebbe potuto richiamare una lunga e feconda tradizione di pensiero. Immanuel Kant, nel 1795, immaginava in Per la pace perpetua un federalismo tra stati liberi come unica via per uscire dallo stato di natura delle relazioni internazionali. Norberto Bobbio ha dedicato decenni a interrogarsi sulla guerra come istituzione e sulle condizioni del suo superamento. Hannah Arendt ha distinto con precisione tra potere — che nasce dal consenso collettivo — e violenza, che ne è la negazione. Albert Einstein, dopo Hiroshima, scrisse che la bomba atomica aveva cambiato tutto tranne il nostro modo di pensare, e che avremmo avuto bisogno di un pensiero essenzialmente nuovo per sopravvivere.

Di questa tradizione non vi è traccia nella lectio. Il discorso procede per affermazioni assertive, non per argomentazioni. Le parole chiave — difesa, protezione, resilienza, autonomia strategica — vengono ripetute, ma non approfondite, non interrogate, non problematizzate. Mancano definizioni rigorose. Mancano interrogativi morali. È una costruzione lineare, quasi amministrativa, più vicina a un piano strategico che a una vera riflessione accademica. E questa assenza di profondità filosofica non è separabile dall’assenza del nemico: chi non si chiede da chi ci si difende, difficilmente si chiede perché, a quale costo, con quale limite.

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Anche la contrapposizione iniziale tra cultura della difesa e cultura della guerra appare, alla prova del testo, fragile. Il discorso riafferma esplicitamente la necessità dell’uso della forza e costruisce una visione in cui la preparazione al conflitto diventa elemento permanente e pervasivo della vita nazionale. La differenza tra difesa e guerra rimane quindi più dichiarata che dimostrata. La cultura della difesa, così delineata, finisce per coincidere con una cultura della preparazione generalizzata al conflitto — una condizione che la psicologia sociale chiama profezia che si autoavvera: le società che si preparano intensamente alla guerra tendono, nella storia, a produrre le condizioni che la rendono più probabile.

Colpisce, in questo contesto, l’assenza totale del tema più drammatico della sicurezza contemporanea: la possibilità della distruzione. Non vi è alcun riferimento al rischio nucleare, alla proliferazione atomica, alle armi biologiche, all’escalation militare globale. Eppure viviamo in un mondo in cui esistono ancora circa dodicimila testate nucleari operative. La sicurezza viene evocata con insistenza, ma il pericolo estremo — la catastrofe che la difesa stessa dovrebbe evitare — non viene nemmeno nominato. È una rimozione significativa: come discutere di sicurezza stradale senza mai menzionare la possibilità di un incidente mortale.

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Un altro aspetto problematico riguarda la trasformazione della società civile in componente della strategia di difesa. Università, scuola, media, industria, cultura: tutto viene incluso nel paradigma della sicurezza. Crosetto scrive esplicitamente che la cultura della difesa riguarda l’università, che forma le classi dirigenti e i cittadini di domani, riguarda i media, poiché la qualità dello spazio informativo incide sulla tenuta democratica, riguarda il mondo della cultura, perché memoria, identità e simboli rafforzano la coesione nazionale. È una visione che tende a dissolvere la distinzione tra sfera civile e sfera militare.

Ma la cultura non è — non deve essere — strumento di coesione nazionale funzionale alla resilienza. La cultura è, nella sua essenza più autentica, spazio critico, luogo del dubbio, arena del dissenso, territorio dell’interrogazione e della ricerca. Don Milani insegnava che la parola, quando è autentica, è sempre in tensione con il potere che pretende obbedienza: perché la parola nasce per liberare, non per disciplinare; per interrogare, non per allineare; per formare coscienze, non per rafforzare apparati. Una cultura ricondotta alla sicurezza nazionale rischia di perdere la propria autonomia, di diventare strumento e non fine. Ed è precisamente quella autonomia che costituisce l’essenza della democrazia viva.

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Infine, la lectio è attraversata da una tensione implicita che merita di essere resa esplicita: la centralità crescente del Ministero della Difesa nel sistema delle priorità nazionali. Se la sicurezza riguarda economia, tecnologia, informazione, cultura, società, allora la difesa diventa l’asse attorno al quale ruota tutto il sistema. Non più uno strumento tra gli altri, ma il principio ordinatore. Questo passaggio — consapevole o meno — ha implicazioni costituzionali e politiche non trascurabili. La Costituzione italiana, nata dalla Resistenza e dal ripudio della guerra, colloca la difesa in una posizione strumentale rispetto ai valori fondamentali della persona, del lavoro, della pace. L’articolo 11 ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Non è un dettaglio: è l’architrave valoriale della Repubblica.

