Sumud: la fermezza che non si spezza

Argomenti: cultura palestinese – appartenenza – speranza

Spesso mi chiedo: cosa posso fare di fronte alla Tragedia di tutti i giorni? Con umiltà oggi rispondo: devo continuare a parlare dei Palestinesi, cercare di conoscere la loro sensibilità, essere vicino alla loro cultura. Ho scritto tempo fa un articolo con argomento il Sumud, oggi ritorno a riflettere, a parlarne.

I. Le radici di una parola antica

C’è un termine nella lingua araba che non si lascia tradurre del tutto. Lo si può avvicinare con fermezza, perseveranza, radicamento — ma qualcosa sfugge sempre, come quel filo sottile che tiene insieme la radice di un albero e la pietra su cui insiste. La parola è sumud (صُمُود), e appartiene al popolo palestinese con la stessa naturalezza con cui l’ulivo appartiene alle colline di Cisgiordania.

La sua radice verbale, samada (صَمَدَ), porta in sé un’ambivalenza rivelatrice: significa contemporaneamente resistere e prendere, ovvero agire e ricevere, spingere e ricevere la spinta. Non è un caso: il sumud non è mai solo passività né solo azione. È la postura di chi resta in piedi, sapendo che il vento soffia forte.

Questa parola non è un’invenzione recente. La psichiatra e psicoterapeuta palestinese Samah Jabr — una delle prime donne a esercitare la psichiatria in Palestina, direttrice dell’Unità di Salute Mentale del Ministero della Salute di Ramallah — la fa risalire a oltre mille anni di letteratura e poesia palestinese. Il sumud abita i testi arabi da quando ancora non aveva un nome politico: era lo stile di vita di chi coltivava, di chi costruiva, di chi non partiva.

Il momento in cui la parola entra nel discorso politico moderno è segnato da una frattura profonda: la Nakba, — la Catastrofe — del 1947-1948, quando centinaia di migliaia di palestinesi vennero espulsi dalle loro case e dai loro villaggi con la nascita dello Stato di Israele. Poi la guerra dei Sei Giorni del 1967 e l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza. Da quel momento, sumud diventa una scelta culturale e politica consapevole: la determinazione a rimanere sulla propria terra nonostante l’occupazione, le pressioni economiche, la spoliazione continua.

— — —

II. Non è resilienza. È qualcosa di più

In Occidente si è spesso tradotto sumud con resilienza — la capacità di riprendersi dopo un trauma, come un ramo che si piega e torna dritto. Ma la traduzione, per quanto comoda, tradisce.

La resilienza è un concetto relativamente recente nella psicologia della salute mentale: esiste da quaranta, forse cinquant’anni. Guarda all’individuo, alla sua capacità di superare l’ostacolo e reintegrarlo nella propria storia. Ha qualcosa di atletico, quasi di sportivo.

Sumud è altra cosa. È più antico, più radicato, più collettivo. Non dice: mi sono ripreso. Dice: non sono andato via. Non descrive un recupero ma una permanenza. Non è la forza di rimbalzare, è la forza di restare.

Samah Jabr lo dice con chiarezza: il sumud è una pratica psico-sociale, non uno stato mentale individuale. Si esprime in ogni atto quotidiano di resistenza all’occupazione — coltivare un campo sapendo che può essere distrutto, costruire una casa sapendo che può essere demolita, mandare i figli a scuola sapendo che i posti di blocco moltiplicano i rischi del percorso. È, nelle parole di Jabr, una resilienza attiva: non subire il colpo ma rispondergli con la vita ordinaria.

Per Jabr, resistere all’occupazione significa continuare a immaginare un futuro, e questa immaginazione è l’antidoto al trauma collettivo. Non perché cancelli il dolore — il dolore c’è, reale e pesante — ma perché lo inscrive in un senso più grande.

— — —

III. Due scritte sul muro di al-Moscobiyya

Sul muro di una cella del centro di interrogatori di al-Moscobiyya a Gerusalemme — uno dei luoghi più temuti della detenzione palestinese — qualcuno scrisse, nell’estate del 2003: “Le percosse non uccidono, e la confessione è un tradimento”. Sotto, in un secondo momento, un altro prigioniero aggiunse: “Le percosse non uccidono, ma fanno male”.

Le due frasi non si contraddicono. La prima articola un assoluto morale: la sopportazione è data per scontata, la confessione è un tradimento. La seconda scuote quell’assoluto reintroducendo il corpo e il suo dolore — non per abbandonare la resistenza, ma per riconoscere che essa costa, che pesa, che lascia il segno.

