Esercizi spirituali laici quotidiani dell’8 luglio 2026

Meditazioni dai grandi libri dell’umanità

«Ogni mattina una voce diversa. Non per insegnare cosa pensare, ma per imparare ad ascoltare.»

Conosci te stesso

La voce

Apologia di Socrate
di Platone
Atene, circa 399-390 a.C.

Contesto

Dopo aver attraversato la Mesopotamia di Gilgamesh, la Roma di Marco Aurelio, l’India del Buddha, la Cina di Laozi e la sapienza di Israele con il Qohelet, arriviamo oggi in Grecia, nella Atene del V secolo a.C.

La città è uscita sconfitta dalla guerra del Peloponneso. Le certezze politiche vacillano, la democrazia è attraversata da tensioni profonde. In questo clima viene processato un anziano filosofo, accusato di corrompere i giovani e di non onorare gli dèi della città.

Quel filosofo è Socrate.

Non ha lasciato alcuno scritto. Le sue parole ci sono giunte soprattutto attraverso Platone, suo discepolo. L’Apologia non è una richiesta di perdono, come potrebbe suggerire il titolo moderno: è la difesa pronunciata davanti ai giudici. È uno dei testi fondativi del pensiero occidentale, perché afferma che la ricerca della verità vale più della sicurezza personale.

Il brano che segue è forse il cuore di tutto il discorso.

Il testo

«Forse qualcuno di voi potrebbe obiettare:

“Socrate, non ti vergogni di aver seguito un genere di vita che ora ti espone al pericolo della morte?”

Io gli risponderei con giustizia:

“Tu non ragioni bene, se credi che un uomo debba calcolare il rischio di vivere o di morire invece di considerare soltanto questo: se ciò che fa è giusto o ingiusto, se agisce da uomo onesto oppure da uomo malvagio.

Infatti, secondo il tuo ragionamento, varrebbero ben poco tutti quegli eroi che morirono a Troia, e soprattutto il figlio di Teti, il quale, pur di evitare il disonore, disprezzò il pericolo al punto che, quando sua madre gli disse: ‘Figlio, se vendicherai la morte del tuo amico Patroclo uccidendo Ettore, morirai anche tu; subito dopo Ettore ti attende il destino’, egli, udito questo, non si curò affatto della morte e del pericolo, ma temette molto di più di vivere da codardo senza vendicare l’amico, e disse:

‘Possa io morire subito, dopo aver punito l’ingiusto, piuttosto che restare qui, coperto di vergogna, presso le navi ricurve, peso inutile della terra.’

Vedi? Egli non pensò né alla morte né al pericolo.»

(Platone, Apologia di Socrate, 28b-d. Traduzione da testo di pubblico dominio.)

Una lampada per illuminare il cammino

Socrate non esalta la morte.

Esalta qualcosa di diverso: la gerarchia dei valori.

La domanda decisiva, dice, non è: “Che cosa mi conviene?”

È: “Che cosa è giusto?”

Viviamo spesso calcolando il vantaggio, la sicurezza, il consenso. Sono criteri legittimi, ma diventano insufficienti quando entra in gioco la coscienza.

Socrate ricorda che esistono momenti in cui una persona deve decidere se rimanere fedele a ciò che ritiene vero oppure adattarsi per evitare conseguenze spiacevoli.

Non invita all’eroismo spettacolare, né al sacrificio fine a sé stesso. Invita a una forma più difficile di coraggio: quella che consiste nel non tradire sé stessi.

È una lezione che attraverserà i secoli. La ritroveremo negli stoici, nei martiri delle religioni, nei difensori della libertà di pensiero, negli uomini e nelle donne che hanno accettato di pagare un prezzo per non rinunciare alla propria coscienza.

Per la giornata

Nelle piccole decisioni di oggi, quale peso avranno la convenienza e quale la fedeltà a ciò che ritieni giusto?

Per approfondire

  • Apologia di Socrate (lettura integrale).
  • Successivamente, vale la pena leggere il Critone e il Fedone: insieme formano il grande racconto degli ultimi giorni di Socrate e della sua concezione della giustizia e della libertà interiore.

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