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Rimane aperta, allora, la domanda decisiva che il discorso di Crosetto non pone, e che pure sarebbe stata la più importante.

Una società deve essere costruita attorno alla difesa o attorno alla pace? La sicurezza nasce dalla preparazione al conflitto o dalla riduzione delle sue cause strutturali — la povertà, la diseguaglianza, l’umiliazione delle nazioni, la mancanza di istituzioni internazionali credibili? La protezione si ottiene rafforzando la competizione tra potenze o costruendo cooperazione tra nazioni?

Una cultura della difesa, se non è accompagnata da una cultura della pace — che è una cultura del diritto, del dialogo, della prevenzione, della giustizia globale — rischia di trasformarsi in una cultura della paura. E una società guidata dalla paura finisce per restringere, lentamente e quasi impercettibilmente, gli spazi della libertà che dichiara di voler proteggere. Lo sapeva bene Benjamin Franklin quando scrisse che chi è disposto a rinunciare alla libertà essenziale per ottenere un po’ di sicurezza temporanea non merita né la libertà né la sicurezza.

Sarebbe politicamente coraggioso — e intellettualmente onesto — che un ministro della Difesa si confrontasse anche con la tradizione opposta: quella dei costruttori di pace. Perché governare la sicurezza senza conoscere i limiti del paradigma della sicurezza è, in ultima istanza, l’errore più pericoloso che un uomo di Stato possa commettere.

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Rimane infine un dubbio, forse il più urgente sul piano civico. Questa lectio — che propone una cultura della difesa come orizzonte generale della società — sarebbe un testo da portare nelle scuole? Dovrebbero crescere le nuove generazioni imparando che la sicurezza è il principio ordinatore della vita collettiva, che la protezione precede il dubbio, che la resilienza è categoria culturale prima ancora che tecnica?

La scuola, nella tradizione democratica europea, ha avuto un compito diverso. Non preparare cittadini alla mobilitazione permanente, ma formare coscienze autonome. Non orientare verso l’obbedienza, ma verso la responsabilità. Non costruire un linguaggio unitario, ma abituare al confronto tra posizioni diverse. La scuola è il luogo in cui si impara a pensare, non il luogo in cui si impara a sentirsi protetti.

Tutto il Novecento, con le sue tragedie, ha lasciato un insegnamento preciso: quando la sicurezza diventa il valore supremo, la libertà arretra. Quando la difesa assume un ruolo totalizzante, la politica si irrigidisce. Quando la minaccia viene evocata come permanente — e soprattutto quando non ha nome, perché ciò che non ha nome non può essere né discusso né confutato né esaurito — la società si dispone all’uniformità. Non è una lezione ideologica, ma storica, e attraversa regimi diversi, ideologie diverse, contesti diversi.

La scuola non può essere il luogo in cui si interiorizza una cultura della difesa come paradigma generale. Deve restare il luogo in cui si studia la guerra per comprenderla, non per assumerla come orizzonte. Il luogo in cui si conoscono le ragioni della sicurezza, ma anche i rischi della sua assolutizzazione. Il luogo in cui si impara che la forza dello Stato non coincide con la forza delle armi, ma con la qualità delle coscienze.

Don Milani ricordava che la scuola serve a formare cittadini sovrani, non sudditi obbedienti. E un cittadino sovrano non è colui che si sente protetto, ma colui che comprende, giudica, sceglie. La cultura, quando entra nella scuola, non deve chiedere coesione, ma consapevolezza; non deve produrre uniformità, ma libertà interiore.

Per questo la domanda finale non riguarda solo una lectio, ma l’idea stessa di educazione. Se la cultura della difesa diventa il punto di arrivo del pensiero pubblico, la scuola rischia di trasformarsi in uno spazio di trasmissione di certezze. Se invece la scuola rimane fedele alla propria vocazione critica, nessuna lectio potrà diventare un paradigma educativo senza essere prima interrogata, discussa, problematizzata.

Ed è forse questa la differenza decisiva tra una cultura che si difende e una cultura che pensa. La prima cerca sicurezza. La seconda cerca verità. E una democrazia, per restare tale, ha bisogno soprattutto della seconda.

Tempora bona venient.

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