È qui che il sumud rivela la propria profondità umana. Non è l’eroismo della statua — impassibile, senza paura, senza lacrime. È l’eroismo di chi ha paura e resiste comunque. Di chi soffre e non confessa. Di chi sa che le percosse fanno male, e resta.

Il ricercatore palestinese Abdalrahman Kittana — architetto e borsista post-dottorato presso l’Università di Tampere — ha analizzato questa tensione con acutezza: il sumud non è una posizione singolare ed eroica, né la semplice assenza di scelta. È una pratica disomogenea e contestualizzata, plasmata dalle condizioni mutevoli nel tempo e nelle relazioni. Tiene insieme, dentro le stesse strutture che lo limitano, impegno e spossatezza, sfida e dolore.

— — —

IV. La terza via: né capitolazione né odio cieco

Nel 1982, l’avvocato e scrittore palestinese Raja Shehadeh — fondatore dell’organizzazione per i diritti umani Al-Haq, affiliata a Human Rights Watch — pubblicò un libro dal titolo The Third Way: A Journal of Life on the West Bank (La terza via: diario di vita in Cisgiordania). Fu lui a portare il concetto di sumud all’attenzione internazionale, dandogli una formulazione che ancora oggi rimane tra le più efficaci.

Shehadeh identificò tre risposte possibili all’occupazione: la sottomissione muta — quella del cosiddetto “moderato” che accetta la situazione; l’odio cieco — quello del “terrorista” che sceglie la violenza; e la terza via, quella del ṣāmid, colui che pratica il sumud. Il ṣāmid — il soggetto, la persona vivente del sumud — sceglie di rimanere in quella prigione, perché è la sua casa, e perché teme che se se ne va, il carceriere non lo lascerà tornare.

Noam Chomsky, citando Shehadeh, ha riportato e rilanciato questa definizione come una delle più lucide mai formulate sulla resistenza non violenta. La terza via non è un compromesso: è un atto di irremovibile presenza. Non né accettazione né distruzione: è la scelta di abitare il conflitto senza lasciarsene consumare.

Per Shehadeh il sumud era già praticato da chiunque vivesse e affrontasse l’occupazione, molto prima che la parola diventasse un simbolo politico. Era implicito nel continuare a vivere, nel fare la spesa, nel coltivare l’orto, nel tenere aperta la scuola.

— — —

V. Il dibattito interno: statico o attivo?

Dentro la cultura e il pensiero politico palestinese il sumud non è stato accettato come formula unanime e indiscussa. L’attivista e urbanista Ibrahim Dakkak, co-fondatore del Movimento di Iniziativa Nazionale Palestinese, ha introdotto una distinzione critica che ha alimentato un dibattito ancora vivo.

Dakkak distingue tra un “sumud statico” — forma di mera sopravvivenza, tattica difensiva di chi attende — e un sumud attivo, più aggressivo e propositivo, orientato alla trasformazione delle condizioni. Il primo, secondo lui, è stato spesso promosso dalla diaspora e dagli interessi acquisiti fuori dai Territori Occupati. Il secondo è quello vissuto dall’interno.

Questa distinzione è importante perché impedisce che il sumud si cristallizzi in un’ideologia celebrativa, un’estetica del dolore, una retorica che si compiace della sofferenza senza interrogarsi sulle condizioni che la producono. Il sumud autentico non è glorificazione del sacrificio. È gestione attiva e collettiva della vita in condizioni ostili.

— — —

VI. La famiglia come infrastruttura del sumud

Chi guarda al sumud con occhi sociologici scopre che esso non vive nella testa di un individuo solitario. Vive nelle reti: nelle famiglie, nei vicinati, nelle comunità. Il ricercatore Kittana lo ha documentato con precisione a partire dall’esperienza di Gaza: nella struttura della famiglia allargata palestinese — la ḥamūla, il clan familiare — risiede il motore principale di quel che lui chiama l’infrastruttura del sumud.

La ḥamūla condivide l’acqua e il cibo. Organizza i rifugi. Protegge gli anziani e i bambini. Distribuisce il denaro. Mantiene i legami affettivi quando tutto intorno si frantuma. Coordina gli spostamenti in tempo di guerra e costruisce gli accampamenti quando lo sfollamento diventa inevitabile. Non è una struttura sentimentale: è una macchina di sopravvivenza collettiva, un sistema di welfare — un sistema di protezione e mutualità sociale — radicato nella parentela.

La famiglia non opera come unità chiusa. Opera come nodo relazionale che media le reti più ampie — le ONG, i comuni, la diaspora all’estero, le reti di vicinato — e le traduce in sostegno quotidiano concreto. I familiari nella diaspora mobilitano fondi, coordinano gli aiuti, trasmettono informazioni, forniscono supporto emotivo e politico oltre ogni frontiera.

Questo dato consente a Kittana di affermare che il sumud ha una dimensione profondamente urbana e architettonica. A Gaza, alcune famiglie hanno progettato autonomamente nuovi accampamenti — con tende, strade, servizi collettivi — rifiutandosi di attendere i piani governativi o internazionali. Una famiglia di Rafah ha ingaggiato un architetto, si è coordinata con i parenti all’estero e ha iniziato a prepararsi per la realizzazione non appena i valichi si sarebbero riaperti. Costruire, in questo senso, è un atto politico: noi restiamo qui.

— — —

VII. Il trauma senza “post”: la psiche sotto occupazione

Per comprendere davvero cosa significhi praticare il sumud, bisogna entrare nella dimensione psicologica dell’occupazione. Ed è qui che il contributo di Samah Jabr diventa indispensabile. Il suo libro Sumud. Resistere all’oppressione (Edizioni Sensibili alle Foglie, 2021) è il tentativo più rigoroso e più umano di spiegare cosa accade dentro una persona che cresce e vive sotto occupazione coloniale.

In Occidente il trauma post-bellico viene classificato come PTSD — disturbo da stress post-traumatico: una sigla che presuppone un dopo, un momento in cui la violenza è cessata. In Palestina quel dopo non esiste. Il trauma non ha un ‘post’. È la struttura stessa della quotidianità: si ripete, si rinnova, si sovrappone. Non è un evento che si lascia alle spalle. È l’aria che si respira.

In questo contesto, ciò che in una clinica occidentale verrebbe diagnosticato come disagio mentale — ansia cronica, insonnia, stati dissociativi — è spesso, secondo Jabr, risposta normale a una situazione anormale. Ciò non significa che non vada curato. Significa che non può essere trattato senza nominare le sue cause strutturali. Jabr si ispira esplicitamente al pensiero di Frantz Fanon — psichiatra e teorico anticolonialista martinicano, autore di I dannati della terra — per sostenere che la salute mentale dei colonizzati non può essere separata dalla loro condizione politica.

Ed è in questo contesto che il sumud diventa terapeutico. Non perché neghi il dolore — Jabr è netta su questo punto: il sumud non è il rifiuto della sofferenza. Ma perché colloca quella sofferenza in un quadro di significato collettivo, restituisce all’individuo un senso di azione, impedisce la dissoluzione dell’identità. Resistere all’occupazione significa continuare a immaginare un futuro, dice Jabr, e quella immaginazione alimenta la speranza della liberazione.

— — —

VIII. La parola che resta: Mahmoud Darwish e la poesia come sumud

Nessuna comprensione del sumud può prescindere dalla poesia. E nessun poeta palestinese ha incarnato questa parola come Mahmoud Darwish (1941-2008), considerato il poeta nazionale del popolo palestinese e uno dei più grandi voci liriche del mondo arabo del Novecento.

Darwish cominciò a scrivere da ragazzo, nei villaggi della Galilea, cantando un’identità legata in modo viscerale alla terra: all’ulivo, alle arance, al gelsomino, al timo, al pozzo. Dalla sua prima raccolta — Foglie di ulivo (1964) — il filo conduttore è quel legame indissolubile, quella nostalgia radicale, quell’orgoglio di chi coltiva quotidianamente la memoria. Per questa poesia entrò ed uscì dalle carceri israeliane, cinque volte, con la sola accusa di scrivere versi e muoversi senza permesso.

Nella sua poesia più famosa, “Carta d’identità” (1964), Darwish risponde a un ufficiale israeliano con una voce ferma, quasi glaciale: “Sono un arabo. Ho un nome senza titoli. E resto paziente nella terra la cui gente è irritata. Le mie radici furono usurpate prima della nascita del tempo.” Quella parola — resto — è sumud nella sua forma più nuda.

Anche Raja Shehadeh ha espresso il sumud nella forma della poesia. In una lirica del 1982 scrive di camminare sulle colline, di sentire sotto i piedi la durezza della terra, di guardare un ulivo che davanti ai suoi occhi si trasforma. Il paesaggio non è sfondo: è interlocutore. La terra risponde a chi rimane.

L’ulivo, in questa tradizione, è esso stesso sumud fatto legno e foglia. Foglie di ulivo di Darwish non è solo un titolo: è un manifesto. L’ulivo palestinese viene abbattuto, bruciato, sradicato dagli aggressori — e ricresce. Vive più a lungo degli uomini. Porta i frutti anche quando i proprietari non ci sono più.

— — —

IX. I limiti: il sumud non è eterno

Una delle intuizioni più oneste e più coraggiose del pensiero contemporaneo sul sumud è il riconoscimento dei suoi limiti. Nessun essere umano può sopportare qualsiasi cosa all’infinito. La resistenza ha un prezzo. E a volte il prezzo supera le forze disponibili.

Fanon lo aveva già intuito: la violenza coloniale produce non solo resistenza ma anche un esaurimento che si accumula nel tempo, minacciando le stesse capacità necessarie per una lotta prolungata. Il sumud non è una condizione fissa, un’essenza immutabile. È una capacità — e come ogni capacità, aumenta e diminuisce a seconda delle circostanze.

Lo stesso individuo può mostrare diversa tenuta in momenti diversi. La stessa famiglia che sostiene la vita in una fase può sgretolarsi in un’altra, quando la violenza si intensifica o le risorse vengono meno. Durante le incursioni terrestri a Gaza, molti nuclei familiari allargati si sono frammentati: le famiglie nucleari — padre, madre, figli — si sono separate alla ricerca della sopravvivenza immediata, rompendo la rete collettiva che fino al giorno prima le sosteneva.

Riconoscere questo non è sconfitta. È rispetto. Significa non romanticizzare la sofferenza altrui, non trasformare i palestinesi in icone dell’eroismo eterno, non usare la loro resistenza come materiale estetico. Come scrive Kittana: comprendere il sumud in questo modo sposta la questione dal chiedersi se le persone siano salde nella propria fede a ciò che permette loro di resistere. Questa è la domanda giusta. E la risposta obbliga la solidarietà a essere concreta.

— — —

X. Una parola che parla a tutti

C’è un’ultima cosa da dire, e forse è la più importante. Il sumud non è solo palestinese. È palestinese nella sua specificità storica, nella sua lingua, nel suo radicamento in una terra precisa. Ma come esperienza umana — come rifiuto di sparire, come pratica di vita contro le forze che vogliono cancellare — appartiene a ogni popolo che abbia conosciuto l’oppressione.

Samah Jabr lo dice esplicitamente: il sumud è un concetto significativo che può essere condiviso al di fuori della Palestina e fungere da ispirazione anche per altri popoli che vivono condizioni di oppressione politica. Non c’è nulla di proprietario in questa parola. È universale come l’ulivo.

C’è qualcosa di familiare, per chi conosce la storia del movimento operaio e cooperativistico italiano, in questa pratica di resistenza collettiva. Le leghe dei braccianti della Pianura Padana — quelle stesse leghe che segnarono la vita delle cooperative come quelle della terra mantovana — praticavano qualcosa di analogo: restare, costruire, non cedere alla fame né alla violenza dei padroni. Non abbandonare la terra. Tenere insieme la comunità. Quella non era una parola araba, ma era la stessa cosa.

La frase scritta sul muro della prigione di al-Moscobiyya vale per Gaza. Vale per ogni prigioniero politico. Vale per ogni operaio che non si arrende. Vale per ogni malato che continua a sperare. Vale per chiunque stia attraversando una prova che sembra insostenibile: “Le percosse non uccidono, ma fanno male.” E continuare a stare in piedi, nonostante il dolore, è sumud.

*   *   *

Le riflessioni di questo articolo si nutrono principalmente dei contributi del ricercatore e architetto palestinese Abdalrahman Kittana (Al-Shabaka, 2025), della psichiatra Samah Jabr (Sumud. Resistere all’oppressione, Sensibili alle Foglie, 2021; intervento all’Università di Bologna, marzo 2025), e dell’avvocato e scrittore Raja Shehadeh (The Third Way, 1982). Fondamentali anche i testi poetici di Mahmoud Darwish e l’analisi di Noam Chomsky sul concetto di ṣāmid.

A loro rivolgo il mio grazie e tanta ammirazione.

La traduzione della scritta sull’Ulivo è:

“Su questa terra c’è ciò che merita la vita.”
Mahmoud Darwish

È uno dei versi più celebri della poesia palestinese contemporanea. Darwish scrisse una poesia intitolata proprio “Su questa terra c’è ciò che merita la vita” (ʿAlā hādhihi al-arḍ mā yastaḥiqqu al-ḥayāh), diventata quasi un manifesto culturale e morale del popolo palestinese.

Rispondi